Il senso di colpa non esiste: il senso di colpa vive

Il senso di colpa è una fede, assoluta e nera. Il suo dogma è: "sarai scoperto!" Capitolo 33 di Tempo da mosche, il bloghetòn.

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Pochi giorni dopo la laurea me ne andai a Parigi con alcuni amici, per festeggiare. “Vedrai che ho imparato” avevo detto al mio grande amore mentre la ringraziavo per quella licenza straordinaria.

La prima sera, in discoteca, mentre ballavamo, un’amica di Paolo, Lara, mi guardò e sorrise. Io ricambiai – educazione. Lei fece qualche passo verso di me: anche io – emulazione. Ci baciammo – emulsione. Lei si girò e mi strusciò il sedere sul pacco a tempo di musica – erezione. Le dissi che mi piaceva dalle prime volte in cui ero andato a trovare Paolo a Parigi, perché l’idea mi sembrò poetica. Uscimmo a fumare una sigaretta, discutendo se andare da me o da lei. Poi l’effetto dei vodka tonic scemò e allora le dissi che non era mai successo che baciassi un’altra ragazza da quando stavo con Silvia, perché lei, Lara, con quel nasino all’insù, rendeva tutto innocente, le dissi che però, nonostante le sue vezzose cartilagini, non potevo scoparla – la qual cosa mi sembrò ancor più poetica.

Mi risvegliai con la testa di fuoco e con la coda di paglia. Gli altri dormivano tutti. Uscii dall’hotel sulla Rive Gauche e mi misi a prendere i primi raggi di sole primaverile fuori da un bistrot. Mi passò davanti un ciclista travestito da Gobbo di Notre Dame, con una grande maschera di lattice piena di grinze e bubboni. Chissà per quale motivo mi squadrò dalla testa ai piedi e io mi sentii vulnerabile, perché il senso di colpa non si affida alla razionalità, ma al dogma: “sarai scoperto”. Man mano che i miei amici mi raggiungevano, li prendevo da parte. A quelli che ero sicuro m’avessero visto baciarmi feci promettere che non avrebbero aperto bocca, alternando giustificazioni a velate minacce – perché erano tutti fidanzati e chi di loro non aveva flirtato con qualche ragazza e poi non si era vantato con me della potenziale conquista? Quelli che, secondo la mia ricostruzione, erano troppo impegnati a ubriacarsi o a vomitare, li interrogai – per accertarmi che la mia ricostruzione fosse corretta – fingendomi sovrappensiero: commentavo il profumo di una baguette appena sfornata, “Mi sono annoiato ieri sera, tu non eri con me sul divano, vero?”, elogiavo le tanto affascinanti mansarde parigine, “Bei modi, no, Lara?”, proclamavo che era proprio l’antipatia dei francesi a renderli irresistibilmente simpatici, “Non vedo l’ora di riabbracciare la Silvia, sai?”

E, in qualche modo contorto, dicevo la verità. Perché il senso di colpa, questa fede assoluta e nera, è anche il supremo tonico dell’affetto. Appena vidi Silvia la baciai e le dissi che la amavo da impazzire. “Hai combinato qualcosa, a Parigi.”

“Cosa ti prende?”

“Non so, me lo sento.”

“Tu sei matta.”

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