Mirror Sound, i cantanti "fai-da-te" che si prendono il mondo

Un nuovissimo libro racconta per immagini il fenomeno degli artisti che decidono di autoprodursi il disco fra le quattro mura di casa senza fare riferimento alle grandi case discografiche. Il futuro è qui.

vagabon mirror sound
© Daniel Topete

Fra le quattro mura di casa (anzi del garage) Steve Jobs ha creato Apple, Franz Kafka ha scritto la Metamorfosi, mentre Francesca Woodman ha rivoluzionato la fotografia contemporanea. Ma da qualche tempo salotto, sala da pranzo, studio sono diventati il luogo dove si producono i migliori dischi in circolazione. Dall’hip-hop al trap, dal rock al punk. La parolina magica è DIY, dall’inglese Do It Yourself. E sono ormai moltissimi i musicisti che hanno scelto di fare da sè, puntando tutto sull’autoproduzione. Il resto lo fa la rete: c’è lo streaming, c’è Youtube e c’è soprattutto la possibilità di guadagnare dalle pubblicità e dai click del proprio video. Un caso su tutti? Billie Eilish, che in occasione del discorso di ringraziamento, dopo aver vinto il premio per la migliore canzone dell’anno agli ultimi Grammy, ha ammesso candidamente: “Io e mio fratello Finneas abbiamo prodotto il brano nella nostra camera da letto”.

Eleanor Friedberger a casa, Shawangunk Ridge, New York
© Daniel Topete

Il libro Mirror Sound, scritto a sei mani da Spencer Tweedy, Lawrence Azerrad, Carrie Brownstein ed edito da Prestel, parla proprio di questo. Ma lo fa attraverso una raccolta di ritratti dei protagonisti di questa scena musicale. Gli scatti di Daniel Topete, fotografo che vive fra Los Angeles e New York, ci svelano come lavorano i guru dell’autoproduzione all’interno delle proprie abitazioni trasformate in studi di registrazione. Come Vagabon, cantautrice e polistrumentista autodidatta di 26 anni, nata a Yaoundè, ma newyorkese d’adozione, ritratta fra sintetizzatori e microfoni. Ha una laurea alla Grove School of Engineering ed narra la leggenda che abbia imparato a suonare la chitarra a 17 anni guardando semplicemente dei dvd. Oggi ha all’attivo due album - Infinite Worlds e Vagabon - e un tour. Sharon Van Etten, cantautrice trentanovenne del New Jersey, è fotografata al piano, dietro la finestra del suo studio di Los Angeles. Classe 1981, ha già pubblicato cinque album (l’ultimo, Remind Me Tomorrow è del 2019), molti dei quasi fatti in casa. Il successo le ha permesso di intraprendere anche la carriera d’attrice tanto che è apparsa in una puntata di Twin Peaks ed ha interpretato il personaggio di Rachel in entrambe le stagioni della serie originale Netflix The OA.

© Daniel Topete

L’elenco degli artisti raccontati per immagini nel volume edito da Prestel è lungo e comprende, fra gli altri, anche Eleanor Friedberger, meglio conosciuta come metà del duo indie rock The Fiery Furnaces, immortalata mentre prova un brano nella sua casa di Shawangunk Ridge, a New York. Il polistrumentista canadese Mac DeMarco invece se ne sta seduto fra chitarre e batterie. Mentre il cantautore uruguaiano Juan Wauters suona la chitarra dal tetto del palazzo in cui vive nel Queens. Ma le case discografiche in tutto questo? Roba da Paleolitico, secondo alcuni. “Le major - ha raccontato tempo fa Thom Yorke, mica uno qualsiasi - da anni pensano solo a breve scadenza. Questo ha ucciso l'industria, insieme a una totale mancanza di tolleranza e di rispetto per il lavoro e la crescita dell’artista”.

Prestel

Ma quando si è iniziato a parlare di autoproduzione musicale? Chi pensa sia un fenomeno indie, nato dopo l’avvento dell’ennesima garageband si sbaglia di grosso. Bisogna andare indietro nel tempo di quasi mezzo secolo e sbarcare in Gran Bretagna. Le prime autoproduzioni sono nate negli anni Ottanta, in pieno tumulto punk, e avevano lo scopo di poso come contraltare allo strapotere delle grandi multinazionali dei dischi. Oggi l’autoproduzione è diventata quasi una filosofia, che coinvolge un po’ tutti i generi musicali.

Anche se le immagini di Daniel Topete ci consegnano atmosfere intimiste ed spesso ovattate, il nocciolo della questione va ricondotto, ohimè, al vile danaro. Al centro di tutto si pone infatti l’investimento economico in prima persona da parte dell’artista, attraverso cui è possibile finanziare ogni passaggio della lavorazione del prodotto: dalla registrazione delle tracce alla stampa del supporto fisico, fino alla promozione vera e propria. Fai da te, appunto. Il che significa: libertà e indipendenza senza limiti e zero vincoli con le major. Ma anche rischi economici elevati e nessun paracadute.

Il gioco, a sentire i protagonisti di Mirror Sound, vale comunque la candela. Si ha il controllo totale di ogni cosa e si ha la possibilità di far circolare i propri lavori più velocemente senza entrare in contatto con i grossi distributori. Per molti un privilegio irrinunciabile, che vale il rischio di restare con un pugno di mosche.

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