Le donne che migrano alla ricerca di un futuro

C’è chi se ne va per vivere e chi costruisce un sogno. A loro è dedicato il progetto fotografico Women on the Move, che ci fa scoprire storie dal finale non scontato.

kataleya nativi baca
Danielle Villasana

Abbiamo negli occhi le immagini dei viaggi disperati attraverso i quali i migranti arrivano in Italia. Ma alzando lo sguardo scopriamo un mondo in movimento: sono milioni le persone che - per la guerra, per le violenze, per cercare lavoro, per i cambiamenti climatici - vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nate. Secondo il World Migration Report 2020, i migranti nel 2019 erano 272 milioni di cui il 43% donne. E proprio alla migrazione femminile è dedicato Women on the Move, il progetto realizzato da un gruppo di fotografe che fa parte di The Everyday Projects (una comunità globale di visual storyteller che sfida gli stereotipi offrendo diverse prospettive). Abbiamo chiesto a quattro di loro (le cui foto vedete in queste pagine) di raccontarci la donna in cammino che hanno fotografato e seguito. Il risultato sono quattro storie, quattro spaccati di realtà che ci portano dal Vietnam a Singapore, dall’Honduras agli Stati Uniti, dallo Yemen all’Olanda, dallo Zimbabwe al Sudafrica.

Ngoc Tuyen (che proviene da una città del Sud Est del Vietnam) e Tony Kong a Singapore il giorno delle nozze (il 19 novembre 2019). I due si sono conosciuti online attraverso un’agenzia di mediazione matrimoniale, incontrati una sola volta a Ho Chi Minh City e sposati nel giro di due mesi.
Amrita Chandradas

Un futuro migliore Ngoc Tuyen ha 34 anni, viene da Tây Ninh, una città nel Sud Est del
Vietnam dove ha lasciato i genitori e un figlio cinquenne, ed è arrivata a Singapore nel 2019 per sposare Tony Kong, singaporiano 45enne, che ha conosciuto attraverso la piattaforma Facebook di un’agenzia di mediazione matrimoniale. Un fenomeno diffusissimo: nell’ultimo decennio migliaia di vietnamite hanno contratto matrimonio con un cittadino di Singapore lasciando le loro case per una vita migliore e una stabilità economica che consentisse loro di aiutare la famiglia d’origine.

G Tran (nome di fantasia per proteggerne l’identità) è un’altra “migrante matrimoniale” vietnamita, che qui osserva lo skyline della città. È sposata con un singaporiano da 11 anni, hanno due figli, ma la situazione è complicata e il matrimonio infelice. Ha paura di divorziare perché, come accade a tutte le spose che vengono da altri Stati, il rinnovo del permesso che le consente di rimanere nel Paese dipende dal marito e se non riuscisse a ottenerlo potrebbe anche perdere la custodia dei figli.
Amrita Chandradas

Ma le cose non sono semplici. Anche perché la possibilità di trasformare il visto temporaneo in un permesso di lungo termine con cui lavorare legalmente dipende dalle condizioni economiche e dall’occupazione del marito. E questa, come racconta, è una delle cose che preoccupa Tuyen, visto che Tony non lavora da due anni. Quello che le sta a cuore dice, è «trovare un impiego presto, imparare l’inglese e aiutare i miei genitori e mio figlio». Intanto fa la manicure a domicilio. Ma per capire quale sarà il suo futuro può solo aspettare.


Kataleya Nativi Baca (28 anni, transgender onduregna), è scappata dall’Honduras perché rischiava la vita e ha intrapreso un lungo e pericoloso viaggio per chiedere asilo negli Stati Uniti. Qui si trova a Tapachula, città nell’estremo Sud del Messico, Kataleya telefona alla sorella in Honduras, per dirle che la mattina dopo sarebbe partita per Tijuana.
Danielle Villasana

In cerca di asilo L’America Latina detiene il primato mondiale degli omicidi nei confronti dei trans; quasi l’80%, per la maggior parte trans da uomo a donna, non arriva ai 36 anni e l’Honduras è uno dei Paesi peggiori al mondo in cui essere LGBTQIA. Infatti per salvarsi la vita molte migrano a nord verso il Messico e gli Stati Uniti. Come ha fatto Kataleya Nativi Baca, una donna transgender di 28 anni che è fuggita da San Pedro Sula, cittadina dell’Honduras dove è nata e cresciuta, e dove era in pericolo. Poco prima che se ne andasse, nel 2019, il fratello l’ha picchiata e le ha rotto una clavicola. «Ha cercato più volte di uccidermi», racconta Kataleya «ma alla fine una notte sono riuscita a scappare». Il suo viaggio l’ha portata in Messico, prima a Tapachula dove è rimasta qualche mese e poi a Tijuana. Qui, al confine con gli Stati Uniti è entrata nelle lista d’attesa per presentare richiesta d’asilo. A Tijuana è passata da un centro di accoglienza all’altro (in uno è stata derubata, in un altro picchiata) e, quando ormai mancava poco al colloquio in cui esporre il suo caso, i confini sono stati chiusi per la pandemia di Covid-19. «Da un giorno all’altro ogni cosa è precipitata», racconta Kataleya che è ancora a Tijuana in attesa che qualcosa cambi.

Thana Faroq (31 anni yemenita) in un autiritratto. Vive con il marito in Olanda da quattro anni e hanno lo status di rifugiati.
Thana Faroq

In fuga dalla guerra Sono cinque anni che Thana Faroq non torna a casa. Il suo Paese, lo Yemen, è sconvolto dal conflitto. Nata e cresciuta a Sana’a, la capitale, ricorda ancora «la prima notte in cui mi sono svegliata per i bombardamenti sulla città, era il 25 marzo 2015». Thana, che è una fotografa, è partita dallo Yemen nel 2016 per frequentare un master di fotografia documentaristica a Londra.

Qui la loro casa a Sana’a (la capitale dello Yemen) nel 2016. La guerra divampava, Thana e il marito dormivano su un materasso messo tra il bagno e la cucina per evitare di essere colpiti dai vetri frantumati delle finestre.
Thana Faroq


L’idea era tornare dopo il corso, ma «la guerra divampava e gli aeroporti erano chiusi». Così nel 2017 da Londra ha raggiunto il marito in Olanda, entrambi hanno fatto richiesta di asilo e ora hanno lo status di rifugiati. I suoi scatti sono uno specchio della sua vita, la fotografia quasi un metodo terapeutico per registrare e dare corpo alle emozioni, al dolore, ai cambiamenti. Frequenta un master, tiene workshop per migranti e richiedenti asilo, è una freelance, ha appena pubblicato il libro fotografico
I don’t recognize me in the shadow che ripercorre la sua storia dallo Yemen all’Olanda. Dove vive da quattro anni, ma si sente ancora provvisoria, «le mie emozioni non sono mai in un solo posto», anche perché, scrive, «la mia famiglia (la madre e tre fratelli, ndr) è rimasta nello Yemen e mi preoccupo per loro ogni singolo giorno».


Judith Manjoro (55 anni, dello Zimbabwe) in una delle aule della Velamfundo Primary School (Velamfundo vuol dire “elevarsi studiando”, in Ndebele, una lingua parlata nel suo Paese di origine), la scuola per bambini rifugiati e migranti spesso senza documenti che ha fondato a Yeoville, un sobborgo di Johannesburg, una decina di anni fa.
Miora Rajaonary

Dalla parte dei bambini Judith Manjoro nello Zimbabwe insegnava alle superiori, ma quando è arrivata a Johannesburg (Sudafrica) nel 2005, scappando dal suo Paese dove rischiava la vita, è finita a fare la donne delle pulizie e mille altri lavori (come accade a moltissimi immigrati, il 7% della popolazione e il 5,3% della forza lavoro, che faticano a trovare un impiego regolare o adeguato alle loro qualifiche). Nel cuore però è rimasta un’insegnante. E quando si trasferisce e Yeoville, un sobborgo della capitale popolata dalla manovalanza sudafricana e dai migranti che arrivano da altri Paesi vicini, si accorge che per le strade gironzolano un sacco di bambini che dovrebbero essere a scuola. Soprattutto i figli degli irregolari che non hanno i documenti necessari per l’iscrizione. Quindi con l’aiuto di Siboniso Mdluli, anche lei un’insegnante dello Zimbabwe, nel 2009 organizza delle classi di studio. Da lì è un crescendo: le richieste aumentano; le due vengono anche arrestate per “esercizio di scuola illegale”, ma continuano la loro missione educativa. Che culmina con l’apertura della Velamfundo Primary School, una scuola dedicata soprattutto ai figli dei rifugiati e degli immigrati per dare a chi è più svantaggiato la possibilità di costruirsi un futuro. L’anno scorso alla Velamfundo - che si regge grazie alle rette bassissime e alle donazioni della comunità - c’erano 350 studenti. Ma la pandemia, la perdita di lavoro, il lockdown stanno rendendo tutto più incerto.

Kawanele Nkala, anche lei originaria dello Zimbabwe, lavora come insegnante nella scuola.
Miora Rajaonary
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