Incontriamo Ahmed lungo la strada che da Marivan conduce verso l’Iraq, sudato nonostante l’aria pungente, gli abiti sporchi di fango, il volto scavato, le mani senza guanti, dure e screpolate. Lo incrociamo e ci fermiamo a parlare con lui grazie all’aiuto di Rastynn, il nostro amico e fixer iraniano. “Da dove vieni Ahmed?”“Dalla città di Marivan” capitale dello shahrestān di Marivan, nella provincia del Kurdistan Iraniano. Ha poca voglia di parlare, è stanco, e seppur nessun peso prema sulle sue spalle, cammina chino come se una forza gli schiacciasse le scapole. Mentre Ahmed si dirige verso casa noi continuiamo il cammino in direzione del confine; pochi metri più in là ci intimano di tornare indietro, poco dopo una voce proveniente dalle montagne ci convince ad andarcene. Il nostro passo è svelto, rivediamo Ahmed non appena terminato lo sterrato.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Alessandro Cinque

È proprio dalla strada principale che collega Marivan con Hawraman, che si dipana la via stretta e fangosa che quotidianamente molti uomini percorrono trasportando merci da e oltre il confine per pochi dollari al giorno. Questi uomini sono chiamati Kolbar, il loro viaggio dura circa 18 ore e caricano sulle spalle fino a 40-50 chili di merce. Solitamente trasportano abiti, elettrodomestici e sigarette poiché il loro costo, in terra irachena, è nettamente inferiore. In Iran i prezzi di mercato sono più alti a causa dei dazi di importazione ma, soprattutto in aree come il Kurdistan, la stato di povertà della popolazione rimane identico da entrambi i lati del confine.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Ogni mattina c’è un grande caos: arrivano camion a caricare le merci ammassate in quantità disordinate lungo i versanti della montagna, i furgoncini depositano muli e cavalli per facilitare la traversata, animali che soltanto i più facoltosi possono permettersi. Gli uomini arrivano in auto, in moto, a piedi e parlano ad alta voce, contrattano, riposano sotto qualche flebile raggio di sole e per scaldarsi bevono tè, facendo sciogliere in bocca le zollette di zucchero.

Il carico sulle spalle dei kolbar arriva a pesare fino a 50 chili. La stretta e fangosa strada che collega Iraq ed Iran attraversa le montagne
Alessandro Cinque
Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Sembra impossibile che nessuna autorità sia a conoscenza della vicenda e, infatti, soltanto pochi metri più indietro, nascosti dietro un’enorme curva ad U che circoscrive la montagna, all’interno di un gabbiotto due poliziotti sorvegliano, apparentemente non curanti, la strada. I lavoratori sono principalmente di etnia curda e costretti a un lavoro pericoloso ed estenuante a causa delle pessime condizioni economiche dell’area. Nel Kurdistan Iraniano decenni di negligenza e politiche discriminatorie da parte del governo hanno fatto a pezzi l’economia: il tasso di disoccupazione è alto soprattutto tra i giovani; mancano le infrastrutture e le classi più deboli accedono con difficoltà ai sussidi statali e all’istruzione.

“I lavoratori, ad esempio, per paura della repressione o per mancanza di specializzazione, spesso sono costretti ad accettare condizioni di lavoro inadeguate e salari molto bassi” ci spiega Ahmed mentre ci apprestiamo a bere del tè bollente, seduti sulle scomode rocce al margine delle strada.

La città di Marivan, capitale dello shahrestān di Marivan, nella provincia del Kurdistan Iraniano.
Alessandro Cinque

Guardando verso le montagne, in lontananza, multiformi macchie arancioni interrompono bruscamente il verde scuro quasi marrone della vegetazione: sono gli involucri in plastica che nascondono i beni trasportati, abbandonati ai lati dei differenti punti di raccolta.

Lungo il cammino luoghi di ristoro permettono agli uomini di rifocillarsi e prendersi una pausa dalla traversata: in inverno le temperature sono molto basse, le montagne colme di neve e alla fatica si aggiunge il freddo pungente, uno dei peggiori nemici dei Kolbar. Poco prima dell’arrivo, all’interno di rudimentali centri di raccolta, le merci vengono tolte dalla loro usuale confezione arancione e suddivise sulla base della futura strada che intraprenderanno. “Che cosa fate di tutti quei rifiuti?” chiediamo ad Ahmed e ai suoi colleghi. “Alla fine della giornata li raccogliamo e poi gli diamo fuoco”. Restiamo fino al tramonto, in attesa dei grandi falò, quando alla luce crepuscolare si aggiunge il fumo e l’odore acre della plastica bruciata. C’è finalmente silenzio.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Momenti di riposo: uomini pregano nella Moschea della città.
Alessandro Cinque

La questione dei Kolbar è scottante per lo stato iraniano in quanto porta con sé anche parte della questione curda. Kurdistan iraniano e Kurdistan iracheno, seppur separati da confini politici e geografici, trovano continuità grazie agli usi, costumi e tradizioni del popolo curdo conducendo, nella pratica di chi vive la zona, a una svalutazione del significato di confine. Prendendo coscienza di questo, alcune “card” (licenze) sono state concesse dello Stato iraniano, rendendo legale l’acquisto di determinate tipologie di merce in Iraq e il trasporto in terra iraniana con l’obiettivo di facilitare l’economia delle popolazioni locali (nelle zone di confine si tiene conto della reale pratica secondo cui l’acquisto di un televisore in Iraq, ad esempio, avviene per un prezzo molto più basso rispetto all’acquisto in Iran). Eppure il continuo flusso di persone e la grande quantità di beni trasportati rende difficile verificare l’effettivo possesso della licenza e che cosa accadrà al bene una volta entrato.

Sotto il peso delle merci ed a causa della lunga traversata molto spesso anche gli asini, stanchi e malnutriti, soccombono.
Alessandro Cinque
Seduti al margine della strada gli uomini riposano, attendono i compagni, organizzano la giornata di lavoro.
Alessandro Cinque
Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Al trasporto di beni necessari per il sostentamento delle popolazioni locali, si aggiunge il traffico illegale di merce che arriva fino alla capitale, Teheran, e arricchisce i trafficanti che in questo modo introducono nel mercato prodotti a prezzo più basso poiché non sottoposti a tassazione. Al sistema si associano il trasporto di alcol (bandito in Iran) e di droga. L’alternarsi di periodi di stabilità e di tensione lungo la frontiera, sulla base dei rapporti tra stato centrale e minoranza curda, impedisce una reale regolamentazione del lavoro del Kolbar le cui condizioni, già precarie a causa della pericolosità della traversata, si aggravano per gli scontri con la polizia locale.

Sono frequenti i casi in cui muli, asini e cavalli, utilizzati per il trasporto, vengono colpiti e uccisi dai proiettili sparati dagli agenti, di fatto causando un ingente danno al loro possessore. Sono frequenti anche i casi in cui sono gli uomini a morire a causa delle pessime condizioni climatiche - soprattutto in inverno - , della pericolosità della rotta ancora cosparsa di mine antiuomo risalenti al conflitto tra Iraq ed Iran e sotto il fuoco delle forze di Polizia.

Le merci trasportate vengono ammassate lungo i versanti della montagna mentre gli uomini contrattano il prezzo di vendita. Nell’immagine ogni scatola contiene 10000 sigarette.
Alessandro Cinque
Tra le merci trasportate vi sono abiti, tv, elettrodomestici ed apparecchiature elettroniche poiché vengono acquistate in Iraq per un prezzo molto più basso rispetto al mercato Iraniano.
Alessandro Cinque
Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Eppure migliaia di uomini continuano a rischiare quotidianamente la loro vita poiché il lavoro del Kolbar resta una delle maggiori fonti di guadagno per l’intera area, nonostante questo sembri non superare i 10 - 20 dollari al giorno.

Vista della vallata accanto al confine tra Iran ed Iraq
Alessandro Cinque

** Alessandro Cinque è un fotografo italiano classe 1988, Ambassador Leica, vincitore dell’Award of Excellence 2018 / POYi Pictures of the Year International.