Lo specchio e la luce e la sua fame di silenzio, incontro con Hilary Mantel

Intervista con la scrittrice inglese in libreria con l'ultimo capitolo della saga di Thomas Cromwell che le è valso due Booker Prize.

anne boleyn, 1935 anne, marchioness of pembroke circa 1507 1536, also called ann bolin and anne bullen, the original medieval english pronunciation was the second wife and queen consort of henry viii and mother of queen elizabeth i anne was imprisoned in the tower of london on charges of adultery with her brother and four other men, and of conspiring with them against the kings life she was beheaded, and henry was betrothed to jane seymour the following day from kings  queens of england   a series of 50 john player  sons, london, 1935 artist unknown photo by the print collectorgetty images
Print CollectorGetty Images

Hilary Mantel è una delle poche, fra scrittrici e scrittori, ad avere colto un principio semplice dell’era digitale: o scrivi libri, o scrivi sui social. Il suo ultimo tweet risale al 2013, la sua pagina ufficiale Facebook fa quello che deve fare, informare i lettori sulle nuove uscite, e di Instagram sembra ignorare l’esistenza. Chi ha mai tutta questa urgenza di leggere un tuo libro, se le tue parole le può leggere altrove tutti i giorni? E poi, non si viene fraintesi e non ci si espone (vedi J.K.Rowling). La lezione, Mantel l’ha in parte appresa nel 2014 quando ha raccontato al Guardian di aver pensato di scrivere un romanzo in cui fantasticava sull’omicidio di Margaret Thatcher, e anche in rete ha ricevuto critiche tali da non cascarci più. Con l’uscita il 29 ottobre di Lo specchio e la luce (Fazi), il capitolo conclusivo della saga sull’epoca di Thomas Cromwell, Mantel rilascia anche poche interviste e dimostra che la sovraesposizione può funzionare per alcuni ma non è l’unica formula vincente, soprattutto se c’è della materia di un certo peso in quello che fai. Non è una questione di età, ma la dedizione che questa 68enne del Derbyshire riserva unicamente alla ricerca e alla scrittura. Con il primo e il secondo capitolo della trilogia, Wolf Hall e Anna Bolena una questione di famiglia, si è aggiudicata il Man Booker Prize, unica donna a ricevere questo premio due volte, e con Lo specchio e la luce non ha ottenuto il terzo per un soffio. MarieClaire.it l’ha raggiunta per rivolgerle quattro domande alle quali ha risposto attraverso il mezzo che preferisce: la scrittura.

Perché ha deciso di raccontare questo particolare periodo storico, il regno di Enrico VIII, dal punto di vista del suo primo ministro Thomas Cromwell?
Enrico VIII, il re mostro con sei mogli, è una figura prominente nella storia e la sua non è solo una storia inglese, ma un’epopea che riguarda l’intera Europa. Ha tanti di quegli ingredienti da acchiappare l’immaginazione: alta politica, trasgressione, sesso, amori senza speranza, martirio e sacrifici. È un periodo storico che i lettori pensano di conoscere, ma volevo sorprenderli e mostrare loro che alcuni degli aspetti e delle persone più interessanti sono rimasti celati dalle dinamiche del tempo. Thomas Cromwell era una figura cruciale del regno, un uomo affascinante venuto da un ambiente umile e diventato primo ministro. Come dice di se stesso nel mio romanzo: "tutto inizia con te, e con te tutto si ferma". Volevo collocarlo nel ricco scenario dei tempi e prendere in considerazione come ha iniziato la sua straordinaria carriera e dove lo ha portato, che in ultima analisi, è alla tragedia.

Di quanto silenzio e isolamento ha bisogno per immedesimarsi in questi scenari e raccontarli?
Proprio mentre iniziavo a scrivere questa risposta mi sono dovuta alzare di scatto e sbattere una porta, per non sentire la partita di calcio in tv dalla stanza accanto. Per cui la risposta è: mi piace essere in grado di sentire le parole che mi scorrono in testa, in modo particolare se sto scrivendo dei dialoghi. Al momento sto scrivendo un'opera teatrale e non appena sento che una riga affiora nella testa, voglio trasferirla subito dalla pura astrazione alla pagina: non posso sopportare nulla che interferisca con il suo ritmo. Tuttavia, lavoro molto sui treni e sugli aerei quando devo viaggiare, e nelle camere d'albergo: è come se, spostandomi, quando sono in movimento mi porti dietro la mia bolla di silenzio. E quando sono in viaggio, spesso lavoro su progetti a cui non lavoro a casa. Troppo isolamento può essere controproducente: a volte devi sentire che la vita scorre intorno a te.

Le capita mai, ascoltando i notiziari, di avere la sensazione che la storia si ripeta?
È difficile sfuggire da questo pensiero, specialmente quando si invecchia e si sviluppa la una lunga memoria personale dei fatti politici. Ma in realtà, la storia non si ripete mai. Gli eventi possono sembrare gli stessi - un'epidemia, per esempio - ma le persone che li vivono sono diverse, con conoscenze e presupposti radicalmente modificati da una generazione all'altra.

Nel 2020 è ancora così difficile per una donna, rispetto a un uomo, essere presa sul serio quando scrive di storia?
Ci sono sempre più eminenti storiche donne, ma a volte ho la sensazione che vengano messe in scatole - o che ci si chiudano da sole - perché nel tentativo di ridefinire il ruolo delle donne nella storia, dimenticano di rivendicare il diritto di essere storiche di tutta l’umanità. A volte le persone mi dicono che non avrei dovuto scrivere di Cromwell ma delle mogli di Henry, come se fossi sleale nei confronti delle donne. Ma non accetto che io o qualsiasi scrittore dobbiamo essere limitati in questo modo. Una coscienza femminista pervade il mio modo di osservare il mondo e mi aiuta a vedere le dinamiche familiari in un modo nuovo e produttivo, e a mettere in discussione la storia che conosciamo. Ad esempio, nel mio nuovo romanzo, la storia del quarto matrimonio di Enrico VIII risulta molto diversa dal solito racconto. Viene sempre raccontata dal punto di vista del re - e le storiche donne lo hanno perlopiù accettato questa forma. Quando io, come romanziera, ci penso, mi immedesimo per un momento nella giovane principessa di Cleves che immagina di essere venuta in Inghilterra per sposare un re che passa per un dio, e al loro primo incontro non lo riconosce perché è un relitto umano, anziano e malato. Da quel momento il matrimonio è finito - non perché lei sia ​​brutta o non fosse come si aspettava il re, ma perché ha visto se stesso, solo per un istante, nello specchio dei suoi occhi - e l'ha vista sussultare.

Courtesy Fazi Editore

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