L'angolo di mare in Salento dove i discotecari possono immergersi per autoassolversi dai loro peccati

Dove c'è un sindaco-poeta, un assessorato alla felicità pubblica e il profumo di frisa per aria è patrimonio dell'umanità.

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Fredrik Ohlander su Unsplash

Avete presente i manzi di Kobe, che mangiano solo grano e riso selezionati, bevono birra artigianale, vengono massaggiati regolarmente, e ascoltano Mozart? Il modello economico del loro allevamento è semplice: coccoliamo un bovino fino a che non diventa praticamente uno di noi, e poi lo vendiamo a 300 euro al chilo.

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A Gallipoli – la “perla dello Jonio”, che si dice fondata dal re cretese Idomeneo tremila anni fa – nell’ultimo decennio il turismo sembra aver tratto ispirazione dai bovari giapponesi, anche se qualche ingrediente si deve essere perso per strada. Gli allevatori del turismo locale, a un certo punto, si sono detti: perché non ingrassiamo un paese da ventimila anime, dolcemente adagiato sul mare, fatto di un’isola e una penisola che sembrano baciarsi, nutrendolo solo di panini con la salsiccia piccante e la sottiletta, facendogli ballare Gigi D’Agostino, finché non diventa Miami?

È così che Gallipoli, nel giro di pochi anni, da best practice di convivenza tra civiltà e natura, porto ed entroterra, storia gloriosa e tipica attualità, si è trasformata nella summer school per parcheggiatori e rapinatori che molti ravvedono tra le sue dune, meta ambitissima per generazioni di visiting pusher, dj condonati, buttafuori interregionali. Il passaggio è stato rapido e doloroso, anche se molti salentini non sembravano accorgersene, mentre ballavano usando a mo’ di cubo la loro innocenza perduta, al ritmo del registratore di cassa – quando c’era – di una delle decine di discoteche o spiagge-discoteca che, da Lido Conchiglie a Baia Verde, hanno fatto breccia tra gli scogli, sovrapponendo all’ecosistema della macchia mediterranea quello delle riduzioni-uomo e degli omaggi-donna.

Tristen Lerma su Unsplash
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Eppure, nonostante le apparenze, ancora oggi Gallipoli non si chiama così per via dell’elevato numero di capi di pollame (fino a 400.000 di picco in alta stagione) che la frequentano, ma perché fa derivare dal greco la sua etimologia toponomastica: kalè polis, “bella città”.

La notizia di questi giorni è infatti che, nell’Estate del Signore 2018, questa bellezza non solo non è sconfitta, ma potrebbe anche avere davanti a sé l’occasione perfetta per segnare una vittoria nella sua lunga lotta di resistenza: un calo (da misurare, per ora solo percepito) del turismo di massa nell’alta stagione estiva, in favore di meglio distribuite presenze in giugno e luglio. Se così fosse, la bellezza di Gallipoli, finora nascosta – come quei soldati fantasma che rimangono trent’anni imboscati nella giungla, senza sapere che la guerra è finita – nei prossimi anni potrebbe uscire sempre più allo scoperto, grazie ai luoghi e alle persone che non la combattono, ma la brandiscono come una spada. Intanto già oggi, soprattutto dall’isola del centro storico, Gallipoli ci mostra le prime avvisaglie di un possibile futuro. Il giovane “sindaco-poeta” della città, Stefano Minerva, appena insediato, a soli trent’anni, nel 2016, sembrò fare una scommessa difficilissima e lungimirante, quando inserì in giunta nientemeno che un assessorato alla bellezza (coadiuvato da uno alla felicità e uno alla creatività).

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Partiamo dal Castello angioino, poi aragonese, con la sua torre del Rivellino, costruita nel ‘500 da Francesco di Giorgio Martini, il Maestro senese del palazzo ducale di Urbino. È il simbolo architettonicamente più esplicito della resistenza. È facile essere carini ad Alberobello. Più difficile è esserlo all’ombra del “grattacielo” di Gallipoli, il simbolo più totemico della mostruosità che questo posto meraviglioso si è dovuto inventare per omaggiare la modernità. Eppure, quella torre di pietra, deliziosamente cicciottella, ha carattere da vendere, e puntualmente, dalla metà degli anni Sessanta (quando i quattordici piani del grattacielo furono alzati), ogni mattina si sveglia e manda a quel paese l’enorme palazzo di vetro, alto e longilineo (“Ciao magro!”). Il castello ospita, tra le altre cose, corsi di meditazione (sì, a Gallipoli) e, sulle terrazze, 51 nodi, un bar a tema marinaresco con vista mare (e profumo frisa) che completa un percorso di visita che include, fino all’11 novembre, la prima mostra italiana dedicata al genere fotografico del selfie e un’opera originale di Michelangelo Pistoletto.

A metà strada tra grattacielo e Rivellino, tra la “Fontana Greca” (tradizionalmente la più antica fontana italiana) e il Santuario della Madonna del Canneto, per tutto luglio, Luca Bianchini e Gianpiero Pisanello hanno tirato su una loro trincea fatta di libri, ospitando le tappe gallipoline del Salento Book Festival, appuntamento fisso per i turisti obiettori di coscienza rispetto alla vita notturna (e relative conseguenze diurne).

Fred Mouniguet su Unsplash
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Lasciandoci il Rivellino sulla sinistra e attraversando il ponte seicentesco che collega la terraferma a Gallipoli vecchia, appena l’odore di pesce smette di guidarci – giustamente - al relativo mercato, le fragranze di olii essenziali ci conducono al Blanc, il quale, più che un concept store smarritosi nei vicoli imbiancati di calce, è un portale verso un’altra dimensione. È talmente elegante e originale, per forme e contenuti, che sembra un’isola nell’isola. Strano che, per entrarci, non si debba attraversare un binario 9 e ¾, o almeno conoscere una formula magica. Creatura dell’architetto Stefania Tornesello, è il Corso Como 10 salentino. Stefania ha sempre un consiglio pronto per i viaggiatori avidi dei segreti di Gallipoli, oltre che delle ultime novità in fatto di ceramica con dettagli in oro e argento o di costumi da bagno ricamati (a chilometro zero). Anna Dello Russo qui è di casa. I clienti che non prendono un abito o un cocktail Le Blanc (gin, St. Germain, lime, sciroppo di cetriolo, zucchero, ginger beer) e preferiscono un mobile vintage, possono contare su spedizioni in tutto il mondo. La musica dal vivo, per fortuna, non si può asportare. Quest'anno il Blanc lancia il vintage anni '80. Guarda caso, quando la baia di Gallipoli era ancora un paradiso, anche se il locale all’avanguardia dell’epoca era il Lido San Giovanni, istituzione balneare borghese per eccellenza, dove l’emozione più hard era percorrere la rotonda a meno di un metro di distanza dal proprio corteggiatore. Un best seller 2018 saranno i bijoux di Amlè che, per Blanc, ha prodotto in serie limitata una parure che riproduce le forme dei tamburelli della pizzica tarantata, con la spiaggia della Purità dipinta a mano.

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A proposito, niente è chic come un bagno al seno della Purità, la spiaggia urbana contornata da chiese e palazzi nelle cui acque, idealmente, i discotecari possono immergersi per autoassolversi da tutti i loro peccati (l’invito è ovviamente aperto ai loro allevatori, ci mancherebbe). Meglio se all’alba o al tramonto, però: ci sono meno colleghi peccatori. Pochi metri sopra il livello della spiaggia, c’è la Chiesa di Santa Maria della Purità, costruita nel ‘600 dalla confraternita degli scaricatori di porto. Un piccolo segreto: l’affollata tela della controfacciata, con la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, grazie a un meccanismo ad aria compressa, si solleva per 90 gradi e mostra i quattro evangelisti ad affresco, ben più sobri, sottostanti: metafora perfetta di come deve funzionare la bellezza di Gallipoli.

Per proseguire con una cena raffinata dal sapore meritocratico, al di fuori dal solco dei ristoranti della grande tradizione gallipolina (dove per mangiare davvero bene, quando non serve una cessione del quinto dello stipendio, occorre comunque un’importante raccomandazione), il consiglio è di provare i fish burger del Cartoccio, proprio sul porto, di fronte al castello. I gestori sono di una gentilezza disarmante. L'unico grado di freschezza superiore ottenibile è andare a contrattare il pesce direttamente in paranza, posto che sappiate come ingaggiare una conversazione efficace con il pescatore di turno. Come dessert, la proposta è una gita sul lungomare “nuovo”, dribblando le auto e i passeggini in carreggiata alla ricerca del carretto di Silvio, il nonno ambulante del gelato jonico. La sua “supergranita” ha gli stessi gusti e lo stesso prezzo da qualcosa come cinquant’anni. Le file che si formano per le sue coppette sono solo autoctone e per questo è detto il Grom dei gallipolini. Anche questa è bellezza. Se proprio dovete andare a dormire, al ritorno, il B&B più charmant della città vecchia è quello coi balconi rococò di Palazzo Senape De Pace, un tempo dimora di Antonietta De Pace e ora proprietà dei più degni eredi che un’eroina risorgimentale possa sperare di avere.

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Dobbiamo avere fiducia. Quando il successo del divertimentificio jonico era all’apice, quando il chilometro centrale della sua baia di Gallipoli era Ibiza e Aversa fuse in una sola distopia, un giorno a Rimini comparve uno striscione davvero molto infelice, rispetto alla storia di Gallipoli e alla grandezza del popolo partenopeo: «Grazie Gallipoli per averci portato via i napoletani». Chissà se presto non leggeremo, riccamente inciso nell’ottone dorato di qualche grande albergo di Portofino o Rapallo: «Ti prego Gallipoli, ridacci i milanesi».

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