Come riconoscere una persona falsa? Perché alla fine lo ammetti. Ti dici: sono una persona orribile

Capire di avere sbagliato tutto. E non ricavarne alcun insegnamento. Capitolo 41 di Tempo da mosche, il bloghetòn

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Mentre me ne stavo sul bancone che circondava il primo piano a fumare le mie Camel Light (nelle pause uscivo a fumare sempre per primo, perché alla scuola di scrittura Oliver Twist tutti gli altri le sigarette se le rollavano), mentre pranzavo da solo nella tavola calda sotto la scuola (m’ero presto rotto le palle della mensa, quindi investivo sei euro e sessanta centesimi in una carne salada col parmigiano e in un mezzo litro di acqua gassata e davo dei miserabili ai miei compagni, col pensiero), fantasticavo sui polpacci di Wanda, che si metteva sempre nell'ultimo banco. Erano sodi, ben torniti, tanto che se fossi riuscito a convincerla a indossare dei sandali alti – probabilmente i primi della sua vita – e a piegarsi in avanti, la loro contemplazione, unita allo sfregamento del pene sulle pareti vaginali, avrebbe propiziato nel giro di tre o quattro minuti una eiaculazione sul suo sedere. Sì, soo una persona orribile. Ma che farci se sono tagliato così? Certo, Wanda aveva collant fucsia e anfibi e camice militari e vari piercing otorinolaringoiatrici, e aveva anche i denti un po’ storti e orecchie grandi come braciole, ma non riuscivo a contenere le erezioni pensando alle sue gambe.

E ciò perché, per farla breve, ero quello che si definisce un frustrato. Non ne potevo più della vagina di Silvia, ecco la verità, avevo voglia di fottere in giro, ecco come stavano le cose. Soprattutto da quando ero entrato nel bagno della mia casa a Ferrara, appena dopo di lei, e avevo sentito quell’odore.

Ma resistetti, resistetti per la paura della colpa e dell’ignoto, resistetti fino a che non cominciai a fantasticare anche sulla portinaia del mio palazzo, una rumena di mezza età con un neo peloso nel mento. Mi dissi che era troppo. Quella settimana c’era il Torino Film Festival. Decisi di dire a Silvia che, dovendo assistere a centinaia di proiezioni insieme ai miei compagni per poi assegnare il Premio Voyeur - Oliver Twist, non sarei tornato a Ferrara e non era il caso lei salisse a Torino. “Davvero, sai l’ansia che mi verrebbe a saperti tutto il giorno qui, sola, ad annoiarti” le spiegai, “no, non è vero che non ti voglio rendere partecipe” le ripetei molte, molte volte, “la settimana prossima tornerò già il mercoledì” la accontentai, “perché tu sei parecchio, parecchissimo più importante delle lezioni di sceneggiatura televisiva”. Lei si offese, irritò, incazzò, depresse. Le sarebbe passato.

Il sabato notte, dopo aver visto un film su un vecchio alsaziano col Parkinson che se la faceva sotto a ogni piè sospinto, rincasai solo, aspettai l’una bevendomi una bottiglia di barbera, telefonai a Silvia e le ripetei con eccezionale convinzione che la amavo e che non vedevo l’ora arrivasse il mercoledì.

Chiamai un taxi e mi feci portare in una discoteca, il Platinum, poi spensi il cellulare. Per il mondo non esistevo più, ero un dormiente, un ologramma, Keyser Söze arrapato, voglia di eiaculare in camicia azzurra, un pene col pilota automatico.

Il locale era un capannone riempito da rappresentanti, commesse, universitari, parrucchiere e assicuratori, da camicie con le righe oblique, scarpe a punta, bicchieri di plastica trasparente, gel e house commerciale.

Bevo un cocktail e faccio un giro su dalle scale, in pista, nei cessi, in un’altra pista. Temporeggio appoggiato al bancone. Colleziono qualche occhiata da un paio di ragazze per cui non vale la pena rischiare un rifiuto. Esco a fumare una sigaretta, torno dentro e ordino un altro cocktail. Altro giro. Altro cocktail, altra sigaretta. Mi sento finalmente sbronzo, quindi uno di quelli che sanno come gira il mondo e a cui, in fin dei conti, come gira il mondo gli piace. Anche tante ragazze mi piacciono, adesso, e Silvia è un ricordo lontano e indefinito nella mia testa: è là giù, accanto al gusto dell’ostia. Mi sistemo al centro della pista, la più piccola delle due, assecondo il movimento dei corpi circostanti. Incrocio un paio di occhi verdi. È una tappetta col brillantino al naso, ma ha i tacchi alti. Silvia si rifiuta di indossarli: cercavo proprio quelli. La guardo ma non ho il coraggio di avvicinarmi. Sono arrugginito, come si dice. Arriva lei e mi allunga la mano. “Allora mi presento io. – mi fa – Marianna.”

È un’estetista e quelle unghie viola da pornostar sono finte, se le fa lei.

“Che brava.”

“È il mio hobby preferito.”

“Sai, non sono venuto io perché, in realtà, sono impegnato.”

“Ah.”

“Però sono stato onesto, no?”

“Sì.”

“Non sono da premiare?”

“Devo pensarci.”

Dopo un’ora siamo da me. Ho solo un preservativo, che si rompe in dieci minuti. Lei insiste per continuare, non l’accontento e le chiamo un taxi.

La mattina mi sveglio, accendo il cellulare e non ci sono messaggi di Silvia. Allora le scrivo subito – si sa mai in discoteca ci fossero suoi amici, conoscenti, telecamere, si sa mai fosse venuta a Torino per farmi una sorpresa, spiarmi, si sa mai avesse le visioni. Non mi arriva risposta, bevo una birra. Noto un anello d’argento sul tappeto dove mi ero disteso con Marianna. Esco a comprare un’altra birra e lo do alla prima mendicante che trovo sotto ai portici. Silvia mi risponde chiamandomi “amore”.

Il lunedì il maestro Cucciniello ci chiede di scrivere un raccontino di una pagina a tema libero. Io non ci penso neanche un secondo e attacco a confessarmi. Cerco di essere sincero, di estremizzare gli aspetti più luridi della faccenda. “Sembra tutto finto. – commenterà lui – Il linguaggio è stilizzato.” Il sangue mi va alla testa, vorrei ucciderlo. “Per essere ironico devi soppesare ogni parola, – ha gli occhi che ridono – perché l’ironia è un fatto squisitamente linguistico. Sappi che è molto più difficile essere comici, che tragici. Davvero in pochi riescono a esserlo.”

Fu così che, tornato a casa, roteando i pugni nel vuoto per la rabbia, ruppi il fenicottero di gesso accanto alla vetrata. Perché se essere orribile non voleva dire essere bravo, ero orribile e basta.

“Sto sbagliando tutto, voglio ritirarmi” dissi per telefono a papà, così da punirlo per non avermi trasmesso i geni del talento, per vendicarmi perché non mi aveva obbligato a divorare l'Ulisse di Joyce quando ero bambino e adesso era troppo tardi per sviluppare qualche dote.

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