Laura Macrì, la soprano con l'anima da metallara che ci fa amare l'opera

La cantante ci racconta che grazie alla lirica si può: trovare un fidanzato, divertirsi insieme a Elio delle Storie Tese e farsi una playlist che ti ricarica la giornata.

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Laili Soeng

«Quando andavo al liceo ero l’unica cantante lirica della mia scuola. In un ambiente in cui spopolavano le cover band, l’unicità di quello che facevo mi rendeva speciale agli occhi degli altri. Per i giovani l’opera può essere molto cool».

Laura Macrì ci tiene a diffondere l’amore e la conoscenza della lirica, sia attraverso la rappresentazione nei teatri sia con i video su YouTube, o nei concerti che fondono arie classiche e canzoni pop o heavy metal.
Soprano 28enne, nata a Serradifalco in provincia di Caltanissetta, ha debuttato a 21 nel ruolo di Musetta ne La Bohème di Giacomo Puccini. Ha girato il mondo esibendosi a fianco di artisti come Andrea Bocelli e John Miles, ha pubblicato un album solista, Terra, e sta lavorando al secondo.

Per la versatilità della voce e la personalità magnetica, è entrata a far parte della Fondazione Pavarotti e lì, grazie a un tributo dedicato al tenore, ha conosciuto un altro maestro, Elio di Elio e le Storie Tese. Con lui e Francesco Micheli condivide da due anni il palcoscenico di Cantiere Opera, spettacolo pop-lirico che rivisita e teletrasporta i melodrammi più famosi nel presente. E li proietta nel futuro. A settembre sarà lei a inaugurare la serata di lancio di Ovs Arts of Italy, un progetto dedicato alla valorizzazione del patrimonio operistico italiano. Anche attraverso il primo talent show realizzato all’interno dei conservatori, che consentirà ai giovani musicisti guidati da Elio di vincere delle borse di studio per perfezionarsi.

Elio e Laura Macrì si esibiscono alla serata di lancio del progetto OVS Arts of Italy, indossando capi della collezione
Carmine Conte

Elio ha ricordato che Gioachino Rossini ha scritto Il barbiere di Siviglia a 24 anni. Perché invece si considera l’opera un genere più adulto? Forse perché manca la curiosità di scoprirla, i ragazzi immaginano che sia una musica antica e noiosa. Di fatto quando uno si avvicina al teatro e inizia a conoscerne la storia si appassiona. Chi per la prima volta va a vedere Puccini o Bizet non esce mai dicendo: mi sono annoiato a morte. È impossibile, è provato. Elio è stato bravissimo a entrare e uscire dai personaggi de Il barbiere di Siviglia per raccontarne l’attualità. Per don Bartolo ha inserito nello spettacolo una sua canzone, Tapparella. Ci fa capire che don Bartolo è un disadattato, che nella vita ha sofferto, non ha avuto mai una gioia e da questo dipende il suo essere così cupo, così vecchio interiormente. Il pubblico si è divertito molto.

Lei come ha scoperto l’opera? Ho sempre cantato e ho un fratello pianista. Quando avevo sei anni lui frequentava già il conservatorio. La sala d’attesa era adiacente all’aula di canto lirico, lo aspettavo lì con mia madre e sentivo queste voci. Sono rimasta folgorata dalla loro potenza e drammaticità, mi sono incuriosita. Fortunatamente la mia maestra delle elementari durante la ricreazione ci faceva ascoltare i duetti de La Bohème, abituandoci fin da piccoli. Appena ho avuto l’età per poter studiare canto lirico l’ho fatto e a 15 anni sono entrata in conservatorio, direttamente al secondo anno.

Che cos’è attuale nella Bohème? Ci sono quattro giovani bohémien che sognano la vita da artisti, hanno grandi progetti ma sono persone concrete, cercano di farsi spazio in questo mondo, riuscendoci e riuscendoci male. C’è il pittore, il poeta, l’operaia, Mimì è un’operaia, più attuale di così! Sia nella trama sia nell’essenza dell’opera, ci possiamo rispecchiare: c’è l’amore, ci sono le delusioni, le amicizie, come nel nostro quotidiano. E ci sono personaggi come Musetta, il più divertente che abbia mai interpretato. Ha un animo buono ma dà in escandescenze molto facilmente, torna in sé, poi ricomincia a urlare e spacca anche i piatti, se è necessario.

Lei è un po’ così? Ho il mio caratterino. Ma per essere cantanti bisogna avere equilibrio, disciplina, prendersi cura della voce, del corpo. In vista di una recita si preserva la voce, si evita di andare al pub con gli amici, in posti dove gli altri fumano, anche di parlare a lungo o urlare, per non affaticare lo strumento. È una vita fatta di regole e sacrifici, ma la musica li ripaga tutti.

Che cosa si può fare per portare l’opera nelle playlist dei ragazzi? Fargli ascoltare l’opera in un contesto in cui non se la aspettano. Io faccio parte dei MaYaN, la mia band olandese che fa tutt’altro genere, il metal. Insieme abbiamo fatto un esperimento, durante un concerto in Sudamerica ho iniziato a cantare un’aria lirica. Inizialmente la reazione è stata: cosa succede, cosa sta cantando, perché non c’è più la batteria? Dopo i primi secondi di esecuzione, il delirio, gente che non aveva mai sentito Puccini si strappava i capelli per Puccini. Per noi è stato così. Un altro modo potrebbe essere far ascoltare di più l’opera in televisione, al momento Rai5 lo fa con i titoli più importanti, così si stimola l’interesse. Oltre a passare l’opera per intero si potrebbe creare una trasmissione con le arie più famose, raccontando di ognuna la storia, perché è quella che inchioda l’ascoltatore, la storia che c’è dietro. Se mi ritrovo a sentire Che gelida manina voglio sapere di cosa si sta parlando e capire il contesto.

Il leader dei MaYaN, Mark Jansen, è il suo fidanzato. Come vi siete incontrati, c’entra la musica? Sì, eccome. È una storia buffa, un giorno stavo cercando musica su YouTube, mi aveva attratto il termine “gothic music”. Cliccando si è aperto un video della band Epica, una ballad, senza batteria. A un certo punto è spuntato Mark, e ho avuto un colpo di fulmine, per lui e per la musica. Dovevo conoscerlo, non importava come. Peccato che io fossi giovane, lui vivesse dall’altra parte del mondo e facesse già le tournée. Ho cercato la band su MySpace, lasciavo commenti e messaggi, ma pensavo che fosse un manager a curare il profilo. Poi un giorno ho scritto: adesso devo andare perché c’è un concerto d’opera. Lì ho scoperto che era lui a rispondere, mi disse che era curioso, di mandargli un video. Dopo una settimana mi scrisse che la band mi aveva sentito cantare e che volevano collaborare con me. Solo quando mi sono arrivati le musiche e il contratto, ho realizzato che era tutto vero. Sono entrata in questo progetto così, per un segno del destino. Nelle varie tournée ci siamo conosciuti bene e poi ci siamo messi insieme, inevitabilmente.

Su YouTube ci sono video in cui lei fa headbanging (lo scuotere la testa in modo deciso a tempo di musica, tipico del metal) sul palco. Come si conciliano la sua parte metallara e quella lirica? È la mia doppia personalità! Sembrano due mondi lontani ma per me hanno tanto in comune, perché entrambi cercano delle sonorità drammatiche e spingono l’orchestra al massimo. Mentre fai headbanging sul palco c’è quella carica, quell’energia che ho ritrovato paradossalmente dentro Carmen. Sul finale di un famoso terzetto dell’opera si esaltano le percussioni, l’orchestra è fortissima, è come trovarsi dentro il metal.

In che cosa si sente artista e in che cosa artigiana della musica? Artista nel canto dell’opera, perché interpreto dei ruoli, cerco di infondere le mie emozioni ma la musica è stata pensata da un compositore. Devo mantenere le linee stilistiche, non posso fare un “fortissimo” se c’è scritto “piano”. Nel mio progetto solista, dove sono io a comporre le musiche, decidere il tipo di arrangiamento e il tipo di vocalità che voglio utilizzare, diventa un lavoro di artigianato a tutti gli effetti. Posso sbizzarrirmi: in Terra ho voluto raccontare la forza della mia Sicilia, le mie esperienze, i miei paesaggi.

Ci dà il nome di tre arie da tenere sullo smartphone e ascoltare in metro? Volentieri. Sempre libera di La Traviata, numero uno, tra le mie arie preferite. Poi O soave fanciulla, duetto di La Bohème, strepitoso. Les tringles des sistres tintaient di Carmen, il terzetto che dicevo prima: se hai bisogno di caricarti la giornata, lo metti a palla e vai alla grande.

La t-shirt della AOI collection ispirata all’opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti
Courtesy Photo

La capsule collection OVS Arts of Italy, disponibile dal 22 settembre, rende omaggio a cinque opere liriche italiane. Le t-shirt da donna in cotone con ricami riportano frasi delle arie più celebri, le gonne e i cerchietti rivisitano lo stile d’epoca dei melodrammi. Per l’uomo, frac (come quello indossato sopra da Elio), tabarri, smoking, tube e papillon si ispirano al pubblico ottocentesco dei teatri. OVS ha affidato a Elio il ruolo di curatore artistico di questa terza edizione del progetto Arts of Italy: farà da mentore ai concorrenti di Amadeus Factory, il primo talent per gli studenti dei conservatori, con finale il primo dicembre. I migliori vinceranno una borsa di studio.

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