Manuale audiovisivo per imparare a scegliere l'anguria

Come capire se l'anguria è matura, buona e pronta ad essere mangiata è semplicemente una questione di sensi (tutti i sensi, mmmm).

puchong, malaysia
simonlongGetty Images

Anguria o cocomero, melone d'acqua, citrone: comunque lo si apostrofi, resta la sinfonia in rosso e verde dei mesi più caldi. La gioia vitaminica dell'estate vintage di Baby che nessuno poteva mettere in un angolo e che cambiava il suo destino offrendo un cocomero gigante prima di balli orgasmici, il profumo di gomma da masticare al cocomero che cristallizza in atomi di luce odorosa l'amore rovente tra Trip e Lux su Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides, il Grande Cocomero atteso da Linus delle strisce dei Peanuts di Charles M. Schulz. Afflati culturali a parte, che di fronte a bancarellari, cocomerari in via d'estinzione e corsie del supermercato funzionano da romantico condimento ma servono a ben poco, il succo EHM centrale della situazione è sempre quello: l'anguria come si sceglie? I trucchi ci sono, mandarli a memoria è un attimo, la pratica come sempre porta alla perfezione. Avvertenza strutturale: calendario alla mano, perché il ritmo imperturbabile è quello di una stagionalità che, come per le ciliegie, conosce solo pochi mesi di azione. L'anguria si può comprare in serenità (e leggere l'etichetta è sempre un dovere) solo da maggio a settembre, meglio ancora nella tripletta centrale giugno-luglio-agosto. Negli altri mesi non si trova e se capita di vederla è irrimediabilmente coltivata in serra in posti caldi, ma è meno buona e sarebbe meglio non acquistarla.

Ma come si capisce se l'anguria è buona? Chi ha avuto modo di vagare per campagne sin da bambino ricorda il valore di certi gesti eterni e ripetitivi, che sembrano custodire il mistero supremo dell'ortodossia contadina, tramandabile soltanto dopo determinati riti di iniziazione che coinvolgono tre sensi su cinque. Primo su tutti, il caleidoscopio: guardare attentamente i colori e le texture della buccia dell'anguria. La superficie deve essere liscia e opaca, con striature color crema pasticciera e menta glaciale; la macchia gialla simile ad un'ammaccatura è un plus, il punto su cui l'anguria ha poggiato tutto il suo peso per maturare serenamente al sole. Il picciolo deve essere secco, altrimenti significa che l'anguria è stata colta troppo presto e non è ancora matura, al contrario il punto opposto deve essere leggermente cedevole sotto le dita. Se optate per un'anguria già aperta perché avete paura di non riuscire a consumarla tutta (nemmeno recuperarla per maschere viso effetto fresh), anche il colore della polpa può dire la sua: rosso rosato concentrato al centro, che sbianchisce sul bordo esterno, dall'aspetto croccante e cristallino. In linea generale, però, meglio comprarla intera e casomai conservarla trasformarndola in ghiaccioli e sorbetti ready-to-eat.

Secondo step, la bussata. Il trucco centrale che mette insieme il tatto e l'udito, esattamente come farebbero i primati da cui discendiamo: un paio di colpi di nocche ben assestati sulla buccia. La risposta dell'anguria deve restituire un suono sordo ma pieno, non troppo basso, fedele riproduzione audio della sua perfetta maturazione. Va tenuto presente anche che l'anguria si divide in frutti maschi e frutti femmine, e laddove i primi sono più allungati e hanno un sapore vagamente annacquato, le seconde sono invece più rotonde e zuccherine, dal gusto più concentrato. Semplice differenza che non intacca comunque il Bignami sull'anguria e come sceglierla, e il terzo passaggio: sollevamento pesi. Il cocomero è un frutto composto prevalentemente di acqua, quindi a parità di apparente maturazione (scoperta con i trucchetti precedenti) conviene sempre prendere quello che pesa di più perché conterrà più acqua e sarà più dolce da gustare. Non fatevi mettere fretta da nessuno e fate le dovute prove, anche aiutandovi con la bilancia se ne avete modo: più il frutto pesa, più è buona. E l'acquisto non deluderà lingua e palato, sovrani di tutto quello che sottoponiamo al loro giudizio implacabile. Una fetta via l'altra (ma con moderazione), gocce liquide di zucchero e scaglie rubino da sciogliere in bocca, e persino il proprio Patrick Swayze-Johnny cui caldeggiare con infinita naïveté "Ho portato un cocomero".

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