Oggi vengono imbrattate, abbattute, vandalizzate con scritte di ogni tipo dalla furia degli antirazzisti iconoclasti. La prima a saltare è stata, lo scorso 7 giugno, la statua di Edward Colston, mercante di schiavi e filantropo nella Bristol del Seicento, eretta nel 1895. I manifestanti avevano usato delle corde per abbattere il monumento dal piedistallo per poi gettarlo nelle acque del porto della cittadina inglese. Poi è arrivato il turno di Winston Churchill, sfregiato a Londra con la scritta spray “era un razzista” e quindi “impacchettato” dal sindaco Sadiq Khan davanti a Westminster per preservarlo dalla rabbia degli attivisti in marcia in nome di George Floyd. Quindi è stata la volta di Giulio Cesare, Jefferson Davis e Cristoforo Colombo, le cui sculture cittadine sono state prese di mira a Richmond in Virginia, a Minneapolis in Minnesota, a Boston e a Miami. In Italia è toccato infine al giornalista Indro Montanelli, Carlo Felice e perfino a Giuseppe Garibaldi. Tutti bollati come razzisti, colonialisti, sfruttatori.

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La statua di Indro Montanelli a Milano, giugno 2020

Eppure se ne stanno lì immobili da sempre e ci guardano dall’alto verso il basso. Ci vedono attraversare la strada, entrare al bar e fare la spesa. Sembrano indifferenti, annoiate. Come lo siamo noi nel guardare loro, a meno che non rappresentino qualcuno da abbattere o ci siano utili come punto di riferimento per un appuntamento in centro. “Incontriamoci sotto il monumento”, ma non importa poi tanto chi quel monumento alla fine rappresenti. Alzi la mano quanti sanno, ad esempio, chi è quel tipo a cavallo, nel cuore di Piazza Duomo a Milano. Di quale dei tanti Vittorio Emanuele si tratta? Del primo, del secondo o del terzo?

La statua di Cristoforo Colombo a Washington, D.C., ottobre 2002
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Da un lato le statue e dall’altro noi. Ci sopportiamo a vicenda. Ma gran parte di loro ha una storia antica. Sono state erette secoli o decenni fa, quando rappresentavano la più ambita incarnazione del modello di riferimento, del patriota e dell’eroe. Poi però abbiamo smesso di costruirle. “I monumenti, le statue, le iscrizioni e così pure la storia sono forme di protesta contro il nulla che segue la morte”, diceva lo scrittore e generale americano Lewis Wallace. Eppure quel tipo di iconografia col passare dei decenni ha perso appeal, almeno qui in Occidente (in India nel 2018 invece ne è stata eretta una di 240 metri in onore dell’eroe dell’indipendenza Sardar Vallabhbhai Jhaverbhai Patel, costo complessivo: 350 milioni di dollari).

Ma quand’è che da noi è finita la magia? Sia chiaro, l’uomo ha sempre bisogno di innalzare monumenti che siano un monito, simboli capaci di farci ricordare ciò che è stato e di proteggerci da ciò che sarà. Ma dagli Anni Cinquanta a oggi le sculture celebrative sono passate di moda. Motivo: è terminato il tempo in cui dar vita a miti, piazzare uomini sopra altri uomini. Alle rappresentazioni antropomorfe si sono preferite rappresentazioni astratte. Alle celebrazioni di trionfi e capolavori, si sono sostituiti luoghi per l’anima, memoriali in cui custodire il ricordo inteso come il bene più prezioso. Come il National September 11 Memorial & Museum disegnato dall’architetto israelo-americano Michael Arad e dal paesaggista Peter Walker nell’area del New World Trade Center, dove un tempo sorgevano le Twin Towers distrutte l'11 settembre 2001. Come il Memoriale della Shoah a Berlino, inaugurato nel 2005, e progettato dall'architetto Peter Eisenman, assieme all'ingegnere Buro Happold, per commemorare le vittime dell’Olocausto. O come Vietnam Veterans Memorial in granito nero ideato nel 1982 dall'architetta e designer statunitense Maya Lin a Washington. Strutture geometriche e spirituali. Non ci sono più corpi in bella mostra né volti. Niente eroi a cavallo o armati di spada. Tutto è lasciato all’introspezione. Come se per ricordare qualcosa o qualcuno, occorra innanzitutto un processo interiore, intimo.

La statua di Re Leopoldo II del Belgio a Bruxelles, giugno 2020.
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Ecco perché appaiono del tutto fuori contesto le residue rappresentazioni che ancora resistono in qualche angolo del pianeta, dedicate al culto della personalità. Strappano un sorriso (anche perché non viviamo da quelle parti) le due statue di bronzo di Kim Il-sung e Kim Jong-il in Corea del Nord. Alte una ventina di metri, appartengono al Grande Monumento Mansudae, eretto a Pyongyang, per onorare la lotta rivoluzionaria del popolo e dei loro superleader. Suscita ilarità anche la statua dedicata all’eccentrico (e soprattutto megalomane) presidente del Turkmenistan Saparmyrat Atayevich Nyýazow. Ventuno metri esatti di roccia bianca, bronzo e foglie d'oro a 24 carati. Nel 2013 Papa Francesco fece rimuovere la scultura a grandezza naturale che l’artista Fernando Pugliese aveva costruito in suo onore nei giardini accanto alla cattedrale di Buenos Aires. “Il Pontefice,- si disse all’epoca in una nota,- preferisce uno stile più austero e respinge ogni segno di «vanità» e culto della persona”.

La statua di Zlatan Ibrahimović a Malmö, novembre 2019.
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Non strappano sorrisi, ma brividi di freddo, invece, le statue che negli ultimi anni sono state dedicate a attori, scrittori, beati, calciatori e perfino soubrette. Roba da mani nei capelli le raffigurazioni di Padre Pio negli angoli più sperduti della nostra Penisola. Lo stesso vale per il monumento in bronzo che l'isola portoghese di Madeira ha dedicato nel 2015 al campione della Juve, Cristiano Ronaldo o per il mezzobusto di due metri che Cervinia ha realizzato in ricordo di Mike Bongiorno nel 2012. Per l’opera - si fa per dire - dal titolo asciutto Statua di Zlatan raffigurante il calciatore svedese Zlatan Ibrahimović, creata dallo scultore Peter Linde alla fine del 2017 o per la contrastatissima (soprattutto da parte delle mogli dei pescatori locali) scultura che il comune pugliese di Porto Cesareo ha eretto nel 2002 per celebrare l'attrice italiana Manuela Arcuri, “simbolo di bellezza, prosperità e pescosità”.

Una protesta Black Lives Matter a Bristol, giugno 2020.
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Piuttosto anacronistica (e decisamente bruttina), bisogna ammetterlo, è anche la statua che la città di Milano ha dedicato a Indro Montanelli, in questi giorni al centro delle polemiche dopo essere stata imbrattata in via Manin, luogo dove il giornalista fu gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1977.

La domanda che sorge spontanea è: abbiamo ancora bisogno di esporre dei totem per ricordare qualcuno? Basta davvero una scultura a sua immagine e somiglianza per renderne eterna l’opera? Probabilmente questa è la via più semplice, quella che non impone grandi sforzi, esclusi quelli dello scultore. Basta piazzare da qualche parte il faccione di colui che si vuole omaggiare e la coscienza è a posto. Decisamente più complicato e faticoso, sarebbe divulgarne l’opera o le gesta. Coltivarle, tramandarle e mantenerle vive come un fuoco sacro. Senza imporre a nessuno alcuna presenza fisica. Perché l’errore più grande, in questi casi, è proprio quello di limitare la complessità di un'esperienza umana a un semplicissimo pezzo di marmo.

La statua di Cristoforo Colombo a Boston, giugno 2020.
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