Per quanto completo possa sembrare il vostro tour delle grotte che si aprono sui due mari di Santa Maria di Leuca – Cazzafri, del Diavolo, Tre Porte, del Drago, dei Giganti, delle Vore, della Mannute, del Terradico, fino alla Porcinara (con le sue iscrizioni greche e latine, le sue croci paleocristiane) –, non potreste dire di conoscere davvero questo luogo meraviglioso senza visitare un’ultima spelonca, piuttosto interessante dal punto di vista socio-antropico: lo Yacht Club locale.

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Fu proprio nei dintorni di Leuca che, nel 700 d.C., alcuni monaci basiliani, provenienti da molti paesi del Mediterraneo orientale, cominciarono a scavare le loro celle nella roccia, per sfuggire all’oppressione iconoclasta. Allo stesso modo oggi, al Circolo della vela, qualche centinaio di uomini e donne, ragazzi e ragazze, bambini e bambine, originari di diversi comuni del Salento e della Puglia, si riuniscono, ogni giorno d’estate, per sfuggire ai soprusi della villania umana, del traffico disumano, delle bancarelle e, più in generale, alla persecuzione del passare degli anni.

A metà strada tra il feudalesimo e Gagliano del Capo, la felicità è un’idea semplicissima

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Leuca costituiva già un’idea precisa del turismo in Salento, prima ancora che, nel Salento, esistesse il turismo stesso, figurarsi una crisi da eccesso di turismo, di cui oggi tanto si discute. Un’idea talmente retrò da essere ancora attuale. Quella che oggi è una frazione di Castrignano del Capo, era un resort ante-litteram, spontaneo e diffuso, costituito dal niente, a partire da metà ‘800, da un gruppo di amici, nobili o ricchi borghesi, e da altrettante ville (prima 10, poi 15, poi 50), con delle regole non scritte precisissime, e una vita mondana strepitosa. Queste ville, erette omaggiando gli stili di ogni epoca e di ogni luogo (dal pompeiano al cinese, dal medioevale al moresco), ancora oggi paiono astronavi di set fantascientifici da primordi del cinema, pronte ad affrontare chissà quali curvature dello spazio-tempo. Di fronte al mare, a metà strada tra il feudalesimo e Gagliano del Capo, la felicità è un’idea semplicissima.

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La più marinara di queste costruzioni, sia architettonicamente che idealmente, non è una villa, ma è il Circolo della Vela (1954). La forma è un po’ quella di una torre di comando di nave. I suoi infissi sembrano tutti boccaporti. Attraverso le sue finestre, interi alberi genealogici hanno guardato e guardano il mondo da un oblò. Il Circolo era la villa delle ville, una dépendance collettiva, dove si potevano riporre le barche, gli ospiti, fare il bagno, cenare, bere, giocare a carte, senza preoccuparsi di sporcare neanche un piatto stemmato.

Per lunghi decenni il Circolo è stato l’unica location della profonda provincia di Lecce in cui si poteva bere un cocktail con Marella Agnelli, ammirare da vicino la regina Sorāyā o la principessa Margareth (magari di ritorno da una sciata in SuperAquarama). Ma anche il posto in cui Paola di Liegi non veniva riconosciuta dal barman (“Paola chi?”), o suo marito Alberto II del Belgio veniva respinto all’ingresso, perché indossava i pantaloni corti.

Trascorsi un po’ di anni, le discoteche, i parcheggiatori, la democrazia hanno fatto il loro ingresso sulla scena salentina. A quel punto, i soci fondatori devono aver sentito dire che qualcosa nel mondo stava cambiando. “Perché come tanti baroni - invece che rampanti, naviganti - non saliamo una volta per tutte, senza più scendere, sull’albero maestro della nostra nave metaforica, e non proviamo a fare, tutti insieme, finta di niente?”. La legge che si sono data è: l’immobilismo come rivoluzione. Ogni giorno viene rivissuto lo stesso giorno: la colazione coi giornali, il sole, la tramontanella e una festa da ballo che ti aspetta la sera.

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Il Consiglio direttivo è l’organo che, puntuale come può essere solo un orologio svizzero fermo da trent’anni circa, vigila su tutto questo e, di riunione in riunione, decreta che niente deve cambiare, in un modello di governo diversamente partecipativo, o dolcemente oligarchico. Solo i soci fondatori o i loro eredi possono diventare membri del Consiglio. Sono una ventina, più un rappresentante dei soci ordinari, che non potrà però mai ambire, per statuto, a presiedere il Consiglio. Fino a qualche anno fa il modulo per fare domanda di ammissione, su proposta di più di un socio fondatore, prevedeva un apposito form per segnalare eventuali titoli nobiliari. Oggi il Presidente è Giovanni Arditi di Castelvetere, figlio di don Franco, il fondatore dei fondatori, che posò la prima pietra. Perfino le figure più “tecniche” sono ereditarie, come quella di Antonio, il Direttore, col compito di attuare le decisioni del Consiglio, che è figlio del primo Direttore, Angelo; o chi gestisce impeccabilmente il bar: Roberto, figlio di Livio, responsabile del ristorante nell’epoca d’oro, un comunista di ferro pisano, ma più presidenziale del Presidente quando si trattava di far rispettare l’etichetta.

Come molte altre simulazioni immersive fatte bene, anche il Circolo di Leuca sa farti divertire, emozionandoti. Ad esempio, gli armadietti dello spogliatoio sono solo 12: non bastano neanche per i soci fondatori. Sono numerati e non nominali, come cassette di sicurezza svizzere. Di alcuni, non si può neanche immaginare cosa contengano, e da quanto lo contengano. Di altri si sa: si entra in doccia con lo stress del 2018, si esce profumati di Neutro Robert’s d’annata.

Il tempo, qui, quando proprio non ce la fa a stare fermo, scorre all’incontrario. Le mamme possono essere messe in ombra dalle nonne: sempre elegantissime, sempre biondissime, deliziosamente inattuali, perennemente a giocare a carte e a fumare sigarette sottili, come eterne Virna Lisi, tradite solo dalla dizione.

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Il Port Cros, in altre parole, è il Circolo di Leuca fatto intimo mare

Qualcun altro, invece, pur non essendo cambiato nello spirito, lo è nella forma fisica. Ma la legge è uguale per tutti: quello che indossavi negli anni ’70, lo dovrai indossare a vita. Per questo, il Circolo è l’unico posto al mondo in cui, per essere impeccabili a una festa a tema anni ’60 (come è stato pochi giorni fa, per il settantennale della fondazione), non è necessario cambiare di una virgola il guardaroba della sera prima. Non sarebbe pensabile, altrimenti, che ci sia ancora un luogo in cui i costumi da bagno Port Cros maschili abbiano ancora ragione di esistere. Sono quei microslip, destinati a fisici adamitici, che si tengono grazie a due microscopici uncini, che si congiungono da un solo lato. Per i “circolini” sono come quegli errori di gioventù che, poi, ci si porta dietro tutta la vita, tipo tatuaggio. In barba a diverse leggi della fisica, irrimediabilmente fiduciosa in quell’unica ancora di salvezza che lo assicura al suo portatore e alla relativa dignità, la struttura del Port Cros, in relazione al peso del suo indossatore, non è adatta ai tuffi, ma lei non lo sa e si aggancia lo stesso. Il Port Cros, in altre parole, è il Circolo di Leuca fatto intimo mare.

I vezzi lookologici dei soci vintage non possono essere elencati tutti qui. Un altro soltanto: gli zoccoli Scholl’s, ereditati di padre in figlio che, se mai si spezzassero, mostrerebbero nella sezione lignea gli anni trascorsi dall’acquisto. I soci ordinari, invece, fossero anche manager cosmopoliti, ma inevitabilmente arrivati qui per ultimi, pur di farsi notare, in un contesto in cui meno ostenti e più sei cool, sdrucirebbero personalmente intere Lacoste appena spacchettate, per adeguarle a quelle dei decani, tutte dello stesso colore, riconoscibili all’occhio esperto solo per la posizione di qualche macchia indelebile, portata con l’orgoglio di una medaglia.

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A proposito di mezzi. Il Presidente non ha a disposizione un’auto blu, ma un Ciao bianco. Nel porticciolo della non lontana Castro, stimati professionisti faticano anni per superare, nella lunghezza dei loro natanti, i fatidici 14 o 15 metri che li costringeranno a cambiare orizzonti: “Purtroppo ci siamo dovuti spostare a Tricase, niente di personale, ma la nuova barca qui non entra più”. Al Circolo di Leuca è l’esatto contrario: faresti carte false per restare sotto la soglia dei 5 metri e salire in barca direttamente dalla piccola darsena del Circolo. Il minimo è il massimo, e lo status symbol più ambito è avere una Punta Licosa, la vecchia, minuscola barchetta rossa del cantiere Ippocampo. Quella dal nome più geniale è chiamata, manco a dirlo, FISIMA.

Non vogliamo dare credito a chi teme che, andando avanti così, un giorno, il Circolo potrebbe smettere di essere un’attrattiva per nuovi soci o, perlomeno, per nuovi soci mancati. Del resto, le idee di futuro non mancano. Sono principalmente tre: il passato, il passato con sottofondo di musica anni ‘90, fare una piscina. In un universo che non ha più punti di riferimento etico-morali, almeno per il mese di agosto, perché non trarre le proprie certezze dall’inerzia, delegando a qualcosa di stazionario parte della nostra felicità e del nostro dress code?

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In ogni caso, se le cose dovessero mettersi male, i fondatori non possono non avere pronto un piano B. Chissà che questa capsula temporale formato clubhouse, all’occorrenza, non possa essere spedita molto lontano, perfino più lontano di Bari. Così, decollando, la casa di questi uomini e queste donne non sarà più un circolo velico a forma di nave, ma finalmente una nave a forma di circolo velico e orbiterà finché qualche creatura extraterrestre - possibilmente in pantaloni lunghi - non busserà alla loro porta e non li troverà ancora lì, pinella dopo pinella, Merit dopo Merit, pronti a compiere il loro nuovo destino: insegnare ai marziani a giocare a burraco.