Voltiamo pagina: lettori si cresce con Giusi Marchetta

Un teenager italiano su due legge un solo libro all’anno. Motivo? L’equazione pagine=noia. Ma Polito, personaggio della scrittrice-prof Giusi Marchetta, dimostra che la lettura è un gioco. Da ragazzi

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Leonardo CendamoGetty Images

Siete stati di quei bambini che invece di giocare con i coetanei si chiudevano dietro un libro? Appena arrivati al mare, invece di buttarvi in acqua, riaprivate la pagina chiusa in macchina? Allora Lettori si cresce, il libro di Giusi Marchetta pubblicato da Einaudi quest’anno, parla a voi: «Leggevo invece di dormire, di fare amicizia, di studiare».

Non siete quel tipo di persona? Non importa, andrà bene lo stesso. Giusi Marchetta è una scrittrice formidabile ed è anche un’insegnante di scuola media. E ha un modo di parlare di libri che appena finisce correresti a sfogliare titoli di una qualsiasi libreria, reale o virtuale. Lo so, è il termine più abusato per parlare di un libro: “necessario”, ma quello di Giusi Marchetta lo è. Se si potesse lanciarlo sulle scuole da un elicottero, sugli alunni, sugli insegnanti, e pure direttamente in testa a certi genitori, andrebbe fatto. Lo scrittore e opinionista George Saunders sostiene: «Un libro non deve fare tutto, deve solo fare qualcosa».

Il libro di Giusi Marchetta fa qualcosa. Lettori si cresce è il memoir di una lettrice instancabile, la storia di un’educatrice alla lettura che non dà tregua a nessuno. Ed è un appello accorato a un personaggio speciale, Polito, un ragazzino che odia leggere, a cui Giusi si rivolge per tutto il tempo. È il nostro convitato di pietra al banchetto della cultura. «Non voglio annoiarti Polito, lo giuro. Giochi a calcio, alla playstation, esci con gli amici, desideri ragazze che non ti considerano. […] ma tu non leggi, Polito, mai. Né libri, né fumetti, né giornali, né riviste». Conoscete qualcuno così? Probabilmente sì, più di uno. Sono i ragazzi che non leggono. Secondo i dati dell’Istat quelli che hanno aperto un unico, solitario libro all’anno sono stati un 41% nel 2014.

Come li convinciamo, questi qui? A guardare le statistiche sulla lettura in Italia viene da rabbrividire. Non ti angosciano queste percentuali?
Quel che trovo più angosciante è la mancanza di attenzione per questi dati. A parte il problema editoriale (che ci segnala quanto un intero settore sia in crisi perenne), pare che essere un paese di “non lettori” non interessi a nessuno. E invece questi dati contano: ci parlano di analfabetismo di ritorno, di indifferenza rispetto alla possibilità di informarsi e di conoscere e apprezzare un’arte che appartiene alle scienze umane. Crescere e diventare umani leggendo pare non importi più di tanto. Un dramma.

Se non la soluzione definitiva, hai almeno qualche rimedio? C’è una lista di consigli pratici?
Guarda, l’unica cosa che garantisce un risultato sicuro credo sia picchiare i ragazzi. O pagarli. Se li pagassimo, leggerebbero tutti. Ora, dato che picchiarli ci fa orrore e pagarli non possiamo permettercelo, allora potremmo semplicemente cominciare a credere che la lettura sia importante davvero, e che meriti uno spazio nelle nostre vite. Non occasionalmente. Non quando dobbiamo farci in quattro per procurare a nostro figlio il libro o la scheda assegnati a scuola. Tutti i giorni un po’ e insieme: andare in libreria, leggere e commentare, non boicottare i libri assegnati senza dar loro una chance. Una sana crescita da lettore a lettore. Questo sarebbe il rimedio.

Vuoi dire che le nostre abitudini si riflettono sui ragazzi? E che dovremmo smettere di maneggiare smartphone tutto il giorno? Siamo pronti?
Non penso, non ci riuscirei nemmeno io. Ma ti assicuro che nella mia vita smartphone e libri coesistono. La tecnologia entra nel quotidiano di questi ragazzi fin da quando imparano a usare le dita, perché non fare lo stesso con i libri?

Nel tuo libro dici: «Continuo a pensare che accontentarci di poter indicare un colpevole sia sbagliato e che ci impedisca di porci le domande giuste. Per esempio mi chiedo quanti insegnanti e quanti genitori siano lettori». Una volta c’era la libreria di famiglia, spesso pareti di volumi intonsi e decorativi come i Meridiani Mondadori. E oggi?
I genitori hanno una grande influenza nell’educare i figli, questo risulta anche dalle statistiche: i figli di lettori risultano più facilmente lettori. E questo perché i genitori trasmettono, anche senza farlo esplicitamente, che nei libri c’è un valore, e ancora di più nelle storie raccontate. Un lettore ha un immaginario che è frutto delle sue letture e che tenderà a condividere con i suoi bambini: fiabe a tutto spiano, per esempio. Spesso capita che i bambini in età scolare leggano con piacere. Quando crescono però sembra che anche i genitori rinuncino un po’ a questo ruolo, lasciando che il ragazzino, magari alle prese con una scuola più impegnativa, abbandoni la lettura per sé. Continuano a fargli praticare uno sport, ma non si preoccupano poi tanto del suo immaginario: che si perda e amen. E gli insegnanti? Nel tuo libro parli di letteratura inflitta agli studenti attraverso noiosissime analisi di testo: «Un’ora di Dante poteva durare due giorni. Manzoni anche una settimana».

Faremo sparire Dante dai programmi perché troppo difficile?
Mi auguro di no. Anzi, mi auguro che aumentino gli insegnanti coraggiosi che obbligano a leggere testi che sfidano la capacità critica degli studenti. Dei coraggiosi sicuramente bollati come autoritari, come se non fosse un dovere scolastico predisporre un percorso letterario che l’alunno deve conoscere. Negli ultimi anni si è demonizzato tutto ciò che aveva a che fare con la fatica del conoscere (compiti a casa compresi). Non dico che i programmi non dovrebbero essere rivisti, anzi, nel libro contesto proprio l’idea di Dante e Manzoni insegnati alle scuole medie, ma credo che togliere a nuove generazioni di studenti la possibilità di confrontarsi con un autore perché ci sembra troppo difficile sarebbe un’ingiustizia crudelissima nei loro confronti. Al protagonista del tuo libro dici: «Se il problema è la difficoltà, la scuola deve proporti libri che siano alla tua portata».

Ma così non gli si toglie qualcosa, per esempio quell’inspiegabile senso d’invincibilità che ti prende quando riesci finalmente a padroneggiare una cosa difficile? Facendo le cose più semplici non si abbassa paurosamente il livello?
Un testo particolarmente ostico scoraggia quasi tutti i giovani “non lettori” con cui ho a che fare. Penso che una scala vada affrontata dallo scalino più basso a quello più alto. E credo che scegliere un testo “alla portata” dei miei alunni non significhi proporre letture più elementari. Nella lista che suggerisco troverai romanzi comprensibili anche all’ultimo della classe, ma che raccontano storie potenti e interessanti. Tra la banalità e Calvino ci sono molte sfumature di complessità: vale la pena provarle tutte.

I dati Istat dicono che la fascia di età in cui si legge di più è quella tra gli 11 e i 14 anni (53,5%), la stessa a cui tu insegni. Cosa sai di loro?
So che quando leggono non li ferma nessuno. Divorano quello che assegno, consiglio, presto, regalo. Me ne chiedono ancora. Cercano se stessi nei libri in un modo che mi lascia senza fiato. È una gioia parlare con loro dell’ultimo libro finito.

Quali sono le resistenze in classe quando fai proposte di lettura?
Le più classiche riguardano il numero di pagine. La lunghezza è un parametro spaventoso per il “non lettore” (che, va detto, si scoraggia facilmente qualunque sia questo numero). Comunque sia, le resistenze sono parte della mia professione: questi ragazzi sono abituati a lottare per fare il meno possibile. Leggere un libro intero per loro non vale mai la pena, né il tempo che devono rubare a qualsiasi altra cosa per arrivare alla fine. Quindi spetta a me accompagnare i più ostinati nel testo. Il modo migliore è intrigarli dall’inizio. Un paragrafo del tuo libro s’intitola “Vietato obbligare”, un’eco di quei diritti del lettore stilati da Daniel Pennac nel suo fin troppo popolare Come un romanzo.

Ma perché leggere non dovrebbe essere obbligatorio? Anzi, perché non possiamo proprio obbligare i ragazzi e basta?
È una delle parti che più mi sta a cuore di Lettori si cresce. Pennac ha scritto che leggere non sopporta l’imperativo: è una cosa interessante, poetica, ma falsa. Non solo possiamo chiedere ai ragazzi di leggere, ma dobbiamo farlo. L’idea che i più piccoli vadano sempre “convinti” agli obblighi importanti non è ammissibile. Siamo noi gli adulti responsabili e se vogliamo che acquisiscano competenze fondamentali bisogna trasmettergliele, punto. Certo, possiamo discutere sui modi, ma non sul fatto che lo debbano fare. Leggere significa comprendere un testo via via più complesso ed è compito della scuola insegnarlo. I ragazzi ne hanno il diritto, gli adulti il dovere. A un certo punto stimoli Polito suggerendogli che può tranquillamente abbandonare «i luoghi comuni con cui abbiamo trasformato la lettura in un’attività sana, educativa, virtuosa». Mossa astuta fargli sapere che nei libri trovi droga, sesso e rock’n’roll... E ce n’è, eccome. Soprattutto nei libri migliori. Purtroppo a scuola non possiamo irretire i ragazzi con quello che tutti noi cercavamo nei romanzi: storie che gli adulti non ci avrebbero mai raccontato. Comunque nell’ambito di quello che posso proporre senza attirarmi una denuncia, cerco sempre qualcosa di intrigante in questo senso. Cosa c’è di appassionante per dei dodicenni, che non mi faccia licenziare? La violenza tra ragazzi o sui ragazzi, l’horror, le peggio anomalie della famiglia e della società...

“Educare alla lettura” vale per tutti? Puoi convincere un ragazzo che vive in una realtà disfunzionale che la bellezza salverà il mondo?
Non puoi. Specie se non vede nessuna bellezza intorno a sé. Se vive in una periferia degradata e lo porti nei musei del centro penserà che non è cosa per lui, che non gli spetta (e in un certo senso la società glielo ripete fin dalla nascita). Educare alla lettura in una scuola con una biblioteca funzionante, dove sono finanziate attività e progetti culturali, significa diminuire un po’ il dislivello che c’è tra i nostri alunni. In sintesi non dobbiamo convincere quel ragazzino. E non dobbiamo nemmeno cercare di fregarlo. Dobbiamo piuttosto costruirgli attorno una realtà solida e autentica, che lo comprenda e gli dia libero accesso alla bellezza.

Abbiamo qualche speranza?
Sì. Ma temo che ne avessimo di più prima della riforma della scuola.

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