Gli stendibiancheria altrui sono i nuovi spioncini

Tra gli oggetti domestici che reggono meglio il peso dei cambiamenti ci sono gli stendini. E "la finestra di fronte" ne è la prova.

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Tra gli oggetti domestici che reggono meglio il peso dei cambiamenti nella società ci sono gli stendibiancheria. Che siano tradizionali o hi-tech, contaminati o puristi, pop-up o eterni, conoscono tutti un nemico comune: l’asciugatrice. Anche se variano molto nelle forme — dall’anonimato di cavi, corde e tendifilo (stendino verista) alla dimensione artistica che possiedono alcuni modelli d’autore (stendino gioiello) — la loro funzione di base si è evoluta relativamente poco, nel tempo. È tutto il resto a cambiare intorno agli stenditoi, insieme alle nostre mutande. Così, è più facile notare le differenze.

In passato gli stendibiancheria erano o malcelati nelle corti dei palazzi o esposti come modesti arazzi sulle facciate dei caseggiati popolari. Erano righe di pentagramma tese tra un davanzale e l’altro, che riportavano fedelmente la partitura della specifica sinfonia orchestrata dietro ogni uscio. Oggi, in un’epoca avara di balconi e di candore, gli stendini sono più raramente posizionati all’esterno. Ma, quando lo sono, fosse anche solo per un modello a cavalletto aperto a stento su un terrazzino assediato dalla caldaia, fanno di ogni casa un piccolo Centre Pompidou con, al posto dei tubi e delle impalcature, le calze e le canotte. Rovesciano la realtà mostrando di dimora e abitanti, con la chiarezza di un’infografica e la fedeltà di un backstage girato in 8k, le parti essenziali al loro funzionamento. Rendono visibile l’invisibile, nella saga verista che si legge tra le righe di plastica o di legno di cui sono fatti.

Tra gli oggetti domestici che reggono meglio il peso dei cambiamenti ci sono gli stendini

Così, il filo da davanzale del 2000 è diventato lo stendibiancheria pieghevole, per uso interno (con o senza ali, con o senza rotelle — a loro volta piroettanti o ad asse fisso, con sistema di bloccaggio o sfrenato). Il primo era socievole e partecipativo, e il suo funzionamento prevedeva ordinamenti socioculturali ormai desueti, come il mutuo soccorso tra vicini per un tirante inceppato. L’altro è introverso, più avvezzo agli spazi chiusi. I dialoghi tra i cavi per la biancheria sono diventati i monologhi dello stendino. Ma c’è ancora speranza. Nelle giornate di sole può capitare che anche a uno stendibiancheria Ikea riesca la grande fuga verso il terrazzo condominiale, dopo aver fatto le scale tremando come un galeotto alla prima evasione, carico dei suoi fagotti gocciolanti. Il più dimesso di tutti è lo stendino Gimi da balaustra, soprattutto nella versione senza ali. Piegato e ancora incellophanato, con la sua etichetta blu e rossa, è così remissivamente iconico che potrebbe fare da insegna a qualunque ferramenta Ancien Régime. Ci sono poi gli stendibiancheria Amazon da radiatore, monoporzione, da single, che sanno raccontare solitudini dignitose e toccanti, specialmente quando anche i calzini, e sono solo i loro possessori, sono spaiati. Ci sono stendibiancheria a ventaglio da parete, che è facile scambiare per una grossa ragnatela, se non siete particolarmente avvezzi alle pulizie di stagione o se siete cresciuti tra le tarantole giganti in un Meridione ancora arcaico e demartiniano. Ci sono stendini a ombrello da piantare nel terreno, che citano evidentemente il primo parafulmine di Benjamin Franklin. Per lunghi anni gli stendibiancheria elettrici non sono stati una buona idea. I primi modelli con tubolari riscaldati sembravano zanzariere elettriche da pizzeria all’aperto e funzionavano realmente, in parte, come zanzariere elettriche, se lasciati in funzione nelle già calde notti d’estate. Quando non emanavano una tenue ma appetitosa luce fissa violacea, erano degli omaggi 2.0 all’iconografia del martirio di San Lorenzo, raffigurato tradizionalmente con la sua inseparabile graticola accanto. Oggi, anche grazie a nuovi standard imposti da prodotti come lo Stendotto Sirge, con timer, termostato ed elemento soffiante, sembrano aver raggiunto infine la maturità.

I dialoghi tra i cavi per la biancheria sono diventati i monologhi dello stendino

Il confine tra lo stendino di brutta vita (da nascondere) e quello di bella vita (da esibire) è piuttosto labile, più o meno quanto il confine tra stendibiancheria e stand appendiabiti, del resto. Cos’è lo stand appendiabiti se non un modo di asciugare i propri panni già asciutti in pubblico, quando si riceve. Sono linguaggi che si sono contaminati a vicenda. Accade allora che, per amore di design, anche uno stendino moderno sia presentato al mondo. È il caso di certi stendini a torre, a più piani, babelicamente determinati a salire fino al soffitto e le cui istruzioni di montaggio, nei casi più evoluti, somigliano a progetti di macchine leonardesche, delle quali siamo orgogliosi di organizzare mostre interattive nei disimpegni o nei corridoi. Il principio è quello del bosco verticale, questa volta applicato alle magliette. Non mancano gli stendini da termoarredo (che i padroni di casa à la page si ostinano a chiamare scaldasalviette, generando proverbiali equivoci fantozziani negli ospiti meno avvezzi ai gerghi high-brow), usati principalmente per fare sfoggio di lingerie ai primi appuntamenti. Vengono lasciati appesi coi boxer o i perizomi delle grandi occasioni, nella speranza che, prima o poi, il nostro potenziale partner abbia bisogno di andare in bagno e scopra un mondo. Non esiste lo stendibiancheria perfetto, ma esiste lo stendibiancheria Foppapedretti Peter Panni, in faggio massiccio. Deliziosamente rigido nella struttura lignea, praticamente perpetuo, come i sedili di una Mercedes Classe E degli anni Novanta. Aperto al massimo della sua apertura alare sembra una specie di libreria Veliero di Franco Albini per Cassina fatta stendino. E ti fa sentire in colpa se non ci adagi sopra solo lino o tutt’al più cotone egiziano bianchissimo, meglio se nuovo o mai lavato, neanche a mano; e tu possibilmente vestito e pettinato come la giovane Maria Grazia Cucinotta nella celebre sequenza onirica in cui Tony Soprano se la finge vicina di casa studentessa di odontoiatria e lavanderina. Oltre questo stadio si entra di diritto nello stendino-porn. Come per le barche da diporto, non si finisce più e c’è sempre qualcuno che ha lo stendino più bello o lungo del tuo. Si parte dal Clothes Horse di Aaron Dunkerton, con la sua struttura a soffietto che, quando è completamente estesa, diventa una stella a dodici punte in strisce di compensato e alluminio spazzolato.

aarondunkerton.com

Lo stenditoio Alberto di Fabrica per Casamania & Horm in polietilene tinto in massa mediante stampaggio rotazionale — simula le forme di due alberelli con sottesi, tra ciascuna coppia simmetrica di rami, i fili del bucato, in un ritorno alla natura astrattista che troverebbe la morte sua in ogni malga di St. Moritz che si rispetti. Nello stesso sottogenere, ma con una marcia ecologica in più, c’è Osolemio di Roberto Giacomucci (autoproduzione), che promette, previo gocciolamento delle lenzuola, l’annaffiatura di una serie di vasi in ceramica sottostanti.

horm.it

Si giunge a capolavori assoluti come Foldwork di Friederike Delius per Studio Berg. La biancheria e lo strumento che ne permette l’asciugatura diventano strutture in ottone da affiggere alle pareti di casa come se fossero installazioni autobiografiche di arte povera, che i conoscitori ritengono finite solo quando cariche di reggiseni (per poi tornare alla posizione d’attesa ed essere tranquillamente scambiate per installazioni d’arte povera).

Friederike Delius / studioberg.de

Anche le mollette fanno la loro parte. Ci sono quelle acrobatiche della serie Pegzini Family di Oded Friedland per Pa Design, a sfidare la gravità appese ai fili del bucato con effigi da funamboli, donne cannone o scimmie ammaestrate a bordo di monocicli. Le Sitting Duck Pegs di Alessandro Martorelli per Suck UK/] sono dei bersagli da luna park a forma di papera: quando l’indumento è asciutto, capovolte, stramazzano, sbarrano gli occhi e si dichiarano: “colpite”.

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A ciascuno il suo stendibiancheria, purché sia abbastanza deformato dal suo carico di indumenti e di significato da costituire un veritiero ritratto di famiglia, di coppia o singolo. A esso affidiamo il nostro intimo nella speranza che torni fresco e pulito come la prima volta che l’abbiamo indossato (spoiler: non accadrà mai). Quanta differenza con il servo muto; quel pomposo ostensorio delle meglio pieghe dei nostri pantaloni. Lo stendino, invece, è un umilissimo servo che parla. Eccome se parla. Ti dice che i panni stesi sono vessilli che sbandierano i colori di casa che, per una volta, coincidono con quelli dei nostri pigiami.

suck.uk.com
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