I miserabili siamo noi, non solo loro, gli altri, gli esclusi, il film di Ladj Ly

"Stiamo molto attenti però, perché l’umanità è comunque folle e c’è il rischio che possa ricadere negli stessi errori”.

“Questo lockdown è preoccupante e dannoso, soprattutto per le periferie. In quelle parigine, ad esempio, c’è una miccia di povertà e disperazione pronta ad esplodere. Io, personalmente, sostengo molto la banlieue Santé portandovi cibo e vestiti, ma sono una goccia nell’Oceano. È una polveriera e questa situazione sarà l’inizio di una catastrofe”.

Anche se in video-chiamata, le parole del regista Ladj Ly colpiscono come fossero un pugno e vista la situazione attuale che tutti stiamo vivendo, molto più dell’ultima volta che abbiamo parlato con lui, esattamente un anno fa al Festival di Cannes. All’epoca era felicissimo, perché il suo primo lungometraggio, Les Misérables, era riuscito a vincere il Premio della Giuria inaugurando così una strada tutta in discesa verso altre e nuove vittorie. Il Premio come Miglior Rivelazione agli European Film Awards ad esempio, ma – soprattutto - il trionfo ai César e la candidatura al Premio Oscar come Miglior Film Straniero. Il 18 maggio prossimo quel film uscirà anche in Italia (I Miserabili) per Lucky Red sulla nuova piattaforma Miocinema.it e su Sky Prima Fila Premiere. Lo ha girato a Montfermeuil, piccolo comune situato nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, quello in cui Victor Hugo ha ambientato l’omonimo romanzo che da’ il titolo al film e quello in cui lui - figlio di due malesi - è nato e cresciuto, il posto in cui continua a vivere nonostante il successo. “Sono tutti molto buoni con me – ci dice fissandoci con i suoi occhi scuri come i capelli rasta - mi hanno sostenuto e mi sostengono nel mio percorso. Il fatto che io abbia scelto di restare, li rende ancora più contenti, è una cosa fa la differenza. È tutto molto bello, ma il problema di quella periferia e delle altre periferie resta”.

Il film, adrenalinico allo stato puro, racconta la storia dell’agente di polizia Stéphane (Damien Bonnard) che si trasferisce in quella banlieue per lavorare nella squadra anti-crimine al fianco dei colleghi Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga), due poliziotti molto diversi da lui, per fronteggiare una guerra tra bande, i membri di un ordine religioso e ragazzini in rivolta. “Volevo descrivere una realtà che conosco molto bene – continua a spiegarci – ma non prendo mai una posizione nel film, perché a parlare devono essere i fatti e le immagini ed è su queste che si baserà il giudizio dello spettatore. Ho fatto questa scelta, perché vengo dal documentario (è suo “365 jours à Clichy-Montfermeil”, girato dopo le rivolte avvenute nelle banlieues francesi nel 2005, ndr)”. “In posti del genere la polizia continua ad avere sempre carta bianca, pensa di potersi permettere qualunque cosa e sono molto frequenti gli abusi, testimoniati quasi ogni giorno dalle riprese video fatte col telefonino dagli abitanti”.

Se ci sono stati e se ci sono enormi difficoltà, si devono ai “cattivi coltivatori”, viene detto nel film. Chi sono a suo avviso? Gli chiediamo. “I coltivatori sono per me e non soltanto per me i politici, i primi responsabili di tutta questa situazione, ieri e soprattutto oggi nella gestione della crisi. Si pensi a come hanno gestito male il reperimento delle mascherine. Qui da noi non si trovano, non sono disponibili. Il Marocco, invece, ha gestito la crisi benissimo; che si prenda ad esempio”. Non manca, poi, un pensiero al suo presidente Emmanuel Macron. “Ha voluto vedere il film e ha chiesto subito ai suoi ministri di attivarsi per portare un miglioramento nelle periferie. In realtà, poi, nulla di fatto. Dove sta Macron? Mi viene da chiedere. Il suo è stato il tipico comportamento di tutti i politici che negli ultimi trent’anni sono stati messi difronte al problema delle periferie e degli emarginati: si sono sempre sgolati per niente, perché non hanno fatto e non fanno nulla. Siamo stati abbandonati e l’unica cosa che hanno fatto è mandare poliziotti a picchiare. Oramai c’è poco da aspettarsi”.

“L’opinione pubblica – continua - è consapevole oggi che c’è questa grande sofferenza nelle periferie, ma continua ad essere forte il contrasto con le stesse. Per anni ci hanno sempre considerato il male, la feccia della società, ma grazie alle rivolte e a questo film, una parte della popolazione – sempre troppo poca, perché i tre quarti dei francesi non conosce queste realtà – si è resa conto delle difficoltà e delle violenze inaccettabili compiute dai poliziotti, ad esempio, durante le rivolte dei Gilet Jaunes. La situazione di estrema miseria e delinquenza che c’è nelle banlieues è ora più evidente che mai”. Nel 2005, per la prima volta, hanno manifestato la loro rabbia facendo una rivolta tutte insieme, poi però non è cambiato nulla e nessuna promessa è stata mantenuta. Non è cambiato niente e la violenza è continuata”.

Ladj Ly ha voluto raccontare la periferia dall’interno e sta anche in questo la bellezza del film, il primo di una trilogia (il secondo sarà una bio pic dedicata al sindaco di Clichy sur bois, Claude Dilain, e il terzo si svolgerà negli anni Novanta), una storia ambientata, un po’ come l’Ulisse di Joyce e il Training Day con Denzel Washington, in una sola giornata, “un modo efficace per mantenere alta la tensione”. Quelle periferie e molte altre mettono sullo stesso livello tutti coloro che le abitano o che vi hanno a che fare e in questi mesi di Coronavirus ancora di più. “Sono dei territori abbandonati dai poteri pubblici ed è per questo che ognuno fa quel che può, in alcuni casi appropriandosi del potere come crede, ma ciò accade proprio perché non c’è una vera guida al di fuori. Dentro ci sono spesso degli abitanti che hanno un ruolo e alcuni sono musulmani che fanno bene il loro lavoro, una maniera per dimostrare che ‘Islam’ non significa sempre ‘terrorismo’ e che non tutti i musulmani sono terroristi”.

Oltre agli attori professionisti, fondamentali all’ottima riuscita del film sono stati i bambini. Ly non gli ha mai fatto leggere la sceneggiatura e li ha lasciati improvvisare proprio per garantire al film una maggiore autenticità. È a loro che rivolge l’attenzione, è a loro che il film è dedicato, “perché rappresentano il futuro e devono essere più tutelati”. “Sono loro a risentire in prima persona di questo periodo, in cui la gente ha ricominciato ad aiutare il prossimo”, ricorda. “Se avessi una bacchetta magica, metterei al primo posto l’educazione e la cultura”. “La crisi – ci dice poco prima di salutarci - può essere davvero una maniera per cambiare. Siamo in un mondo capitalista: questa malattia può colpire chiunque, i poveri come i ricchi senza alcuna distinzione sociale. Segna la fine di un’era ed è una maniera per ripartire in maniera diversa. Stiamo molto attenti però, perché l’umanità è comunque folle e c’è il rischio che possa ricadere negli stessi errori”.

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