Il nuovo turismo dark nell'isola di Giava in Indonesia è un viaggio mozzafiato ai confini del mondo

Gite al vulcano Ijen ai bordi di un lago dalle acque acide per selfie con sfondo blu elettrico. Per conoscere i minatori di zolfo, gli ultimi rimasti al mondo.

Sulfur Road Indonesia
Andrea Frazzetta / Institute

Uno spesso velo di fumo oscura il cielo sopra il Monte Ijen, e un odore come di fiammiferi bruciati riempie l’aria. Le sostanze tossiche che esalano dalle viscere di questo vulcano attivo nella parte orientale dell’isola di Giava in Indonesia sono incompatibili con la vita umana - fanno lacrimare gli occhi, bruciano i polmoni, corrodono la pelle. Ma è dal 1968 che i minatori di zolfo affrontano questo ambiente impossibile, fatto di nuvole di gas e di fumi incandescenti, per estrarre il cosiddetto “devil’s gold” - l’oro del diavolo - e poi portarlo giù lungo la montagna, un lavoro estremo e disumano che spacca la schiena e le ossa, letteralmente. Il Monte Ijen ospita una delle ultime miniere di zolfo che restano attive sul pianeta e se i suoi panorami, che sembrano di un altro mondo, hanno attirato qui per oltre due secoli scienziati e viaggiatori, negli ultimi decenni sono proprio i minatori a essere diventati una controversa attrazione turistica.

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L’oro del diavolo

Ogni giorno, quando è ancora buio, si arrampicano per quasi tre chilometri sui fianchi ripidi dello Ijen e poi scendono per altri 900 metri all’interno del cratere, dove una rete di tubi di ceramica incanala i gas che causano la precipitazione dello zolfo allo stato elementare.

Questa regione ospita il 75% dei vulcani attivi del pianeta. E qui si verifica il 90% dei terremoti. Qui la cascata quella di Jagir, detta anche “cascata gemella”, che si trova vicino al villaggio di Kampung Anyar, alle falde del cratere.
Andrea Frazzetta / Institute

Avvolti nei fumi tossici e nel calore, frantumano le formazioni solide di zolfo, se ne caricano sulle spalle dai 70 ai 90 kg e due volte al giorno risalgono così il cratere, per una paga che è in media l’equivalente di 5 dollari a viaggio.

Verso le 2 del mattino, quando i primi minatori iniziano la loro durissima salita, centinaia di turisti già si raccolgono sui versanti del Monte Ijen per assistere allo spettacolo delle sue famose fiamme blu elettrico, visibili soltanto di notte. Nel buio, il lago craterico color turchese, lungo circa mezzo miglio, si colora di un bagliore sinistro. A vedersi è bellissimo, ma le sue acque hanno un pH più basso di quello dell’acido delle batterie per auto - è il più grande lago acido del pianeta, le sue acque sono così corrosive da sciogliere il metallo.

Voyeurismo del pericolo

Considerati una forma di turismo che permette di conoscere le culture tradizionali locali, i tour delle miniere si fanno in tutto il mondo, dall’Africa all’Australia. Ma, a differenza di quella del Monte Ijen, sono poche le miniere ancora attive e molte sono state trasformate in musei.

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Alcuni ricercatori sostengono che i turisti sono attratti da questi luoghi perché evocano ciò che i filosofi definivano “il sublime” - la particolare emozione che ci rapisce davanti a qualcosa di pericoloso e tremendo ma di straordinaria bellezza, proprio come è un fenomeno naturale estremo. Victor Hugo lo ha definito come “un’unione di bello e grottesco che si contrappone all’ideale classico di perfezione”.

Giro notturno alla scoperta dei paesaggi del monte Ijen.
Andrea Frazzetta / Institute

Il Monte Ijen è sublime. In alta stagione sulla montagna arrivano anche più di mille turisti al giorno. Spesso, in cambio di una piccola mancia, chiedono ai minatori di mettersi in posa per una fotografia, criticati da chi lo considera un “turismo della povertà”, una vera e propria mercificazione della sofferenza umana.

Spiega in Annals of Tourism Research Michael Pretes, docente di geografia alla University of North Alabama: «Ai turisti piace poter raccontare come sono sopravvissuti a situazioni di pericolo, un po’ come succede con altre attività pericolose o con gli sport estremi».

Ma, a prescindere dalle motivazioni per cui arrivano fin qui, i turisti sono un potente fattore di sviluppo economico e anche un’opportunità per denunciare certe condizioni di lavoro disumane. Nella parte orientale di Giava si stima che per l’industria turistica lavorino in tutto 200mila persone. In questa regione il lavoro nelle miniere è uno dei più pagati, i minatori godono di grande considerazione all’interno delle loro comunità e vanno orgogliosi della propria prestanza fisica e del ruolo che hanno nell’attrarre visitatori sull’isola.

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«I turisti sono visti un po’ come il nuovo minerale da estrarre, possono portare sia boom economico sia disastri e fallimenti», dice Pretes che ha studiato le miniere attive di argento di Potosì, in Bolivia. Sostiene che il turismo legato alle miniere può agire da “moltiplicatore” e portare ricchezza a tutta l’economia locale, agli hotel, ai ristoranti, ai negozi, ai trasporti, ai siti storici vicini. Ma nonostante questi potenziali benefici, i rischi restano alti. Molti minatori non possono permettersi un equipaggiamento adeguato per proteggersi, come guanti e maschere antigas, o scelgono di farne a meno perché intralcerebbero il loro lavoro. Ma secondo i Centers for Disease Control una esposizione anche breve a elevate concentrazioni di anidride solforosa può essere letale, un’esposizione continuata nel tempo può causare difficoltà respiratorie, ostruzione delle vie respiratorie o compromettere la funzionalità polmonare. Per evitare la mercificazione di persone che vivono in condizioni di povertà, gli esperti di viaggi etici raccomandano ai turisti di non scattare fotografie o di chiedere sempre il permesso di farlo.

La spiaggia di Papuma, nella parte est di Giava: una meta spesso associata a quella del vulcano nei tour dell’isola.
Andrea Frazzetta / Institute

La Cintura di fuoco

Non è chiaro quale sarà il futuro del Monte Ijen come sito turistico e minerario. L’Indonesia si trova lungo la cosiddetta Cintura di fuoco, un cerchio di vulcani sismicamente attivi e di placche tettoniche che si estende per 25mila miglia intorno al bacino dell’Oceano Pacifico. Si stima che questa regione ospiti il 75 per cento dei vulcani attivi del pianeta e che qui si verifichi il 90 per cento dei terremoti. Circa 5 milioni di indonesiani vivono e lavorano vicino a vulcani attivi, dove la terra è particolarmente fertile. Solo a Giava abitano 141 milioni di persone, è una delle isole più densamente popolate del pianeta. L’eruzione più potente dello Ijen di cui si ha notizia e che è stata documentata è avvenuta nel 1817, quando una serie di violente esplosioni si erano susseguite per diverse settimane. I racconti dei testimoni oculari dicono che la cenere era così spessa da oscurare il sole, la fuoriuscita di acido aveva contaminato i bacini di drenaggio e i detriti avevano raso al suolo le capanne di bambù. Oggi scienziati indonesiani e internazionali monitorano costantemente l’attività del vulcano e stanno cercando di ridurre i pericoli per il futuro.

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Un dettaglio della “sulfur road” utilizzata dai minatori del cratere. L’eruzione del vulcano Ijen, con la conseguente discesa a valle del liquido acido del lago, si teme possa essere devastante per i luoghi intorno.
Andrea Frazzetta / Institute

A minacciare le comunità vicine non sono soltanto i terremoti e il magma carico di gas esplosivi, ma anche le esalazioni del lago acido, che potrebbero avere effetti catastrofici. Nel marzo scorso, dopo un’eruzione di gas tossici, centinaia di persone sono state evacuate a forza dalle loro case intorno allo Ijen e 30 di loro sono state ricoverate in ospedale.
«Fino a ulteriori comunicazioni, per via di questo incidente al momento né ai minatori né ai turisti è consentito avvicinarsi al cratere», ha dichiarato Sutopo Purwo Nugroho, portavoce dell’Agenzia nazionale per la riduzione dei rischi di disastri. Non è la prima volta che il vulcano viene chiuso al pubblico, e non sarà l’ultima. Ma anche da lontano, il cratere del Monte Ijen che fuma - tossico, bello e indomabile - è uno spettacolo assolutamente straordinario.m

© National Geographic

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