I gelati confezionati si classificano da sempre, oltre che per sapore, aspetto, consistenza, anche per la categoria – assai meno usata – dei caratteri sessuali di riferimento, che li divide in quelli che inneggiano all'esaltazione della componente maschile e alla falloforia (vedi il Calippo, il Lemonissimo, il Cono Magnifico) e quelli che simboleggiano, quasi sempre in modi più soavi, la fertilità femminile (la Crêpe Antica Gelateria del Corso, la vaschetta Carte d'Or, la Coppa Rica). Pochissimi gelati hanno osato di più, azzardandosi a sintetizzare le due parti in causa in un solo prodotto, seppure con esiti visivi e funzionali vari e spesso incerti. Il caso meglio riuscito è con tutta probabilità quello offerto, negli anni Ottanta, dalla Pipa Sigel: come gli strumenti da fumo da cui derivava, anche la pipa gelato viveva della dialettica tra un cannello più o meno dritto e allungato e un fornello tondo e ospitale, ripieno di crema e di molti ricordi felici. Nei primi anni Novanta, però, un nuovo prodotto piomba sul mercato italiano e prova a sparigliare le carte. La genesi del Maxibon è stata senza dubbio la più osé tra quelle della gelateria industriale: un Fortunello e un Cremino fanno sesso selvaggio (probabilmente in spiaggia) e quello che ne nasce è un minotauro gelato, metà biscottato e metà ricoperto. Il Maxibon Motta (poi Nestlé, oggi Froneri) era figlio dell'amore tra due creature cui era negata la possibilità di congiungersi eppure, nonostante questo, lo avevano fatto d'istinto e anche con discreti risultati; fino a dare vita a una creatura nuova che, seppure non slanciata come un Pirulo o ergonomica come un Liuk, incontrò da subito il gradimento del pubblico, diventando presto un punto di riferimento per i gelati industriali dalla qualità socialmente accettabile.

un Fortunello e un Cremino fanno sesso selvaggio

Esistevano ed esistono solo due tipi di persone: quelle che di un Maxibon preferiscono la parte biscottata e quelle che preferiscono quella granellata. Le pari opportunità tra le due parti del gelato, con la loro stupenda ambiguità, prevedono che, secondo i gusti, una metà sia impugnatura dell’altra, e viceversa. In genere, si tende a mangiare per prima la parte che piace meno, arrivando all'altra solo per il gran finale. Ma non è detto che non si preferisca fare il contrario. Il biscotto rappresenta la certezza di un rifugio saldo, quale che sia il mare di stracciatella in cui navighiamo. La copertura di cioccolato vale soprattutto per il rischio che si sciolga sulle dita prima di arrivare a romperla coi denti. Il Maxibon non rappresentava soltanto un'unione sessuale, ma un amplesso tra texture e concetti apparentemente inconciliabili, al di là del genere: un rovesciamento dell'ordine costituito e incartato. Non era un gelato che si risolveva nel rapporto con il sé e le sue aspirazioni (come la Viennetta), o con la propria crescita psicofisica (come il Cucciolone), ma nella connessione con l’altro, chiunque esso fosse. Il Maxibon era nato per consegnare all'umanità un messaggio di pace e armonia; vale a dire: sotto il biscotto o sotto il cioccolato, in fondo, siamo tutti uguali: siamo tutti fiordilatte più o meno denso, più o meno variegato. Niente di strano se la comunicazione della Motta cercò subito di normalizzare un gelato dal portato così moderno, con l'obiettivo palese di vendere più Maxibon possibile ma anche con quello – malcelato – di ricondurlo a concetti più accessibili per il pubblico di allora. La prime pubblicità italiane, di larghissimo successo, sembrano infatti scritte per mostrare il Maxibon più come agente di potenziale, umoristica disfatta tra coppie tradizionali (si veda lo spot del 1999 con Cristiana Capotondi, invece che di conciliazione fra inediti opposti.

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Il primo spot Maxibon con Stefano Accorsi, cinque anni prima, aveva formulato un manifesto atto a stupire e assolvere la borghesia italiana, che veniva da decenni di monotematici cornetti. Il suo slogan esaltava il vantaggio di scegliere di non scegliere fra diverse opzioni; il comfort di applicare i principi di yin e yang non a complesse teorie filosofiche, ma a piccoli problemi di moralità quotidiana, come il non sapersi decidere fra due donne o due gelati. Perché esprimere preferenze se puoi avere la botte piena e l'amante ubriaca e, come nei chiaroscuri della storia della pittura o nell'alternarsi di temperature nelle acque termali, la prima si gioverà del contrasto con l'altra? Accorsi ci sussurrava all’orecchio: Puoi avere tutto: caldo e freddo, inverno e estate, lasagna e parmigiana. Non darti affanno, uomo: nessuno d'ora in avanti verrà a chiederti se vorrai essere compreso dalla granella di nocciole o, disgiuntamente, da un wafer. Potrai godere di entrambi i rivestimenti con un leggero sovrapprezzo e un sensibile aumento in kilocalorie.

Oggi siamo molto più disinvolti davanti al fascino del Maxibon. Anzi, forse siamo così liberi di pensare e affermare tutto e il contrario di tutto che, dopo lo straordinario invito iniziale che ci fece questo gelato (accettare gli altri), dopo aver corso il rischio che questo fosse frainteso (Du gust is megli che uan), abbiamo finalmente la possibilità di cominciare a guardare, attraverso di esso, dentro di noi. L'ambivalenza del Maxibon ci rispecchia così tanto che, per molti membri del partito della granella, un sogno ricorrente è scartarne uno e trovarsene davanti entrambe le terminazioni ricoperte di cioccolato, come se fossero la versione dolciaria di un ritratto di Narciso al fiume. Non è un caso che un Maxibon monstre, con doppio biscotto, sia già una realtà almeno in Australia (che dopo l’Italia è l’altra patria del Maxibon). Come tante altre cose attualissime e bellissime, sembra photoshop ma è la realtà. Deve essere molto comodo ma un po’ strano maneggiarlo, come impugnare una katana a doppia lama in una sessione di gioco di ruolo dal vivo nei boschi del reatino. Ma più che altro deve simboleggiare un grado in più di autodeterminazione: quella di unirsi con sé stessi. Un'intera recente campagna per il nuovo Maxibon Cereal Mix è dedicata al tema del “piacere di andare in bianco”. Dal superomismo poliamoroso accorsiano siamo passati, nell'arco di poco più di un ventennio, alla consolazione di provare ad amarsi almeno da soli.

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È chiaro che, oggi più che mai, l'argomentazione fondamentale per provare a capire il Maxibon non sia più ammettere che non possiamo che desiderare più partner, più gelati, più alternative, che siamo alla ricerca di apporto calorico o di senso esistenziale; e fare i conti con questa ammissione pubblicamente, costi quel che costi (come postulava Accorsi). Né tantomeno fingere ipocritamente di rigare dritto, mentre si razzola male (come accadeva al fidanzato fedifrago della povera Cristiana Capotondi). Forse è meglio mettersi, una buona volta, l'anima in pace e cominciare a fare lo sforzo di ravvisare in un solo gelato, o in un solo partner, purché scelto bene, tutti gli altri possibili, e abbracciare la monogamia sentimentale e gelatistica non come un intoppo ma come uno stimolo all'immaginazione. Non dobbiamo guardare più al Maxibon classico come a un invito a guardarci attorno, ma a scandagliarci dentro, e leggere nel dualismo della sua forma e della sua sostanza un nuovo appello a cercare in noi stessi una chiave di lettura del mondo, che siamo o non siamo compresi in una coppia, in una famiglia o in una società, del resto, sempre meno comprensibile o, perlomeno, sempre meno arginabile tra le maltodestrine e la farina di semi di carrube. Ingollare un Maxibon al chiaro di luna non varrà probabilmente più come una terapia di coppia, ma almeno non sarà più un'istigazione all'adulterio ai danni, prima che del nostro partner, della nostra coscienza. Solo così il Maxibon continuerà a esercitare, finalmente libero da ogni preconcetto e strumentalizzazione, soprattutto nel formato multipack, la sua forza rivoluzionaria di vessillo delle infinite possibilità combinatorie di cui dispongono anche i gelati monogusto e i cuori solitari.