“È da una visione che parte ogni cambiamento”. Le parole sono quelle di Stefano Paschina, e anche la visione è la sua. Il cambiamento, invece, ci riguarda tutti. Ideatore di quella che lui chiama affettuosamente “scuola di arti e mestieri non tradizionale” ma che in realtà è il primo esempio italiano di istituto ibrido a metà fra un’università e un bootcamp, il progetto di Stefano Paschina è coraggioso e rivoluzionario, tanto quanto lo sono le professioni del futuro a cui prepara. E non il futuro fantascientifico dei thriller distopici, ma il futuro prossimo, immediato, quello in cui imparare a sillabare Data Strategy, Project Management, Digital Fashion, Problem Solving… Termini che, a quanto pare, il mercato del lavoro in Italia conosce ben poco. Lo abbiamo incontrato virtualmente, ça va sans dire, per farci spiegare come funziona il suo IKIMI (Innovative Knowledge Institute Milano) e per toglierci qualche sassolino, virtuale, dalle scarpe.

Scontata ma doverosa: come ti è venuto in mente?
Mi sono reso conto che esiste uno scollamento totale fra quanto la scuola offra in termini di formazione e metodo e quanto il mondo sia cambiato. Il sistema scuola è ancora organizzato come più di 50 anni fa, per formare i quadri che devono entrare in un’industria. Il punto è che viviamo nel post industriale già da parecchio tempo… C’è un’enorme domanda da parte delle aziende - soprattutto nel settore della robotica, digitalizzazione e block chain - che non è soddisfatta perché latente, non intercettata, perché non si conoscono semplicemente i nuovi mestieri. Così, ho pensato di ripartire con una scuola di “arti e mestieri”, ma tutt’altro che tradizionale. Un hub formativo che rispondesse alle esigenze di un mondo che cambia alla velocità della luce.

Qual è il concetto che più dobbiamo svecchiare dell’insegnamento tradizionale?
Uno su tutti, in Italia non esiste una scuola di imprenditoria, e questo è scandaloso. Siamo ancora fermi ai retaggi degli anni Settanta dove fare l’imprenditore significava fare il padroncino, avere la barca, evadere le tasse. Nessuno ha mai pensato che ci fosse bisogno di una nuova classe imprenditoriale.

E chi è l’imprenditore in Italia oggi?
Colui che ha avuto un sogno, intendeva realizzarlo a tutti i costi e si è improvvisato, perché non ha mai seguito studi imprenditoriali. E questo è inconcepibile. In Italia esistono lauree in management sì, ma non in business. E sono cose molto, molto diverse. L’obiettivo di Ikimi, infatti, è di far sì che le persone passino da un sogno a un’idea, da un’idea a un progetto e, infine, da un progetto a un’impresa. A prescindere dall’età. A noi interessa che gli allievi siano fortemente motivati da un’idea. Anche perché non c’è un’età per fare l’imprenditore, c’è chi lo diventa perché ha un fiuto innato a 20 anni, chi a 30, chi a 40, chi perché ha perso un posto di lavoro, chi a 57…

Quali sono le skills più sottovalutate per chi cerca e per chi offre lavoro?
Le soft skills. Pensano tutti sempre e solo alle conoscenze professionali o tecniche, sottovalutando la capitalizzazione dell’esperienza, che invece andrebbe condivisa. Diciamocelo chiaro, arriva un momento in cui ciascuno di noi deve mettersi a disposizione, deve ricominciare a dare, deve prendere tutto ciò che ha imparato negli anni e trasferirlo ai giovani.

E, poi, perché non lo facciamo?
Da un lato c’è una resistenza attiva da parte delle persone che vogliono conservare un posto di lavoro o una posizione raggiunta, a discapito dei giovani che vengono maltrattati o inseriti in azienda a fare gli stage e a fare i caffè. “I grandi” dovrebbero pensare che i giovani hanno capacità che loro non hanno, ma che se condivise possono essere molto preziose. Dobbiamo cambiare i paradigmi della formazione, rompere i metodi superati della scuola tradizionale.

Tipo?
L’idea del docente depositario del sapere e dell’allievo che deve ascoltare e basta. Il docente dovrebbe essere un mentore, un facilitatore, un coach, colui che cerca di tirar fuori dal ragazzo il meglio di sé, con l’obiettivo che l’allievo superi il maestro. È solo così che si può costruire il futuro.

joel wyncott su unsplash

Domanda marzulliana: quando è giusto accontentarsi, quanto è sbagliato accontentarsi?
Accontentarsi o non accontentarsi sono due cose potenzialmente giuste, potenzialmente sbagliate. Accontentarsi è un po’ come fare un esame di coscienza, tirare le somme di quello che si ha fra le mani, fare un bilancio di rischi e perdite e prendere una decisione, quella di stare, o di resistere. Il non accontentarsi, invece, molte volte è dato dal bisogno, “dalla fame” di sapere, di guadagno, di arrivare, di confrontarsi. E spesso proprio da qui arrivano le idee e i progetti migliori. Adam Smith diceva che l’uomo è un animale ansioso, e quest’ansia che permea ogni nostra azione ci porta a sfidarci continuamente e alzare l’asticella della nostra vita.

“Non sono un nativo digitale ma il mio lavoro si evolve verso la digitalizzazione. E io faccio fatica a evolvermi con lui”. Ti lascio carta bianca per i consigli.
Mi viene in mente quando negli anni Novanta abbiamo iniziato a usare computer sempre più frequentemente. Spopolavano le lezioni di informatica, tutti ti spiegavano come si usava o non si usava quello strumento che trovavamo sulle nostre scrivanie o in camera dei nostri figli. Oggi, invece, siamo abituati a usare i nuovi device tecnologici a prescindere da qualsiasi corso di informatica, ci lasciamo trasportare, li inglobiamo nelle nostre vite in modo naturale. Questa piccola premessa personale per spiegare, consigliare, dire che: le persone non devono necessariamente capire cosa c’è o cosa non c’è dietro uno strumento tecnologico, devono solo capire l’opportunità del digitale.

E qui arrivo all’altra mia domanda: in IKIMI si insegnerà anche la cultura, “a comprenderne i codici e i linguaggi” recita la brochure. Come si insegna qualcosa che è in evoluzione costante e repentina, che permea le nostre vite dalla notte dei tempi, qualcosa che sembra impossibile da starci al passo?
Se facessimo solo una scuola tecnica saremmo perdenti perché, ad esempio, gli USA sono molto più avanti di noi a prescindere da tutto e tutti. Abbiamo pensato di caratterizzare il nostro servizio anche attraverso la cultura perché noi italiani abbiamo la cultura. E anche in questo ambito dobbiamo rompere il paradigma scolastico di cui parlavamo prima. I depositari della cultura sono sempre stati supponenti in Italia, pensa alla figura mistica del rettore universitario, a quella severa del professore… Invece, quello che serve è avvicinare la cultura alle masse. Noi dobbiamo ricominciare dalla base e dai fondamenti, così che questo paese abbia un futuro che nessun altro avrà. L’Italia vive di valori aggiunti, non di prodotti. L’Italia vive di cultura, di racconto, di una complessità culturale che se trasmessa e messa insieme è esplosiva. Soprattutto se combinata alle conoscenze tecnologiche e alle esperienze. Dobbiamo e vogliamo formare gli ambasciatori della cultura del progetto, i nuovi italiani che poteranno la bandiera del nostro paese alta in giro per il mondo.

Ho letto che vi prenderete cura della salute mentale degli studenti.
Proponiamo un approccio olistico all’insegnamento che, accanto alla preparazione professionale, si occuperà della salute fisica e mentale degli alunni. Conoscenze tecnologiche di programmazione, manageriali, di leadership, team building, problem solving, intelligenza emotiva, ma anche perfezionamento della lingua inglese, esercizio fisico mirato, mindfulness… Ma è più semplice di quanto si pensi! Ad esempio, ogni 45 minuti di lezione ci sarà una pausa con una mini session di inglese o attività fisica. È tutto ispirato a quell’adagio sempre valido del mens sana in corpore sano. Non capisco perché la società mi dica che io, un uomo di 55 anni, debba meditare, debba fare un’ora di sport al giorno, eccetera eccetera, mentre un ragazzo giovane debba solo pensare al lavoro e avere lo stress del futuro. Senza avere nessun tipo di certezza, tra l’atro.

La pandemia ha accelerato la richiesta di quale tipo di lavori?
Sicuramente tutto ciò che è digitale, e sicuramente le aziende hanno scoperto che con lo smart working le persone rendono di più. Inoltre, lo stare a casa ti offre tante nuove opportunità: ti fa pensare, ti fa progettare, ti fa raccogliere le idee per agire concretamente nel momento giusto. Tutti i periodi di grande crisi sono stati storicamente anche periodi di grande progettualità.

Domanda di parte, pardon me ne approfitto, secondo te quali sono le pecche dell’informazione digitale in Italia?
Manca la capacità di rivolgersi ai giovani, che infatti non leggono i giornali. Il giornalismo italiano è perlopiù in mano ai dinosauri dell’informazione, come lo è sempre stato. L’arrivo di Facebook ha cambiato molte cose, ha cambiato la storia, anche quella del giornalismo, proprio per la sua capacità di essere diretto, fruibile con semplicità.

sergi dolcet escrig su unsplash