Le feste del Salone del Mobile, ovvero l'arte di scegliere le tartine

Se non sei nessuno, non sei nessuno. Capitolo 7 di Tempo da Mosche, il bloghetòn di Enrico Dal Buono.

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Qui a Milano è la settimana del Salone del Mobile. Ho rivisto la Pestelli ieri sera, alla festa di Romeni, la marca di gioielli famosa per le sue lavorazioni da fabbro medievale. L'attrice si stava facendo fotografare. “Oh, visto che bell’anello”, si toccava le labbra, “visto che bel bracciale”, si pettinava. Insomma, ironizzava sulla marchetta per cui era lì.

“Ci siamo conosciuti a una conferenza stampa” azzardo, e sento già le ginocchia che tremano, come sempre: per i greci erano la sede dell’anima, io devo avere l’anima di un pollo.

“Ah, certo, mi hai fatto delle domande molto intelligenti” dice.

Non poteva ricordarsele, ma io sì, ed erano sul tema più idiota che si possa immaginare, cioè “cosa attendersi dal 2013”. Ma quello che neanche lei si scorda, neppure per un secondo, è che attorno c’è quel contorno di carne e di ombre e di orecchie e di invidie che è il pubblico permanente. Brindiamo con due spritz, parliamo della crisi del cinema, afferro un panino da un vassoio ambulante, di quella dell’editoria, lei afferra una crocchetta da un altro vassoio, di come è provinciale Milano, spiedino, pigra Roma, gattò. Appoggiamo i bicchieri vuoti su un terzo vassoio.

“Passo spesso da Roma”, le butto lì.

“Fatti dare il mio numero da Rita” – un’amica in comune, redattrice per le pagine mondane di un mensile, alta, secca e fulva come una carota, sbucata dall’abisso tellurico lucano con la determinazione fisiologica di un ortaggio, una di quelle che “ce l’hanno fatta da sole” e preferirebbero finire in un soffritto che arretrare anche solo di un millimetro nella torba.

“Prendiamo un aperitivo?” mi chiede Elisabetta.

“Volentieri”.

“Dopo vieni alla festa di Bobo Invernizzi?”

“Direi di sì, ci vediamo là.”

Me ne torno al bancone tutto eccitato come una scolaretta e chiedo un altro spritz.

Un due di picche tra donne nude e consolle rococò

La festa di Invernizzi - il compositore che ha fatto entrare la musica dodecafonica nelle playlist delle festicciole liceali grazie al libro Arnold Schönberg strimpellato al figlio di mio cugino - l’ha organizzata Marco Trastulli, un pr gay alfa, in uno streap club. Invernizzi, il cui matrimonio con una modella di nome Soraya è stato molto più utile alla sua fama della “pantolalità pop”, come lui definisce il proprio stile musicale, è vestito da donna e finalmente può atteggiarsi a quello che tutti vociferano che sia: un gay. L’ho intervistato qualche settimana fa per la rivista Iron Man, nella sua sala di registrazione con Lucio Dalla a tutto volume e giovani tecnici e musicisti con le espressioni piene di noia creativa. E lì lui era tutto profumato, ma col fiato fetido, una lama rossa attraverso una nuvola azzurra. Era stato molto gentile e aveva parlato di figa dal primo all’ultimo minuto: che lui è “esteticamente e personalmente fissato con la figa”, che “tutto ruota attorno alla figa”, che “i maschi sono inquieti perché vogliono tornare dentro la figa mentre le donne sono già complete perché sono la figa”.

Ecco, allora ieri sera, con la parrucca mora e il rimmel blu e le scarpe rosse col tacco da hostess, era finalmente completo, nessuna voglia di sguazzare nell’utero e succhiarsi il cordone ombelicale e infilare i piedini tra le calde pieghe del clitoride, perché lui stesso era una figa. Attorno a Invernizzi orbitavano i soliti: montature spesse, trascuratezza studiata con senso di responsabilità, barbe lunghe e inespressione.

Sopra questa massa di stronzi si dimenavano filippine e rumene a zinne al vento, alcuni fingevano con disinvoltura che quelle fossero l’evoluzione 3.0 delle luci stroboscopiche, altri commentavano con l’indice sulle tempie, come fissando una consolle rococò, perché erano ancora in modalità “teorie sul design”. Uno, col berretto da baseball, s'è bloccato, tutto dritto, davanti a una nera, corpo perfetto e naso larghissimo, che ha preso a strusciargli le tette sulla bocca. Lui stava immobile e la fissava. Dietro, gli amici sui divani gridavano e esultavano. Era un prova di forza? Una tattica per abbassare l’autostima della cubista?

Rita mi toccala spalla, “C’è Elisabetta” bisbiglia.

Un passo verso di lei. “Ciao.”

“Ciao.”

“Tutto bene?”

“Sì”.

Accanto a lei c’è un tipo con un cappello a tesa larga e un naso adunco. “Stai qui un po’?” le chiedo.

“Vado a far pipì.”

“Poi te ne vai?”

“Ho la pipì” ripete.

Rita mi dice che quello è un pezzo grosso dell’emittente televisiva Utramedia: “È potente” mi fa.

Mi piazzo al bancone e prendo una birra, devono passare da lì per uscire. Lei mi vede dalla distanza, la vedo che mi vede, ma punta gli occhi sul cappello potente e se ne va. Mi sento schiacciato dalla legge della giungla, un piede nero e calloso, e il fatto che mi distrugge è che neppure i miei genitori potrebbero mai far nulla per impedirlo, perché anche loro ne verrebbero schiacciati e la cosa, visto che non ho mai compiuto sedici anni, mi sembra impossibile e spaventosa.

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