“Se non ci sei dentro non lo capisci”. Con gli ultimi raggi estivi che sfuggono al perimetro delle foglie di vite per costringerti a strizzare gli occhi, un’espressione che poi, alla fine, assomiglia sempre a uno strano sorriso, le spalle ricurve, acquattate, abbracciate alle ginocchia in un silenzio cerimonioso e puro, di quelli che sentivi mentre speravi di non essere scoperto giocando a nascondino, i polpastrelli naufragati fra la terra umida e calda, fertile, gentile con il futuro. “Se non ci sei dentro non lo capisci” mi ripete Alessandro Bonzoni con la faccia semi nascosta fra acini color zaffiro e viticci avvolti su loro stessi, e con “essere dentro” lui intende proprio accovacciati fra i filari, forbici in mano, cesta a sfioro sul fianco, mente lucida, sguardo vispo, impulsività dosata q.b. “Conosco ogni centimetro di questo terreno a memoria” racconta in un giorno di fine vendemmia l’agronomo di Vigna Leone, l’antico poggio che fa da scenografia a L’Albereta Relais & Chateaux, il buen retiro devoto al lusso delicato nel cuore della Franciacorta, a Erbusco in provincia di Brescia. Ed è proprio incastonati fra boschi, l’arco delle Alpi, il lago di Iseo e il Monte Orfano che crescono, indisturbati, i vitigni di cantina Bellavista del gruppo Terra Moretti, dove ha origine lo Chardonnay in purezza considerato il re delle bollicine italiane (e non solo). “Semmai te lo stessi chiedendo, le vendemmie non sono tutte uguali, ogni anno cambia tutto, radicalmente, per fare un gioco di parole”, continua, mentre mi passa le cesoie, “quello che non cambia è quello che hai dentro mentre vendemmi, è come se fosse un mix di sensazioni, quell’andare a sentimento tipico delle passioni che, però, deve per forza mescolarsi a uno studio certosino, ad analisi perfette. Mi piace dire che quello che io e i miei ragazzi facciamo è educare ma sapere quando lasciar andare”. Sbam. I primi dieci minuti di vendemmia della mia vita (e forse nemmeno gli ultimi…) sono valsi più di un’ora di analisi, educare ma lasciar andare, non fidatevi di chi vi dice che non si può fare filosofia all’alba, con gli occhi ancora impiastricciati di sonno e un paio di guanti argentati sporchi di terra. “In Bellavista possediamo circa 207 ettari di terreno distribuiti su 10 comuni della Franciacorta, abbiamo a che fare con più di 64 tipi di suolo, raccogliamo sui duemila quintali al giorno, facciamo assaggiare agli enologi quasi 140 variabili in cantina… Ecco, vendemmia è anche questo, numeri, complessità, parallele e perpendicolari infinite. L’unica cosa che puoi fare è seguire la natura, trasformarti con lei, non sai mai come si comporterà, fatti trovare sempre pronto ad ascoltarla. Se la tratti bene, lei ti ripagherà, stanne certa”, continua mentre vendemmiamo all’interno della tenuta che accoglie l’hotel di charme storia dell’accoglienza Made in Italy dal 1933, che ha sublimato l’arte dell’ospitalità in una liaison che celebra passato, presente e futuro.

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“Pensa che quest’anno si prospettava la vendemmia peggiore di sempre, ha grandinato tutto l’anno. Invece, è stata la migliore degli ultimi 40 anni”, continua Bonzoni con la voce provata dal racconto e dai ricordi, nonostante il lieto fine. “Mi piangeva il cuore, lavori un anno intero, ti prendi cura del terreno per una vita intera e poi basta una grandinata a distruggere tutto. Ma, anche stavolta, la natura ha fatto il suo corso, ci ha ricompensati per non essere stati troppo aggressivi con lei, per non aver voluto prevaricare sulla sua forza. Proprio quando avevamo deciso di lasciar andare le cose, di prenderla con filosofia, di accettare ciò che aveva deciso il Padre Eterno per noi, lei ci ha regalato la magia”. Non di sole parole o fatalismo sono imbevute le parole dell’agronomo re Mida dei vini Bellavista, nate nel 1977 per volontà dell’imprenditore Vittorio Moretti che aveva deciso in quell’anno di trasformare in azienda una piccola attività vitivinicola fondata su alcuni ettari di proprietà di famiglia, “siamo l’unica azienda in Franciacorta che da aprile in poi non toglie mai le foglie attorno all’uva, perché l’uva deve rimanere coperta, non deve essere ustionata dal sole, non tocchiamo una foglia, letteralmente parlando”, spiega, “tutti le tolgono per comodità, per lavorare in modo più comodo, ma è come stare al mare tutto il giorno senza ombrellone. La foglia è il polmone che fa maturare l’uva. Anche la ramificazioni non si devono capitozzare perché tutte le sostanze di riserva sono lì dentro, se le togli una ferita alla pianta. Molti le eliminano anche per facilitare l’inserimento di trattamenti a stretto contatto con l’uva o ‘pozioni magiche’, come le chiamo io, ma se il Padre Eterno non ce le ha date in natura perché dovremmo usarle? Meglio del sole e l’aria non ce n’è. Se tu aggiungi una cosa, hai già cambiato qualcosa, e quel qualcosa sarà lì per sempre, la pianta ne risentirà e quindi il vino ne risentirà, troverai profumi diversi in cantina. Che poi, alla fine, l’ottima annata la fa la qualità e non la quantità”. Dal vigneto al vino, tutto è affidato a lavorazioni naturali, ogni scelta è operata nel vincolo imposto dai ritmi della natura e dalla storia del territorio di Franciacorta il cui nome - fun fact - sembrerebbe derivare da “francae curtes”, le piccole comunità medioevali di monaci benedettini che ottennero l’affrancamento da dazi e gabelle in cambio del loro impegno ad insegnare alle popolazioni autoctone la coltivazione della vite.

Una delle nuove suite della Torre Contadi Castaldi a L’Albereta
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“Si vendemmia sempre a coppie uno di fronte all’altro sullo stesso filare, così si mette la cassetta in mezzo e ognuno adagia, adagiare mi raccomando, i grappoli che ha appena raccolto. Dove non arrivo io, arrivi tu”. Non sarà più l’alba, ovvero l’orario propizio in cui per 15 giorni l’anno Bonzoni e la sua squadra si mettono di buona lena per continuare quella missione circolare che è il “fare vino”, ma stiamo vendemmiando davvero. “Con la punta delle forbici si tolgono acini secchi o impurità, uno ad uno, grappolo per grappolo. Se fai già una selezione a questo punto del processo, non porti le impurità in cantina e allora è difficile che il vino non venga buono… Poi adagiamo i grappoli nella cassetta, senza riempirla tutta per evitare di schiacciarli. Abbiamo tarellato tutto l’anno, eh, non possiamo permetterci di non rispettare ogni chicco con la nostra foga”, il vendemmia tutorial for dummies è servito. Nello specifico quello dei vini Franciacorta, le celebri “bollicine “prodotte con il metodo classico della lenta rifermentazione in bottiglia e con la totale elaborazione solo nella zona di produzione delle uve. Riconosciuto dalla comunità europea nel 2003 come massima espressione dell’eccellenza e della produzione di qualità, infatti, il metodo Franciacorta prevede l'impiego di uve Chardonnay, come nel caso di Bellavista, o Pinot bianco e/o Pinot nero, e la lenta rifermentazione in bottiglia a contatto con i lieviti per almeno 24 mesi per i Franciacorta non millesimati e per almeno 30 mesi per i Franciacorta con millesimo. “Tutta l’uva di Vigna Leone è stata raccolta e trasportata a mano per cercare di velocizzare gli step e per farle prendere meno calore possibile. Se l’uva è più fresca riesci a pigiarla meglio, e il vino ne risentirà, in meglio”. Anche il questo mestiere il tempo può essere il tuo miglior amico o il tuo peggior nemico. “La sfida più grande è ridurre i passaggi di produzione nei vigneti, che è anche una grande sfida a supporto della sostenibilità. L’uso di meno trattori possibili, meno gasolio, meno cO2, meno compattamento dei suoli”. Ed è proprio dal suolo che parte uno dei capisaldi della lavorazione di questi vigneti ubicati sulla collina Bellavista, così denominata per la posizione che, da un unico punto, abbraccia il Lago d’Iseo e l’intera pianura padana sino alla catena delle alpi, “la viticoltura di Bellavista si concentra sulla lavorazione dei suoli, vogliamo il più possibile educare le radici in profondità. Siamo l’unica azienda in Franciacorta che non irriga le vigne, e i migliori vini al mondo sono quelli non irrigati, perché dobbiamo cercare di educare le radici delle piante ad andare in profondità e imparare ad autogestirsi, quindi ci vuole più tempo. Ma le sfide ci piacciono, piacevano anche ai nostri nonni d’altronde, che avevano a disposizione solo zappe, braccia e raggi del sole. Perché dobbiamo trovare sempre la scorciatoia? Possiamo produrre il meglio semplicemente utilizzando la pazienza. Tant’è che preferiamo iniziare la vendemmia dopo una settimana rispetto a tutti gli altri, perché noi stacchiamo il grappolo solo quando è sano e maturo, non vendemmiamo per comodità. Le vendemmie storiche sono quelle di settembre inoltrato, quando l’escursione termica fa sì che l’uva si impregni di sapori e umori”.

L’Albereta dalla Vigna Leone
Stefano Scatà

Ma come si capisce se un grappolo è pronto? “Ovviamente lasciamo che i nostri specialisti facciano delle analisi ma, in modo più empirico, lo capiamo dai semini, se sono marroni e se scrocchiano in bocca quando li mastici vuol dire che l’uva è matura”. Okay, te lo devo chiedere, ho letto che fra questi filari svolgete delle operazioni chirurgiche alle piante, “Sì, si chiama dendrochirurgia e lo si fa come per gli esseri umani perché, finché si può agire, non possiamo permetterci di lasciar morire un organismo vivente. Soprattutto se quell’organismo è prezioso. E le piante più vecchie sono anche quelle più preziose, sono il patrimonio dell’azienda, sono quelle veramente produttive. Conta che le piante giovani per essere nel pieno della loro produttività impiegano almeno 6 anni”. Sennò? “Sennò non mantieni lo stile del tuo vino, cambi strada e la fai cambiare anche al tuo vino e quindi alla tua azienda e quindi al tuo patrimonio, e quindi non arrivi molto lontano… Anzi, a proposito di anni, facciamoci una promessa, torna qui fra altri 6, apriremo una bottiglia, lì ci sarà un po’ dell’uva che abbiamo vendemmiato oggi”.