Bisogna credere al sole e ad alcune parole che sconfiggeranno questa solitudine

Viviamo qui, non in un villaggio dell'Uttar Pradesh che non so nemmeno dove sia, e siamo abituati a considerare il pianeta un open space e mi ritrovo allora a sillabare più volte un verbo, par-ti-re.

green garden furniture in a small garden.
Carol YepesGetty Images

Dopo i primi giorni in cui i confini della mia quarantena erano segnati da pareti o finestre da cui speravo di vedere qualcosa di diverso giù per strada, anche un gatto, persino uno sconosciuto con un giubbotto colorato era una festa, la frontiera si è ristretta: i muri si sono avvicinati, limitandosi allo spazio nella mia testa, quindi ai pensieri, spesso ad alto tasso emotivo, e in definitiva alle parole che li dominano.

È stato difficile andare contro la corrente tempestosa di termini come contagi, posti letto e terapie intensive ma, insistendo a far un po' di silenzio dentro di me, sono riuscito a individuare qualche parola, cui poi mi sono aggrappato, un boccaglio per prendere aria, immerso sotto la superficie del mare spietato di queste settimane.

Per tutti quelli con cui sono rimasto in contatto, l'ora buia della giornata arriva verso le cinque-sei di sera, in attesa del bollettino della protezione civile, quando senti che sei più solo e la luce che se ne va ti lascia lì come un orfano. Proprio il sole mi ha portato alla prima parola-salvamente, un vocabolo incontrato in un libro: godhuli. È un termine hindi, indica il momento del tramonto, l'ora godhuli, quando dalla natura arriva l'invito a considerare che ciò di cui abbiamo bisogno, è un rifugio e siamo fortunati ad averlo. Il termine contiene un colore, quel rosso-ocra-arancione dell'orizzonte di fine giornata, quando il bestiame torna alle stalle, sollevando una polvere che i raggi obliqui del sole rendono pigmentata, quasi tostata. Quel calore che dà speranza.

Ma viviamo qui, non in un villaggio dell'Uttar Pradesh che non so nemmeno dove sia, e siamo abituati a considerare il pianeta un open space e mi ritrovo allora a sillabare più volte un verbo, par-ti-re. L'ho sempre considerata un'azione appena più speciale di svegliarsi, mangiare, sfogliare un libro. Proprio perché oggi è impossibile, do ragione allo scrittore francese Frédéric Beigbeder che, nel classico L'amore dura tre anni, scriveva: «Partire è la più bella parola della lingua francese... Il passato è soltanto un ammasso indefinito dietro di voi, che dovete dimenticare perché state nascendo... Sapete che bisognerebbe ragionare, aspettare, riflettere, ma “Partire”, “Partire!” è più forte di tutto». So che questo gesto, e altri della vita precedente e che il virus ha vietato, è diventato come gli amori che noi scopriamo indispensabili soltanto quando finiscono. È un meccanismo un po' logoro e cerco quindi di concentrare la mia mente sul presente, su ciò che è possibile adesso.

La mia giornata è scandita, e così per tutti, da un fitto rimpallo di messaggi a e da parenti, rivolti ad amici che non sentivo da mesi, colleghi, ex di qualcosa, chi, in un calcolo nuovo, si consideri più fragile, esposto, necessario, grazie a una memoria in cui si sono insediati i sentimenti migliori e non quelli utilitaristici. Ascoltando o partecipando a decine di conversazioni –come va, come stai, come state– cerco la parola che riassuma in sé ciò che si vuole sapere. L'inglese la possiede. Telefonando, con messaggi brevi o chat di ore, chiediamo la stessa cosa, che ci sia data prova e dettagli sull'altrui ongoingness: la sua continuità nel tempo, la sua progressione esistenziale. Non è la solita richiesta d'informazioni, perché ogni ragionamento o calcolo personale è escluso. È la domanda più umana per l'ora più buia. Ci sarebbe un termine italiano equivalente, andanza, titolo di un diario di Sarah Manguso (NN editore) e in cui si legge il tentativo di prestare attenzione all'evoluzione di ogni singolo istante della (propria) vita.

Anche se in alcuni istanti il suo peso diventa estremo e ci volteremmo volentieri da un'altra parte, che cosa desideriamo conoscere in mezzo a settimane di notiziari e d'improvviso interesse per la medicina? La verità. Benché si tratti di una parola consumata, vecchia, credo che il suo rumore civile, il suo fare capolino dietro ogni nostra inquietudine o speranza, sia una meravigliosa riconquista di centralità e dopo anni in cui è stata messa in un angolo da ogni forma di falsificazione, manipolazione e approssimazione. In un momento difficile, è il suono che conta, di cui sentiamo il bisogno. È un ritorno da coltivare dopo.

Mentre sto scrivendo queste righe, dopo tre giorni grigi è ricomparso il sole, splendido e indifferente alla nostra condizione. Indifferente ma non ininfluente.

Bisogna credere al sole.

A un vocabolo che è presenza. Da un po' di tempo –prima dell'inizio della pandemia– raccolgo citazioni che riguardano la nostra stella, quel «vecchio pagliaccio» come lo chiama John Updike. Ce n'è una di D. H. Lawrence, quello dell'Amante di Lady Chatterley. È beneaugurante, dolce, la ripeto a me e agli altri: «Inizia con il sole e tutto il resto piano piano succederà».

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