Cronache da Venezia 2018: Roma di Alfonso Cuarón è troppo ambizioso?

Prodotto da Netflix, il nuovo film del premio Oscar messicano è un romanzo di formazione al femminile tra realismo e sperimentazione.

Roma Photocall - 75th Venice Film Festival
Vittorio Zunino CelottoGetty Images

È solo Alfonso Cuarón di fronte al suo ultimo film, non ci sono le stelle di Hollywood, non c’è il sorriso triste di Clive Owens ne I Figli degli uomini né gli effetti speciali delle navi spaziali di Gravity e neppure la fotografia del fedelissimo Alejandro Lubezki. C’è solo la sua città, Città del Messico, e i suoi ricordi d’infanzia. Corale, aperto e anti-narrativo Roma di Alfonso Cuarón è sicuramente il progetto più ambizioso del regista messicano, che ne firma sceneggiatura, fotografia e montaggio. Due ore girate in un plumbeo bianco e nero dove si mescolano suggestioni cinefile, neorealismo in chiave latinoamericana, politica e autobiografia.


In Roma di Alfonso Cuarón il ritratto intimo e poetico di una famiglia, tra il 1970 e il 1971, viene raccontato attraverso lo sguardo di una giovane domestica, Cleo, che deve lottare per la sua sopravvivenza in un contesto ostile alla sua provenienza indigena e al suo ceto sociale. Giorno dopo giorno, come in un giallo in slow motion, lo spettatore scopre così le vite di Sofia, la padrona di casa, e dei suoi figli. In un continuo crescendo narrativo - che a una prima metà maggiormente contemplativa fa succedere una seconda parte ricca di avvenimenti drammatici - Roma racconta l’avvicinarsi di Cleo e Sofia, il rompersi delle barriere sociali a favore di una solidarietà femminile, contraddittoria ma profonda. Inquadratura dopo inquadratura, Cuarón costruisce un grande tributo alle donne, alla loro capacità di sopravvivere in un mondo crudele e barbarico, di riuscire a occuparsi dei loro figli - in alcuni casi, letteralmente, a salvarli - di lavorare e costruirsi un domani mentre il mondo attorno cerca, in ogni modo, di schiacciarle attraverso la violenza fisica o la costrizione sociale.

Daniele VenturelliGetty Images

Per lo spettatore internazionale sarà difficile ricostruire alcuni episodi storici che vengono raccontati, come la costituzione delle milizie paramilitari dei Falconi, la strage di Corpus Christi o l’elezione di Luis Echeverría a Presidente della Repubblica, ma, a differenza di un film civile, Roma di Alfonso Cuarón usa la storia maiuscola - dei libri e dei presidenti - per offrire profondità alla storia minuscola di due donne e della loro emancipazione vissuta, giorno dopo giorno, come un’epica guerra quotidiana. Con Roma Cuarón rompe qualsiasi stereotipo che vuole la via degli studios hollywoodiani come una strada senza ritorno. A diciassette anni da quel Y tu mama también, che lanciò nell’Olimpo le carriere di Gael García Bernal e Diego Luna, il cineasta messicano ritorna a un cinema marcatamente personale e autoriale, costruendo un film che è sì molto difficile - probabilmente molti, su Netflix, lo abbandoneranno prima della fine - ma che non perde la bussola del pubblico, ricercando un equilibrio tra immagine e racconto, tra empatia e denuncia, tra sperimentazione e universalità.

Dopo anni di grandi produzioni (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, I figli degli uomini, Gravity) Alfonso Cuarón oggi riutilizza i mezzi dei blockbuster al servizio di storie intime e quotidiane. Il sound design in Dolby Atmos, normalmente usato solo per i franchise Marvel e Disney, diventa in Roma lo strumento per catturare il caos della grande capitale, restituendo la tridimensionalità dell’esperienza umana, fatta di chiacchiere sovrapposte, suoni domestici e rumori di strada. La Roma, una delle tante colonias che costituisce Città del Messico (nulla c’entrano con il titolo il film di Fellini o la capitale italiana), diventa la chiave di volta dell’intero film. Situata tra il centro - zona popolare - e i quartieri borghesi, la Roma è punto di incontro tra ceti sociali diversissimi, meta letteraria delle passeggiate di Roberto Bolaño e José Emilio Pacheco ma anche zona di case popolari e veciendades. La storia di Cleo e Sofia, come il quartiere che dà il titolo al film, è un labirinto di strade, di avvenimenti drammatici, di contraddizioni, di incontri e di scontri senza ordine e senza gerarchia. Come il cinema e come la vita.

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