Caro Liuk, sarai anche un gelato al limone piantato su uno stecco di liquirizia ma, in fondo, sei un amico che sa dirci la verità

Basta coi gelati confezionati che ci seducono con false promesse di una vita ultraterrena o impossibilmente avventurosa: dopo i picchi dell'aroma di limone, dopo le risate argentine della gioventù, il Liuk è la celebrazione di quello che resta.

Caro, delizioso, severo Liuk, sarai anche un gelato al limone piantato su uno stecco di liquirizia ma, in fondo, sei un amico che sa dirci la verità. Sorbetto verticale alla Stefano Boeri, hai la sagoma di un piccolo shuttle dolceacre che decolla dal frigo, atterra sulla lingua e ci rimane nella testa; e questo sia per la tua audace combinazione di sciroppo di glucosio-fruttosio e succo di limone da concentrato (mai inferiore all'8,5%) e sia, soprattutto, per i pensieri che ci porti a fare sul senso della vita. Al contrario della maggior dei gelati confezionati di cui abbiamo goduto da piccoli per una lunga, interminabile stagione estiva, e che poi abbiamo rincorso per tutto il resto dei nostri inverni, il Liuk non aiuta a esorcizzare o abbreviare le tappe della crescita (vedi Cucciolone), né ad autocelebrarci in quanto adulti arrivati (vedi Viennetta), ma ad accertare e accettare, semplicemente, quello che siamo diventati. Il miglior ghiacciolo gourmet (perfino uno di quelli fatti con Tequila Premium Clase Azul Ultra, da mille dollari cadauno, nel resort Marquis Los Cabos, Baja California Sur) avrà pur sempre un difetto: lasciarci, dopo un'esperienza pur magnifica, con un pezzetto di legno in mano. Il Liuk (già Steccalecca) è riuscito, nel suo piccolo, a risolvere brillantemente questo problema.

Lo stecco di un Liuk è una verità che si può comprendere solo alla fine di un viaggio

Per certi versi un Liuk è la versione per adulti del Gommolo (l'antico cono Eldorado che fu il sacro Graal di tante crociate balneari) e di tutti i suoi competitor o successori dotati di sorpresine post-vendita e post-consumazione, quasi sempre sotto forma di gomme americane embeddate nella cialda o nell'impasto. La narrativa commerciale di questa famiglia di gelati è fondata sulla promessa di un'elargizione che spesso è sì commestibile ma che, in fin dei conti, sarebbe meglio non addentare (come la biancheria edibile o le proprie unghie). Puntualmente, a leccate o morsi ormai esauriti, il piccolo utente di questi prodotti dolciari si ritrova in bocca o in mano un secondo prodotto da consumare o custodire, quasi sempre deludente quanto il primo, sebbene costituisse il vero motivo per cui lo aveva desiderato, inseguito e, infine, mangiato. Lo stecco di un Liuk prende le mosse da questa tradizione, ma è tutta un'altra storia. E qui non si tratta soltanto di aver reso strutturale e visibile – invece che accessoria e occulta – la natura della sorpresa. Non accadrà mai per lo stecco di un Liuk quello che accade, ad esempio, per il puntale di cioccolato del Cornetto Algida. Quella per la punta dei Cornetti è una perversione talmente nota che il consumismo, da sempre amico delle nicchie quanto della massa, ha introdotto sul mercato pacchetti di sole punte, senza Cornetto. Ci sono presentate non dai banchi frigo – dove dovremmo prenderci la briga di pescare un Cornetto, scartarlo, consumarne il cuore di panna e finalmente arrivare alla meta – ma a temperatura ambiente, innaturalmente deumidificate, esposte in fila l’una accanto all’altra, come tanti romanzi gialli di una sola pagina in cui si rivela subito il nome dell’assassino, e privi di trama. Quelle punte di Cornetto sono la promessa impossibile di poter comprendere una destinazione senza aver compiuto il percorso che solo ci può condurre a essa; e mostrano l'illusorietà di un paio di scarpe da ballerina dotate di un sistema pneumatico alla Ritorno al futuro perché si elevino automaticamente sugli alluci. Lo stecco di un Liuk, invece, è una verità che si può comprendere solo alla fine di un viaggio, cioè mangiare un Liuk o aver vissuto. Non potrebbe esistere come prodotto a sé stante: privo del gelato al limone che lo precede nella degustazione sarebbe solo un pezzo di liquirizia parecchio processato, e nulla più.

Per un adulto la liquirizia di un Liuk diventa quasi il motivo per cui giustificarne l'acquisto

Da bambini abbiamo scoperto il Liuk quale corrispettivo dolce dei Fonzies: per goderne sembrava essenziale sporcarcisi. Solo procedendo con la giusta, infantile lentezza, infatti, lo stecco di liquirizia raggiungeva la temperatura giusta perché non fosse più duro di un tondino di ferro dolce colore dell'ebano. In altre parole, ti dovevi leccare pure il gomito. Per un bambino medio quello stecco non era, in sostanza, meno usa e getta di un suo corrispettivo in legno. Per i marmocchi più evoluti, consci anche del vantaggio competitivo di non dover gettare lo stecco nel cestino, chiedere un Liuk invece di un Calippo era un po' come uno step in più prima di rubare la prima sigaretta. Invecchiando, quando ci capita un Liuk tra le mani, non indugiamo più come un tempo nel finire la sua parte al limone. Facciamo il contrario del bambino che era in noi. Per un adulto la liquirizia di un Liuk diventa quasi il motivo per cui giustificarne l'acquisto, come era per le chewing gum del Gommolo, solo che ci diciamo che è buona. Ma non sta qui sta tutta la differenza.

Quello stecco non è altro che la seconda parte della nostra esistenza

È difficile ricordare precisamente quando è che abbiamo cominciato a essere persone che pensano, anche solo per un istante, di comprare un pacco da otto Liuk per ottenerne otto stecchi di liquirizia. Sappiamo solo che, a un certo punto, è successo che ci siamo trovati davanti quello stecco di liquirizia e abbiamo pensato che non era poi così male. Il punto di non ritorno potrebbe essere rappresentato dal primo Liuk mangiato senza imbrattarsi neanche un lembo del costume da bagno. Senza che una sola goccia zuccherosa piombasse nella sabbia, scavandovi un piccolo cratere destinato a impollinare di melassa la pianta di un piede scalzo, o a divenire la location di un sabba iperglicemico per una colonia di formiche da spiaggia. Quello stecco non è altro che la seconda parte della nostra esistenza: meno luminosa della prima, ma non priva di sapore. Un sapore, certo, più severo, meno squillante, ma comunque dolciastro, con una punta balsamica. È il conforto di qualcosa che, pur essendo fatto di semplice estratto di liquirizia, sa andare alla radice di un problema che ci affligge da tempo: la vita. Anche le partite di calcio più avvincenti conoscono un primo e un secondo tempo, e forse sono avvincenti proprio per questo. Così è il Liuk: un contrasto fra lo squillare delle trombe di un gelato dolcissimo candido – ma destinato a squagliarsi – come l'innocenza e l’austerità più durevole della liquirizia, che lo sorregge e gli sopravvivrà. Dopo i picchi dell'aroma di limone, dopo le risate argentine della gioventù, il Liuk è la celebrazione di quello che resta. È una easter egg che era stata sempre davanti ai nostri occhi, fatta per un 50% di liquirizia, per un 45% di questa presa di coscienza e, per il resto, di altri ingredienti ancora non del tutto chiariti. Può darsi che se, a 10 anni, non vuoi che la mamma ti compri uno Strabik, tu sia senza cuore. Ma se a 40 o 50 ti compri da solo un Liuk non è detto che tu sia senza cervello. Quel che è più probabile è che potresti avere ancora un cuore. Basta coi gelati confezionati che ci seducono con false promesse di una vita ultraterrena o impossibilmente avventurosa, come hanno imparato a fare benissimo, rispettivamente, il Magnum x Dante Paradiso (previsto per luglio) e il Nuii Motta con nocciole salate e caffè della Tanzania. Evviva il magro – eppur calorico – premio di consolazione destinato a tutti quelli che hanno fatto i conti con l'idea di aver terminato la parte migliore di un Liuk e che, nonostante questo, ne mangiano ancora: riuscire a cogliere la dissolvenza incrociata fra l'ultimo boccone al limone e il primo che sa soltanto di liquirizia.

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