"Perché ho venduto gli oggetti di mio padre dopo la sua morte"

Dover fare i conti con il valore sentimentale degli oggetti che compongono quella casa, quella stanza, quell'ufficio nel racconto, molto liberatorio, di una figlia che ha appena perso il padre.

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Max Itin su Unsplash

Questa è la storia di Angela Sarratore, contributor di Curbed, e soprattutto figlia che mette nero su bianco come superare il lutto di un genitore. Angela ha raccontato come ha affrontato la morte di suo padre, dal quale aveva ereditato la casa con tutti gli oggetti che c’erano dentro. Solo che in questo caso non si trattava di mero decluttering o della liberazione jap-guru à la Marie Kondo per buttare via l’accumulo seriale. Nella maggior parte dei casi, un lutto e come elaborarlo significa dover fare i conti con il valore sentimentale degli oggetti che compongono quella casa, quella stanza, quell'ufficio. “Mi piaceva il rituale di tornare a casa e appendere la mia roba nell’armadio della mia stanza, ma mi stavo facendo nuove domande. Quanto avrebbero pagato le persone per quello? Quante persone ci sarebbero volute per portarlo via? Non potevo dare un nome alle sensazioni che questo processo stava liberando, ma mi stavo allontanando dall’idea che quella casa fosse la mia casa. Perché senza mio padre, nonostante quelle cose con cui l’aveva riempita, non lo era più”.

Senza mio padre, quella casa non era più "casa"

Angela, decisa, ha scelto di selezionare gli oggetti in base ad una personale scala di valutazione della loro necessità: da un lato quello che poteva avere un valore economico, dall'altro quello che invece sarebbe stato solo di valore sentimentale. E in mezzo, da vendere dopo la morte del padre, c’era davvero di tutto. “Piatti, scarpe, bambole, cose che avevano avuto senso nella sua vita e nella mia infanzia, ma che nel capitolo successivo non sarebbero servite. Quindi ho scelto di fare una yard sale”. Una vendita privata nel cortile di casa, una sorta di svuotacantine per fare spazio quando molti oggetti, cose non meglio identificate, reperti di hobby ed epoche passate non servono semplicemente più. Né a livello emotivo, né all’uso effettivo.

“Ho capito che i pezzi che dovevo vendere appartenevano a due categorie precise. La prima erano i detriti della mia infanzia, ed è stato uno shock separarsene. Una bambola American Girl venduta a meno di quanto ne avrei fatto su eBay, un paio di minuscoli cowboy boots, una pila di romanzi in brossura” scrive Angela. Riflettersi in quegli oggetti che riportano in vita la memoria, annusare quella maglietta che evoca ricordi e momenti . “Ma il resto della vendita è stato diverso. C’erano cose che mio padre usava regolarmente, in molti casi ricomprate perché gli piacevano particolarmente. Magliette di GAP addirittura portate in lavanderia, candele profumate, due paia di Converse Chuck Taylor mai uscite dalla scatola”. Vestiti e scarpe comprati “casomai servissero”, quell’avverbio che pesa come un macigno. Un'eventualità che arriva soltanto quando sono scadute le condizioni perché sussista.

Non sentivo addosso il peso di quello che stavo lasciando dietro di me

“Mi piace l’idea di trasformare gli avanzi in qualcosa di prezioso. Ma non avevo considerato che stavo vendendo cose che non erano davvero spazzatura” continua nel suo racconto. Nonostante i consigli pratici di sua madre (i genitori avevano divorziato da anni) su come gestire la vendita - avere il resto in monete e banconote di piccolo taglio, tenere gli oggetti tutti sott’occhio ed essere pronta a contrattare - l’autrice del pezzo si è resa conto che la sua decisione di vendere le cose appartenute a suo padre (e alla sua vita con lui) era davvero molto personale. Era il suo modo di elaborare il lutto. Alla fine della garage sale, tenutasi in una rapida giornata, il guadagno è stato di qualche centinaio di dollari. “Mi sono detta che era bello mandare in giro per il mondo cose di cui non avevo bisogno e che potevano essere utili a qualcun altro” ha scritto. “Non mi sentivo addosso il peso di quello che stavo lasciando dietro di me. Sopraffatta, forse, ma non appesantita. Ora, due anni dopo, guardo nel mio appartamento e penso a come le cose che posseggo potranno essere usate anche da altre persone”.

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