Essere freelance. Uno stile di vita, una filosofia sartoriale del lavoro tagliato su misura di se stessi. Non inganni l’etimologia che include l’aggettivo free. Il libero professionista, paradossalmente, la libertà la vive poco e quando la vive gli si ritorce contro. Come se la ragione suprema del disporre del proprio tempo diventi il male intrinseco della persona che la sceglie. Una visione dantesca che lo stesso Alighieri scrisse nel I canto del Purgatorio, quel verso libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta. E che nella divina commedia di tutti i giorni tende a trasformarsi in un gioco soffocante e pericoloso dettato dall’instabilità propria della vita da freelance. Una vita che porta a rifiutare tutto quello che non è lavoro per monetizzare al meglio il tempo a disposizione. I freelance in Italia, ha rilevato un recente studio Eurostat, sono 3,6 milioni di lavoratori (dai 15 ai 74 anni): la proporzione più alta di tutta l'Eurozona. Liberi professionisti sì, ma forzatamente liberi da orari definiti e da quelle sicurezze che un lavoratore dipendente potrebbe dare per scontate. Il tempo è una bilancia. Ed è il primo motore dell'ansia da freelance che per i liberi professionisti è compagna fedele delle proprie giornate super lavorative.

Dei risvolti psicologici della freelance anxiety, come è stata riportata su The Cut nell’ultimo di una serie di articoli dedicati ai risvolti da liberi professionisti, si parla da parecchi anni. Ben prima che la moda delle partite IVA invadesse i mercati di ogni tipo e diventasse il simbolo (nel bene e nel male) della gig economy. L’ansia dei freelance e lo stress che ne deriva cominciano sinistramente a meritare una categoria propria di analisi per via delle variabili che tendono ad acuirla (tempo/denaro, direttamente proporzionali). Quando si è dipendenti assunti, si tende a dimenticare il valore del tempo in cui si compie un lavoro: lo stipendio è garantito, arriva serenamente anche se nelle 8 ore di ufficio per 5 giorni la settimana sei poco attivo o se attraversi un periodo di calma piatta. Capitano quei periodi in cui si ha meno voglia di lavorare ma si ha comunque la sicurezza che l’avvenuto bonifico illuminerà il conto il 27 del mese. Per un lavoratore freelance è diverso.

Chi tra mille timori e speranze ha aperto la partita IVA per lavorare e va a caccia di committenti, ha una specie di ipercoscienza dell’importanza di quella proporzione tra tempo e denaro. È un pilastro dell'occupazione: il proprio valore professionale passa dal calcolo del tempo che serve a portare avanti quel determinato lavoro. “Il mio tempo costa” è una frase mantra: il freelance possiede una sorta di tassametro interiore che scatta ad ogni minuto lavorat(iv)o. Il valore che si dà al proprio tempo permette di sfiorare la tanto sospirata stabilità finanziaria pure con i pagamenti dilazionati a 60/90/180 giorni (sì, esistono). La diretta proporzionalità matematica è una gabbia di perfezione: più tempo impieghi lavorando (ignora pure il weekend), più guadagni, più puoi stare tranquillo. E più la professionalità aumenta, più quel tempo diventa prezioso e di conseguenza, costoso per il committente. Ma purtroppo e sopratutto, per sé.

Quello che succede nella vita del professionista freelance quando le ore da dedicare alla professione aumentano è superficialmente letto come un riconoscimento all’impegno. “Sto lavorando tanto e bene” è la frase di stanchezza mista autocompiacimento che ogni freelance sogna di dire, laddove i due avverbi si traducono in “soldi in arrivo”. Ma è la classica arma a doppio taglio. Perché sparisce completamente il concetto di tempo libero, di ore non dedicate al lavoro. È come avere un Bianconiglio che urla “è tardi è tardi è tardi” saltellando fuori dal bar sotto casa dove si è entrati in abbigliamento casual per una breve pausa caffè. Che pure se meritata, sembra sempre una sottrazione all'impegno. Il paradosso è che il tempo del freelance non è mai free: ogni ora libera è un’ora improduttiva. E l'improduttività, a cascata, genera angoscia e stress. L’ansia da freelance è quella che fa ragionare in termini di Tempo Perso A Fare Altro quando si potrebbe fatturare. Quell’altro riguarda, necessariamente, tutte quelle componenti della sfera privata non dedicata al lavoro: amici, relazioni sentimentali, hobby, sport, cinema, musica. Persino portare fuori il cane può essere considerato una perdita di tempo (fatevi due domande), si arriva a sentirsi in colpa perché non si sta lavorando. Jonathan Detrixhe, professore di psicologia evolutiva e terapista a Brooklyn, ha una fotografia perfetta del lato oscuro della vita da freelance: “Può essere solitaria, paurosa e piena di privazioni” ha spiegato a Tonic nel 2017.

Photo by Oleg Ivanov on Unsplash
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Dissolviamo il nero: non è tutto negativo. Scegliere di lavorare in proprio ha i suoi pro e i suoi contro. Secondo la giornalista di The Cut, per lei i pro sono stati di natura finanziaria: il suo valore in rapporto tempo/denaro le ha permesso di gestire meglio i guadagni e incrementare le entrate, con lavori sempre meglio pagati. In sostanza, ha saputo dare l’attenzione necessaria alle richieste del suo tempo professionale. Ma la libertà sbandierata così fortemente dagli stessi freelance è la stessa che avviluppa in una morsa costrittiva. Perché l’utilizzo del tempo rimanente dedicato a sé è scemato: i contro sono diventati dei veri e propri problemi personali pronti ad inficiare sulla capacità lavorativa. Stress da freelance, poco sonno, rapporti sociali ridotti a zero, salute minata dal circolo vizioso in cui ci si infila consapevolmente nel nome di una presunta ottimizzazione (del tempo, ovvio). Le aspettative autoimposte costringono a lavorare anche nei momenti più duri, eliminando quella libertà di uso del tempo che viene vissuta come una distrazione. Il concetto “meno, meglio”, una sorta di igiene professionale teorizzata da molti studiosi e applicabile a vari campi, non scalfisce la testa del freelance. Quando il lavoro rallenta o cala per i motivi più vari, subito si spalanca nella testa il baratro del fallimento più totale. È come se la paura della disoccupazione da un momento all’altro, una tagliola che sega il respiro anche nei momenti più belli, diventasse realtà.

Diversi studi hanno cercato di andare alla radice dell’ansia da freelance e di tutte le patologie e disturbi più o meno seri legati alla serenità mentale del lavoro da liberi professionisti. Arrivando, di volta in volta, a conferme sempre più approfondite (le soluzioni sono talmente personali che ci si può limitare a consigli generici da seguire). Una delle prime indagini risale al 1996 e fu firmata da Johannes Siegrist dell’Università di Dusseldorf, citato in un pezzo di The Cut del 2017, dove si sosteneva che essere freelance è una condizione (mentale) che viene largamente ignorata: “Si è quasi invisibili, non ci sono garanzie di alcun tipo” spiegava il ricercatore. Vai a dargli torto. Diversi anni dopo, nel 2005, in Svizzera si erano analizzate le cause e le conseguenze del non riuscire mai a staccare dal lavoro freelance: un’iperproduttività da stakanovisti della scrivania che prosciuga del tutto il concetto di tempo libero e rende ancora più capitali quei peccati innocenti di accidia meritata. Guai a non lavorare, guai a riposarsi. Fermarsi equivale a diminuire la propria presenza sul mercato. Oggi più che mai, con le giornate scandite dalla connessione continua a smartphone e computer oltre il lavoro. Soffocati dallo stress, taglieggiati dalla paura di fallire, tallonati dalla concorrenza più o meno leale, costretti spesso al self branding più spicciolo via social, i professionisti freelance sono sempre più paranoici sulla preziosità del loro tempo. E sviluppano sintomi che sono in tutto e per tutto identici a quelli della sindrome da burnout, o al disturbo traumatico da stress, fino a quelli, più o meno incidenti, della depressione.

Già nel 2011 il New York Times, di fronte al numero crescente dei freelancer, parlava della necessità di creare/inventare/garantire una rete di sicurezza che assicurasse centralità al discorso della salute dei lavoratori freelance. Perché tra i contro più drammatici della carriera da libero professionista c’è proprio la non copertura della malattia, non solo di ferie e permessi. Un giorno di influenza è un giorno non produttivo. Non ci si ammala serenamente perché nessuno potrà coprire le tue mansioni, sostituirti in un negozio, lavorare al posto tuo. Non ci si ferma nemmeno da malati, non si può lasciare il mondo professionale scoperto per un giorno. Mai. A maggior ragione con i social vetrina della propria vita professionale, dove non esserci per un motivo personale può essere sinistramente letto come una mancata monetizzazione. “Il prezzo reale è più profondo, più esistenziale” ha scritto di recente Ruth Whippman sul NYT parlando proprio dell’ansia da self promotion. “Per molti di noi è un roboante buco nero di necessità psicologiche. Siamo sempre più paranoici, agitati, autocritici e giudicanti”. Nell’eterna, nobile volontà di puntare al perfezionismo, la freelance anxiety tende a schiacciare l’intera categoria professionale dentro una solitudine apparentemente salvifica. In USA si è parlato di vera e propria trappola del tempo libero in uno studio del 2016: chi si concentra sul denaro non guadagnato, vive più male di chi ci si concentra sul valore del proprio tempo, che pure guadagnare meno non lo vive come un problema. "Bisogna ribaltare la prospettiva e ricordare che il tempo libero è qualcosa che ci permette di essere più produttivi in futuro. Bisogna darsi il permesso di riposarsi" spiega lo psicologo Ashley Whillans a The Cut. Ma non è così facile. Lavorare di più è una forma mentale ben radicata, sin dalle prime rivoluzioni industriali, ed esplosa con il benessere degli anni 80 e gli eccessi di straordinari lavorativi di certe categorie di professionisti che, nei casi peggiori, arrivano letteralmente a morire di lavoro (karoshi, in Giappone ha un nome dedicato). La società capitalista ha sempre confuso la maggiore produttività con la migliore qualità del lavoro. Ed è la smagliatura di significato che oggi, nell’era del conclamato digital smartworking, più che smart ci trasforma in grumi di ansia. Solo apparentemente liberi professionisti del nostro tempo.