Quello che so sul Natale a casa l'ho imparato durante l'autunno di qualche anno fa

Il Covid ha trasformato l'Italia in una grande famiglia disfunzionale. E ora, che feste ci aspettano?

noel
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Quello che so sul Natale l'ho imparato durante l'autunno di qualche anno fa, che ho trascorso mio malgrado nella terapia intensiva di un ospedale di Roma. Ci ero finito per un brutto incidente stradale, ero stato molto male, poi meglio e appena avevo iniziato a sentirmi meglio il significato della mia guarigione si era coagulato intorno alla domanda che facevo ogni giorno a chi mi aveva in cura: quindi? Mi rimandate a casa per Natale? Era una questione irrilevante, il punto ovviamente era stare meglio per gli anni a venire, che significato poteva avere nel grande disegno di una vita e di un corpo da aggiustare la cena di Natale del 2006? Quello che si era formato nella mia testa era un dibattito senza senso, me lo ripetevano con pazienza medici e infermieri, ma io volevo davvero solo tornare a casa per Natale, non perché fossi religioso, non perché fossi un fanatico delle feste, non perché a casa mia fosse particolarmente bello o significativo, nemmeno io so davvero il perché in realtà. La combinazione del Natale e della vulnerabilità ci spinge in un territorio nel quale si fanno considerazioni senza senso, né prima né dopo nel corso della mia vita quel giorno mi era sembrato così decisivo. Fui dimesso il 16 dicembre, coperto di cautele e prescrizioni, ed ebbi il mio Natale a casa, che fu ovviamente mesto e orribile, perché come vuoi che sia un Natale in tempi orribili se non orribile e mesto? Però se me lo avessero tolto, mi sarebbe sembrato prezioso e importante e perdermelo chissà quale ingiustizia.

Bisogna avere pazienza con gli esseri umani.

Per questo motivo, per il mio autunno del 2006, ho molta empatia per chi vuole provare a passare delle feste decenti, nonostante tutto, per chi mi racconta di articolate tattiche di date e tamponi, per chi consulta ogni giorno la geografia dei colori regionali per capire dove si potrà andare, come e perché. La manutenzione di quelle aspettative è diventata un problema politico, era inevitabile che fosse così. Continuo a leggere:

abbiamo 700 morti al giorno e questi si occupano del Natale?

È vero, le priorità sono davvero altre, c'è il grande disegno della guarigione nazionale e globale e degli anni a venire da costruire, quello invece è un giorno come gli altri, guardandoci indietro tra vent'anni conterà solo aver salvato i viventi e riparato il futuro. Però nessuno vive davvero così, aggrappato solo alla saggezza futura con la quale ci si potrà guardare indietro e dire di aver avuto solo pensieri corretti e logici. I nostri bisogni umani li possiamo vivere solo al presente.

E mi chiedo: a cos'altro ci si può aggrappare con 700 morti al giorno se non al Natale?

Il Covid ha trasformato l'Italia in una grande famiglia disfunzionale. Non siamo più propriamente cittadini, ma figli irresponsabili e in pericolo, amministrati da un governo di genitori ben intenzionati e disarmati. È stato anno di prescrizioni, regole, cattivi esempi e rimproveri. E come sa chiunque sia cresciuto dentro una famiglia disfunzionale, le feste di Natale sono l'alta marea del disagio, tutto quello che per un anno gestisci, nascondi, tolleri, in quei giorni esplode, diventa fastidioso e insopportabile, quindi la nostra esperienza di vita pubblica non poteva che esplodere a Natale, intorno al Natale e quelle sue cose irrilevanti però indispensabili. Ho ascoltato il sottosegretario alla salute Sandra Zampa dare anticipazioni sul dpcm in Tv come chi sta detonando una bomba inesplosa, frasi brevissime, il terrore di dire la cosa sbagliata, colpire nel vivo qualcuno vulnerabile e pieno di aspettative irrazionali com'ero io nel 2006 quando pensavo al Natale. Narcotizzerebbero volentieri il paese per farlo risvegliare a gennaio, saltando questa stagione festiva in blocco, perché a Natale siamo tutti illogici e in un Natale feriti e spaventati lo saremo ancora di più. Nell'anno della grande distanza da ogni cosa, lo stiamo idealizzando perché è un giorno che si presta a essere idealizzato, nasce proprio per questo, per sembrare ogni anno chissà che e poi non essere niente in particolare.

La grande difficoltà di amministrare il Natale in Italia non è solo che ci teniamo tutti ma non sappiamo bene perché.

Il vero guaio è che ci sono pochissime famiglie felici allo stesso modo e nello stesso comune e in compenso c'è una grande rete di rapporti interregionali ognuno storto a modo suo. Su Repubblica c'era la lettera molto amara di una donna di 54 anni, legata a qualcuno a distanza da un rapporto che non ha doppia residenza né matrimonio, una delle infinite formule con cui tutti conduciamo la vita a modo nostro e che non possono essere contemplate da nessun decreto, perché i decreti, per funzionare, hanno bisogno di certezze, anelli, contratti da rivendicare. Si preoccupano tutti del Natale e di farlo in modo decente, ma più di tutti chi ha una vita fuori giurisdizione tenuta in piedi chissà come da marzo. Ci sono troppi legami che non passano la prova dell'autocertificazione, però esistono lo stesso, milioni di persone che in questo anno pandemico si sono organizzate intorno a regole per le quali sono invisibili. Ci hanno chiesto pubblicamente un Natale sobrio, sanitariamente corretto, senza giochi, senza tombola, ma nessuno ha voglia di giocare. Ci vuole raccoglimento, laico o religioso che sia, e ci raccoglieremo. Però servono empatia e rispetto per chi ha il problema di immaginare il Natale su una geografia emotiva irregolare, storta, saranno vite difficili da ricostruire quando saremo tutti vaccinati e hanno, abbiamo, il diritto a qualche illogica proiezione sentimentale sul Natale che arriva.

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