Artissima 2018 è donna! Incazzata, sincera, libera: tour guidato tra le opere cult

Donne che non si vedono ma si immaginano, donne che urlano e che citano, donne che espongono dubbi e certezze. Guida provata per voi dalla 25esima edizione.

Artissima, the most important contemporary art fair in Italy
Getty ImagesPacific Press

Donne vestite o nude, donne a colori o in bianco e nero, galleriste, artiste o entrambe, raffinate ed esigenti collezioniste o semplici appassionate d'arte; donne ritratte o dipinte, fotografate, riprese, immaginate, sfruttate, amate ed esaltate a seconda di luoghi e situazioni. A Torino sono loro le protagoniste e la fiera d'arte contemporanea più importante d'Italia è femmina e urla diritti, amori, dolori, incazzature, gioie e passioni sin dal suo nome, Artissima, dove tutto il senso è portato al massimo grazie a quel superlativo assoluto. Avete tempo per visitarla fino a domenica prossima, all'Oval Lingotto, l'ex Oval Olympic Arena dove, undici anni fa venne ospitata la ventesima edizione dei Giochi Olimpici invernali, “ma l'arte – ci ricorda Ilaria Bonacossa, alla sua seconda edizione da direttrice – c'è sempre e tutto l'anno, non dimentichiamolo”.

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Perdersi tra i dodicimila metri quadri della sede tra 200 gallerie e 60 espositori sarà semplice, ma ogni fiera, si sa, attrae e confonde, distrae e umilia (per non poter comprare una o più opere d'arte o semplicemente perché qualcuno lo ha già fatto prima di noi), affatica ma, alla fine diverte, quello è certo. È per questo che chi scrive ha pensato di trasformarsi, ma solo per poche righe, in una guida reale (ma non ideale), cercando di accontentare un po' tutti voi, cari lettori, ricordandovi che, nonostante tutto, “il tempo è dalla nostra parte”, come ricorda il fil rouge di questa venticinquesima edizione di Artissima. “Il tempo, aggiunge la Bonacossa, non è da intendere come una statica cristallizzazione del ricordo e della celebrazione, ma un qualcosa che va proposto, interpretato e vissuto come un flusso dinamico in grado di imprimere il ritmo del cambiamento preservando la sospensione temporale dell’emozione dell’opera d’arte”.

E a proposito di opere, ad accoglierci, poco dopo l'entrata, c'è un grido, quello di una donna in piedi e ferma vicino ad una parete. Non ha vestiti e a coprirla, se così si può dire, ci pensano i suoi capelli lunghi e intrecciati come rami. Non può muoversi, ma continua ad emettere un suono che non è un un urlo, ma un canto che assomiglia a quello delle sirene di Ulisse (breve nota: nessuno ha mai sentito quell'urlo, ma dalla descrizione nell'Odissea o dalle immagini dei tanti film realizzati su quel poema e quella storia, uno un'idea se la fa). All'improvviso si libera, raccoglie i vestiti dal pavimento, li indossa e scappa via per gli stand. La performance è di Thomas De Falco, che molte e molti di voi avranno visto alla Triennale Design Museum di Milano lo scorso anno, un artista che ha ribadito più volte che “è la donna a dover essere dominante” e che “l'uomo non esiste senza di lei”. Le signore presenti, anche alcune bambine, applaudono, un ragazzo anche, un signore pure, ma probabilmente è ancora piacevolmente stordito dal ricordo di quell'immagine che aveva davanti a sé pochi minuti prima.

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Ci spostiamo da Primo Marella e alla sua Galleria Primae Noctis, che da Lugano va da trent'anni in Asia alla ricerca di nuovi talenti. Uno di questi è sicuramente il cinese He Wei, artista che ama le donne e che le valorizza creando dei personaggi tra la vita e la morte, la fiaba, il sogno e la realtà come dimostra Pepper, un olio e pastello in cui un'immagine dai lineamenti molto femminili ricorda le attrici eleganti degli anni Quaranta e Cinquanta, da lui “disturbate” con segni, colori, contrasti e stili differenti, persino quelli dei fumetti Disney, capaci di dare all'opera una grande personalità. Alla Prometeus Gallery di Ida Pisani sarete colpiti dalle foto e dai video di Maria José Arjona: in uno di quelli in mostra, si sdraia tra mille bottiglie che al suo movimento riproducono il rumore dell'Oceano; in un altro viene ripresa in primo piano da diverse angolazioni con lame sottili che le sfiorano il collo (niente sangue, tranquilli) con evidenti richiami a Marina Abramovic di cui è stata allieva.

RUNO LAGOMARSINO, We, 2017 Courtesy of the artist and Francesca Minini
Sebastiano Pellion di Persano

Da Francesca Minini le foto in bianco e nero di Jacopo Benassi sono poco distanti dai puzzle futuristici di Stefano Arienti; da Monica De Cardenas, invece, i nuotatori di Katherine Bradford anticipano il mondo meraviglioso e acquatico di Alex Katz, dove tutto dipende dallo sguardo intenso ed ammirato di una donna con un cappello bianco. Da Ribot, la galleria milanese di Monica Bottani, gallerista molto attenta alla ricerca, e alla originalità, ci sono dipinti – quelli di Marco Reichert in bianco e nero, da lui realizzati con macchinari in grado di produrre dei segni come fossero dei tappeti – ma non mancano le sculture – quelle di Oren Pinassi, vere e proprie anime di metalli, gesso, iuta e pigmento, opere che sottolineano lo stupore e l'ambiguità, impreziosite dall'utilizzo di specchi.

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Katherine Bradford Artissima 2018
Giuseppe Fantasia

Stefania Fersini, classe 1982, è invece attratta dall'aspetto meditativo dell'esecuzione pittorica e ama usare la mimesi e l'illusione. In fiera, grazie alla torinese Photo Contemporary di Valerio Tazzetti che la rappresenta, ha portato pannelli celesti da cui emerge una sedia che sembra vera, ma è solo dipinta, scenografie speciali, le sue, che considerano lo spazio come un medium in sé. Le donne non si vedono, ma, purtroppo, si immaginano nelle case chiuse fotografate da Pablo Balbontin Arenas, artista spagnolo con una laurea in giornalismo che con la serie Media Hora illustra quei luoghi con un occhio diverso, durante il giorno, quando sono chiusi al pubblico e si mimetizzano nell'ambiente urbano. Il suo “è un esercizio di responsabilià e di comprensione di una verità quasi invisibile”, ci spiega, in cui le donne “sono recluse e senza documenti ma pronte a tutto pur di riconquistare la libertà ottenuta indebitandosi con l'organizzazione criminale che le ha portate in Europa”.

Federico Bernardeschi e l’artista Alek O
Getty Images
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Vi riprenderete grazie all'amore che ha per le persone con cui lavora e per il suo lavoro, la gallerista Sonia Ribeiro. Nata in Mozambico da genitori portoghesi, si è trasferita in Angola e lì ha aperto la sua This is not a white cube(TINAWC), una galleria d'arte contemporanea volta a far conoscere ed emergere artisti sperimentali, da Cristiano Mangovo a Nelo Teixeira, da Monica De Miranda a Ricardo Kapura, Pedro Pires e Hakoo Hankson. “Nomi per ora sconosciuti ai più – ci spiega – ma a loro e a me poco interessa, perché ciò che conta è che si sappia che anche in quel Paese si fa l'arte e c'è la cultura”. Ama le donne lo scozzese David Yarrow, il più importante fotografo di “Wild-Life” al mondo, che le ritrae tra animali feroci evidenziandone i corpi bellissimi ma senza volgarità. “Un fotografo – ci ricorda - non potrà cambiare le cose da solo, ma è necessario fare tutto il possibile per cercare di trovare la bellezza in un mondo marginale, affetto da cambiamenti climatici epocali che stiamo perdendo”. Le ore passano e la stanchezza si fa sentire, “ma di tutto questo vi resterà il ricordo”, ci spiega Tania Muraud che da Eastards Prospectus presenta la sua solo, “Memory”, una grande parete con quella scritta quasi indecifrabile “come il senso della nostra esistenza” dove il tempo – lì e in tutta Artissima 2018 - assume una duplice valenza per un passato eloquente e per un futuro aperto più che mai all’indagine creativa.

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