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Perché le punizioni non servono a nulla

Il pedagogista spiega come puntare semplicemente a una buona organizzazione.

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A volte agli occhi di un genitore o di un educatore la punizione sembra l'unica soluzione quando un bambino dice una bugia, non rispetta le regole, non ascolta... Allo stesso modo, però, una mamma, un papà o un insegnante sono anche consapevoli, avendolo vissuto più e più volte, che urla e castighi non solo sono controproducenti, ma spesso generano sensi di colpa e frustrazione nei più piccoli come negli adulti.

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«Punire non ha nulla a che fare con l’educazione. Le punizioni sono elementi estranei ai processi educativi, non hanno nessuna chance di favorire davvero la crescita dei nostri figli. Meglio puntare sulla buona educazione, sulle mosse giuste e sull’organizzarsi bene», spiega Daniele Novara, tra i più autorevoli pedagogisti italiani, counselor, autore, formatore e fondatore del CPP - Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti. Ecco dieci cose che abbiamo imparato dal suo ultimo libro Punire non serve a nulla (BUR-Rizzoli, 2016).

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  1. Sapere comunicare tra genitori e concordare le decisioni educative da prendere genera sicurezza e tranquillità anche nei figli.
  2. Adeguarsi all’età dei figli permette di dare le regole giuste senza supporre che siano più grandi o più piccoli della loro effettiva crescita evolutiva.
  3. La chiarezza delle regole consente ai figli di procedere in modo adeguato, di sapere esattamente cosa è possibile e cosa non è possibile.
  4. Stabilire una giusta distanza relazionale evitando promiscuità e confidenze eccessive mantiene gli adulti nel ruolo di educatori e mette i figli in condizione di rispettare e ascoltare i genitori.
  5. I bambini fanno propri gli atteggiamenti punitivi aggressivi trasformandoli in modelli di risoluzione delle situazioni conflittuali.
  6. Se puniti, i figli non sono valorizzati in autonomia e responsabilità, ma semplicemente colpevolizzati nei loro difetti e mancanze, cioè nella loro naturale e inevitabile immaturità.
  7. Il nostro compito è contenerli e aiutarli a imparare, ma siamo certi che impareranno attraverso la mortificazione?
  8. Bisogna evitare di banalizzare, di buttarla sul carattere e la personalità: «Ho una bambina difficile...», «Mio figlio ha un caratterino...!».
  9. Il loro tempo non è il tempo degli adulti, e fare il muro contro muro per questioni di organizzazione e tempistica è la strategia meno appropriata.
  10. È il bambino che cerca la vicinanza con i genitori, l’adolescente è proiettato sui coetanei. Aiutiamoli a regolare questo processo, vigilando sui pericoli e impostando buone regole di convivenza.
  11. Se aggrediti verbalmente, gli adolescenti aumentano la reattività emotiva ma diminuiscono le capacità cognitive, in particolar modo quella di cogliere le ragioni altrui.
  12. Quando la tensione sale, fermiamoci. Invece di iniziare a urlare, prendiamo tempo, sottraiamoci alle trappole emotive e cerchiamo di osservare quello che sta accadendo.
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