Perché abbiamo sempre più bisogno di ritrovare le nostre origini?

30 milioni di ricerche dei propri avi su Google, 2 milioni di visite al portale Antenati dei Beni Culturali: mentre perdiamo la narrazione familiare cerchiamo online tracce di passato a cui aggrapparci. Ecco perché viviamo in un paradosso.

Some Bathers Dive Into The Water
Mondadori PortfolioGetty Images

«Pronto, avete notizie di mio nonno nel dizionario degli artisti italiani?». Attesa. Alla Comanducci Editore un respiro maschile prende tempo. «Ho trovato quello che cerca. Le posso fare delle scansioni, è tutto ciò che ho. Online non troverà nulla». Poi, silenzio. La voce riprende: «Gli aneddoti della sua storia lei li conosce meglio di chiunque altro. Perché non la riscrive lei?». In realtà chi telefona a una redazione deserta per capire dove siano custodite le informazioni sul nonno pittore non ne sa abbastanza. Come chi scrive un’email alla direzione degli Archivi di Stato senza ricordare il cognome del bisnonno, per sapere da quale villaggio italiano partì verso il Sud America. O chi contatta l’archivio della propria città su Facebook, in cerca di dettagli sui giorni in cui il nonno impugnava un’arma negli anni più bui della nostra Storia. Dettagli, appunto.

Paraggi, 1952
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Non c’è tempo, bisogna rincorrere l’immediato. Le connessioni si sfilacciano.

Sono solo la partenza per capire chi siano davvero i nostri antenati, in un mare di informazioni. Per completarla ci vorrebbe la narrazione di famiglia intorno al tavolo della cucina, così come è stato fino alla fine degli anni 70. E che oggi sta scomparendo. Non c’è tempo, bisogna rincorrere l’immediato, le connessioni si sfilacciano. Poi però la formula “cercare-origini-famiglia-online” su Google genera oltre 30 milioni di risultati. “10 e oltre siti web per scoprire l’origine della propria famiglia”. “Vuoi conoscere i tuoi antenati? Ora basta un clic”. C’è anche il guru del web Aranzulla: “Come risalire ai propri antenati”. Spotify crea una playlist basata sul Dna, suggerendo brani in base alla provenienza degli avi. Questo bisogno è però molto più complesso.

30 milioni: sono le ricerche dei propri avi su Google

Cesenatico, 1950
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Districarsi tra i ricordi. «La voglia di conoscere la storia della propria famiglia è altissima», spiega Micaela Procaccia, dirigente generale degliArchivi di Stato. «Il portale Antenati è nato per l’enorme mole di richieste. Documentazioni, certificati, indicazioni di provenienza, che arrivano anche dall’estero. Soprattutto dal Sud America.La media, in aumento, è di due richieste al giorno». Il sito è il più visitato tra tutti i portali archivistici italiani con quasi 2 milioni di visualizzazioni e un incremento di oltre il 22% nel 2018. Negli ultimi sei mesi è stato consultato da oltre 200mila persone per un totale di 500 mila visite e oltre un milione e 500 mila pagine lette. Non stupisce che Antenati sia stato creato con Family Search, società di mormoni e la più grande organizzazione genealogica al mondo dal 1894. In Italia infatti ogni ricerca anagrafica antecedente al 1770 deve essere fatta negli archivi parrocchiali. Dove però nessuno entra. «Ci sono 101 archivi di Stato in Italia. Spesso mi chiedono ancora se siano gratuiti e aperti, quasi fossero dei luoghi segreti». Le visite delle scuole hanno successo, ma nel 2018 solo 20 in tutta Roma hanno fatto una gita all’archivio della città. «I siti a pagamento speculano sul nostro bisogno di conoscenza. Spesso soddisfano solo il narcisismo di chi vuol sentirsi dire di avere un antenato nobile», spiega Annalisa Rossi, soprintendente archivistico e bibliografico della Lombardia e direttore dell’Archivio di Stato di Milano. «L’unica battaglia possibile per le istituzioni è dotare le persone degli strumenti di cittadinanza attiva. La capacità di discernere. Sapere dove attingere un’informazione corretta rispetto a un bisogno».

Alassio, 1972
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2 milioni: le visite al sito Antenati della Direzione Generale per gli Archivi e i Beni Culturali

A Milano nel 2018 sono state soddisfatte oltre mille ricerche per corrispondenza, di cui 594 relative ai fogli e ai ruoli matricolari dei propri avi durante il servizio militare. Così si possono scoprire il peso o i segni particolari del proprio bisnonno, ma anche se abbia subìto richiami o sia stato insignito di qualche onorificenza. «Il dato di Milano è significativo di una dimensione nazionale. La digitalizzazione massiva degli archivi rischia però di essere fine a se stessa. I documenti non bastano. Devono essere accompagnati dal-la mediazione di personale qualificato che è a disposizione gratuita di chiunque cerchi qualcosa».

Cerchiamo le nostre origini online perché non siamo più in grado di appartenere a nessuna comunità.

Palermo, 1952
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Illusione e narcisismo? «Cerchiamo le nostre origini online perché non siamo più in grado di appartenere a nessuna comunità», spiega lo storico David Bidussa. «Un diciottenne oggi è più solo di 20 anni fa. E mentre prima il desiderio più grande era quello di emanciparsi liberandosi dal peso della Storia, ora ci piace ritrovare nel passato un senso di calore umano. Ma se speriamo di trovarlo solo con Google o nei documenti siamo fuori strada».

Mentre perdiamo la narrazione familiare cerchiamo online tracce di passato a cui aggrapparci.

Un gruppo di soldati dell’Italia liberata riceve la posta, 1943
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Viviamo in un paradosso. Mentre perdiamo la narrazione familiare cerchiamo online tracce di passato a cui aggrapparci. Custodire cimeli di vita remota ci fa sentire vivi. Rinsalda le radici che stiamo perdendo. Le vite di quei nonni, banali o strabilianti, spesso segnate dalla guerra, ci sembrano sempre più interessanti delle nostre. Cerchiamo nel web tracce antiche della nostra identità sbiadita, e ci illudiamo di poter raccontare quella attuale su Instagram. Ma è solo un altro modo per dire ci siamo anche noi, ci siamo ancora.

Una giovane coppia in Liguria, 1952
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