A Wimbledon 2018 non ho visto giocare Roger Feder ma ho visto giocare il tennis. Ampiamente frequentato da local non local, celebrity non celebrity, quello di cui tutti parlavano QUI era il ritorno di Roger Feder e Rafael Nadal, esattamente dieci anni dopo quello che tanto gli addetti ai lavori quanto i tennisti della domenica concordano sull’essere stato il più bel match della storia del tennis: la finale di Wimbledon 2008 tra Roger e Rafael. Pace, quest'anno, ahinoi, il finale lo sappiamo già (bye Roger) ma anche i Re vanno in vacanza. Dieci anni dopo Wimbledon è ancora una culla bianca & caramello, siglata tra viola e verde, colori che in un rapido colpo d’occhio proiettano chiunque sul Central Court. Ci sono molti altri colori che si rincorrono tra gli urletti orgasmici di Novak Đoković e gli infiniti tic scaramantici di Rafael Nadal: c’è l’arancio ambrato del pimm's, drink estivo nazionale che compare in ogni angolo aristocratico, borghese, popolare di Wimbledon (senza cannuccia di plastica, per il primo anno bandita dal più importante torneo di tennis al mondo), c’è il bianco delle polo piqué, imposto per strettissimo regolamento del campo principe dei Grandi Slam. E se mi aspettavo di veder arrivare il Land Rover verdone della coppia dei fratelli Middleton, Pippa e James habitué del torneo, devo rinunciarci e calarmi nei loro panni: pas mal arrivare anch’io in Land Rover, come i veri brit ammessi per 24 ore al club di tennis più ambito al mondo. Nelle stesse ore in cui debutto a Wimbledon a Londra sfila il Pride. Bianco vs Arcobaleno. Il jeans e le t-shirt sono gentilmente bandite, per quanto ne vedrò eccome sulla collina che domina il fianco del centre court, collina dove normalissimi amanti del tennis, pic-nic muniti, osservano i match dal maxi schermo.

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Tutt’intorno campi numerati con giocatori del futuro. Immancabile, su qualunque campo maggiore/minore/uguale a, un esercito di raccattapalle istruiti da un tenente colonnello del Vietnam: una macchina da guerra di under 15 anni che, con movimenti al limite del meccanico, decidono i ritmi dei match quanto il nervosismo di Novak Đoković - tartassato da un 20enne, Kylie Edmund, il nuovo Murray (entrambi Jaguar UK ambassador) che si porta a casa ovazioni dal campo centrale e qualche gran occhiataccia da tennista serbo. In un gala dei cocktail dress pastello scelgo di condividere il codice stilistico di Wimbledon: dress azzurro e panna, discrezione e praticità per sopportare gli insopportabili 33 gradi di Londra. Non ho un cappello di paglia e non sarò seduta nel palco reale dove, l’ospite poco previdente non cappello munito ne riceve uno da un militare in guanti bianchi. Tra loro c’è Billy Jean King, paladina dei diritti LGBTQ nello sport e tennista da brividi (interpretata da Emma Stone, in Battle of the Sexes). Se lei non ha - e non vuole avere - un cappello di paglia come Pippa Middleton & socie sopravviverò anch’io. Pride 40, Wimbledon 15.

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Mentre nella lounge di Jaguar (per il 4°anno il brand è Official Car of the Championships del torneo con 185 auto Jaguar Land Rover) si discute sull’ambassador della maison, Sir Andrew Barron Murray, grande assente infortunato dello Slam, intorno la corte freme. Perché se Roger Federer è il KING di questa monarchia del tennis mondiale (qualunque sia la decisione di Wimbledon 2018, nessuno cambierà idea) Wimbledon è esattamente una corte con un’etichetta da seguire. Anche quando il pubblico inglese vorrebbe lasciarsi tentare dagli spiriti dei turisti: esultare, rumoreggiare, incitare. Invece no: senti le sedie vibrare di nervosismo per ogni net/out scandito secco da guardalinee in gonna lunga, caschetto bianco e polpaccio teso verso il match. Banale quanto vero osservare l’Inghilterra tutta ordinata intorno al campo verde. Perché a pochi metri l’uno dall’altro si stagliano fierissimi: 65enni con vista di falco, polo crema e braccia conserte dietro la schiena, giovani cadetti dell’esercito di cui sopra con cappellino da archeologo blu (e velette che si alzano a ogni scatto), titolati con auto d’epoca viste negli 007 di Roger Moore seduti a bordo campo (touché: se non sei nel palco royal il tuo titolo conta come il due di picche a briscola). Entriamo nella area lounge dei maggiori sponsor del torneo, l’unico rimasto che non ammette sponsorizzazioni ai bordi dei campi (Jaguar per la prima volta presente con logo discreto su tutti i campi del torneo) e bypassiamo metro dopo metro l’intellighenzia britannica, i broker della City, i signori di questa casa chiamata Wimbledon. La celeberrima accoppiata fragole e panna, delikatessen dei campi d’erba, la testiamo in un break nella lounge di Jaguar, tappezzata dal futuro dell’ecologia motorizzata, o dei motori ecologici, la serie I-PACE che porta lusso, futuro e cuore eco in un tempio dello sport dove c’è ancora la coda per farsi il selfie a fianco della statua di Fred Perry, padrone di casa dal 1934 al 1936.

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Dopo 8 ore di fragole, pimm's, asciugamani verde/oro/viola (quelli che in un colpo di grafica ci riportano ai match più importanti della storia del tennis, e quello con cui Rafael Nadal ha regalato uno striptease fin troppo pop per Wimbledon 2018) ho capito anch’io perché Wimbledon andrebbe insegnato a scuola. Wimbledon riassume tutto: lezioni di educazione civica, lezioni di storia (il popolo inglese si è forgiato nell’essere polite davanti ai francesi capricciosi), lezioni di lingua (c’erano uno spagnolo, un cinese, un iraniano, un brasiliano…e ognuno chiamava il tennis col suo nome), lezioni di etica sportiva (no caption needed), lezioni di ecologia (trovare una carta a terra a o un urlo di troppo, nope). E andiamo avanti: ho scoperto che Wimbledon non è affatto il tè delle cinque e il doppio ritorto di camicie spiegazzate ma non troppo, che nel campo due, chiamato per tradizione anche il Cimitero dei Campioni, campo dove i grandissimi perdono tutto per intenderci, quei grandissimi muoiono per tornare più stoici l’anno dopo (al Central Court, che la sfiga non li segua più). Che il sessismo abita alcune sale stampa perché “il tennis femminile è noiosissimo da seguire” e quest’anno a difendere la categoria c’era solo Venus Williams che ha anche ammesso di non guardare nessuno giocare (neppure la sorella Serena finita post maternità al 181 posto della classifica, alzando polemica, giustissima, sulla maternità nello sport?).

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Ho imparato che sedere a fianco di uno spagnolo esaltato, troppo, manderà sui nervi la frangia italiana ma lascerà impassibile l’inglese che, birra in una mano e chips all’aceto nell'altra, sorriderà davanti a tutto quel rumore. E infatti lui si gode il match: lo spagnolo ne uscirà sudato fradicio. Ho scoperto che i militari in servizio d’ordine fanno i cicalini con gli orologi e per poco non accecano i giocatori più forti del mondo: ma forse stanno mandano messaggi d’amore alle compagne di divisa speculari alla loro postazione. Me ne vado in Jaguar XE, berlina giusta e severa, che lascia le casette borghesemente curate di Wimbledon per sfilare ai piedi del nuovo quartiere hype di Londra, dominato dalla Battlesea Power Station con le ciminiere della copertina di Animals dei Pink Floyd che graffiano il tramonto. A Wimbledon 2018 non ho visto giocare Roger Feder ma ho visto giocare IL tennis.

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