Storia di una rinascita: i giovani tornano ad Atene

Dopo otto anni di austerità il Paese torna a finanziarsi da solo. Street art e gallerie, foodie hotel e artigianato di design: la crisi economica si supera anche con la voglia di vivere.

A view of the Acropolis from the Acropolis Museum, in Athens, Greece.
The New York Times / Contrasto

Le piante selvatiche spaccano i davanzali abbandonati, l’intonaco si sbriciola e i segni dei writer ricoprono i muri. Che siamo ad Atene ce lo dicono i tipici gatti greci che ancheggiano tra i bidoni della spazzatura da svuotare intorno al parlamento di piazza Syntagma. Che avrebbe bisogno di una rinfrescata. Ma Atene è reduce da un’apocalisse. Non la prima della sua storia: al termine della dominazione ottomana l’acropoli di Pericle svettava su un polveroso villaggio di quattro mila persone. Oggi però la gente riempie i caffè. Che vuoi che sia? Soltanto l’ennesima catastrofe del vecchio dramma umano che i greci hanno sempre saputo raccontare. Apocalisse, catastrofe e dramma sono tre parole germogliate qui e questo basta a giustificare l’allegro fatalismo di un luogo che ne ha vissute troppe per morire di bailout. Nel 2018 si è chiuso il più grande piano di salvataggio della civiltà, imposto alla Grecia dalla troika.
Dopo otto anni di austerità il Paese torna a finanziarsi da solo.
Gli appartamenti vuoti sono occupati dai creativi, per ora anche quelli pieni costano poco e allora i creativi pagano l’affitto. C’è chi parla di effetto Berlino: Atene come laboratorio sperimentale creativo che attrae giovani e idee. O forse, semplicemente, basta dire che l’Atene post-apocalittica ha voglia di vivere.

«A Berlino ci sono più mecenati e gallerie, ma la dinamica è la stessa: gli artisti si stabiliscono in aree abbandonate, che quindi diventano subito di moda. Probabile che poi a breve gli investitori professionali detteranno legge e gli artisti sloggeranno», spiega Ilias Lefas, designer nato ad Atene nel 1977, che vive a Berlino e torna a casa un paio di mesi l’anno. «Ho disegnato gli interni degli uffici di Oliaros, una delle società di real estate già impegnate nell’area di Keramikos-Metaxourgio». Ovvero proprio là dove la gentrificazione sta compiendo il miracolo dolceamaro di trasformare la fatiscenza in tendenza. Ciò vale anche per Monastiraki e Psiri.
«Gli ateniesi hanno pagato le tasse con i propri risparmi: molti stabili del centro sono stati venduti e sono oggi alberghi o b&b di lusso, spesso di proprietà straniera», conclude Ilias.

Non sempre. A febbraio, nella centralissima via Mitropoleos, in un ex teatro ha inaugurato Ergon House. «Il primo Foodie Hotel del mondo», spiega il greco George Douzis, 33 anni, proprietario insieme al fratello. Al piano terra, dietro un ulivo, si articolano un mercato rionale imborghesito e il ristorante dove assaggiare i prodotti dei banchi. Ai piani superiori, l’hotel: cucina comune, sala per lezioni culinarie, bar-terrazzo vista Partenone: «Siamo tornati nel 2018, dopo quattro anni passati a gestire due negozi a Londra. Con questo piccolo capitale in Inghilterra non avremmo potuto investire in un edificio da cinquemila metri quadrati. Qui, adesso, è arrivato il tempo di fare le cose in grande».

Il murales del writer Ino che parla della crisi greca: un uomo incravattato che sferra pugni tra banconote svolazzanti.
Polly Tootal/Figarophoto

Il misterioso fondatore di Taf , The Art Foundation, ha avuto ancor più coraggio: ha aperto l’unico spazio espositivo organizzato e gratuito di Atene, a Monastiraki, dieci anni fa, agli albori della crisi. Il trucco è semplice: i soldi incassati al bar del piano di sotto finanziano le mostre del piano di sopra. Dopo le fregature degli anni scorsi viene da chiedersi se anche nel buon senso e nell’autenticità ci sia qualcosa sotto, visto l’anonimato del patron. Ma è un fatto: «Aiutiamo i giovani artisti di talento, senza scopo di lucro», dice una delle due responsabili di Taf, Velia Calevi, trentenne architetta romana dal sorriso vivace, arrivata ad Atene per uno stage due anni fa, e poi rimasta, subendo il fascino di una “dolce vita” di cui a Roma non c’era più traccia. «Nella mia città ci si lamenta di tutto, qui invece a volte non ci sono i soldi per la benzina, ma quelli per brindare si trovano sempre». E così Velia ha adottato la zoi glikia, che in greco è dolce vita. Lo spazio è ricavato da caseggiati anni 60. Nella corte centrale, coperta da un telo, dagli alberi spogli pendono palle di luce: una metafora della gioiosa sopravvivenza alla propria primavera.

L’opera di Theodor Papadakis, dalla serie Home Again, in mostra all’Athens Photo Festival a luglio 2019
Theodor Papadakis

Nicol Leventi, millennial dai grandi occhiali, l’altra responsabile apre una finestra sul rientro dei cervelli creativi: «Le nostre esposizioni sono di gruppo: preferiamo il dialogo tra artisti ai soliloqui. Con l’eccezione del progetto Control+T, in cui la commissione sceglie due artisti all’anno per una personale. Dopo che ha passato sei anni ad Amsterdam, è il momento di Dimitra Kousteridou». È una dj, ingegnere fai-da-te, una Mad Maxene in canotta nera, una ventisettenne che ha costruito da sola i propri sintetizzatori acustici. Si attacca al petto dei rilevatori per “suonare” con il suo battito cardiaco. «Se amplificassimo i battiti delle persone, ad Atene la sinfonia sarebbe più lenta e profonda rispetto alle metropoli europee». Al piano di sotto, accanto al bar, nel 2017 ha inaugurato un negozio di prodotti di designer locali: giacche e orecchini, lampade e serigrafie. «Per lo più sono opere della generazione bruciata degli anni 80», dice Velia. «Quelli che hanno studiato per diventare avvocati o architetti. Poi si sono dovuti riciclare. Io stessa ho studiato in Italia e poi mi sono dovuta reinventare greca». Eppure non è difficile: tutti siamo già stati greci. Il presente è l’ennesima reincarnazione dell’anima occidentale nata qui migliaia di anni fa.

La Stavros Niarchos Foundation,inaugurata nel 2017 è diventata un centro di aggregazione per ateniesi e turisti.
Eirini Vourloumis

Oggi la bellezza non è solo quella di ieri. Nel 2017 la Fondazione Stavros Niarchos ha donato ad Atene un centro culturale da 630 milioni di euro firmato da Renzo Piano, nella baia di Faliro, che contiene la Biblioteca Nazionale e la nuova Opera. In marzo, nella penisola di Vouliagmeni, a mezz’ora dall’Acropoli, è stato inaugurato il primo Hotel Four Seasons di Grecia, con tre piscine, le spiagge private, i ristoranti stellati e 700 dipendenti.

Se in città c’è chi mormora che la crisi sia stata progettata a tavolino, per svendere le meraviglie locali ai diavoli del capitalismo, c’è chi non rinuncia a buone tradizioni novecentesche. «Il nostro Galaxy Bar del tredicesimo piano, con vista su Atene, è più frequentato dai greci che dai turisti», dice Tina Toribaba, manager dell’Hilton. «Nel 1963, era il salotto cittadino. E trovarlo era facile, con le incisioni in stile arcaico di Yiannis Moralis sulla facciata dell’hotel». Moralis è stato il capostipite di un costume locale: considerare i muri come tele. «A volte per opere d’arte, altre per scarabocchi», dice con accento aristo-cockney, l’ateniese George Boubis, per anni maggiordomo a Londra. Dall’alto della sua barba oggi fa la guida volontaria nella street art ateniese. Dice che qui è «come se chiunque potesse venire, comprare una bomboletta, e scrivere il proprio nome su una porta...». Ma ci sono anche murales autorizzati. Il writer più famoso è Ino e si riconosce perché mette una macchia azzurra nelle sue creazioni.
Come nel graffito di Metaxourgio a tema crisi: un uomo incravattato e senza volto agita i pugni tra le banconote svolazzanti. Altrove, un murale propone uno slogan per Atene: Can’t die if already dead (Non muori se sei già morto ndr). Su altri muri, un grido di dolore deturpa le opere altrui: Vasanizomai (sto soffrendo, ndr). E forse tutti questi segni sull’intonaco sono l’espressione di altrettante ferite umane: nel cuore del Mediterraneo le emozioni si gridano con ogni mezzo.

Il Clumsies bar, sotto il Partenone. Concerti e dj set lo hanno reso il centro pulsante delle notti ateniesi.
Courtesy Photo Clumsies

«I graffiti sono vandalismo narcisistico, che aggiungono confusione estetica a una città già confusa. Il gesto più rivoluzionario sarebbe imbiancare», sentenzia invece Rebecca Camhi, 50enne che ha aperto la sua galleria 25 anni fa e poi l’ha traslocata nel cuore di Metaxourgio, tra tossici e prostitute. La sua storia recente è piena di clienti spariti, di banche che non pagano i debiti. Ma è sopravvissuta. Sulle prime mantiene una distanza aristocratica: «La luce ateniese può rendere bello tutto, ma in questo quartiere deve impegnarsi. A volte mi chiedo chi mi abbia costretto ad aprire qui un’oasi di armonia». I quadri stanno sopra, sotto ci sono opere di artigiani ceramisti greci. Rebecca ha paura «di essere svaligiata». Il quartiere non sempre ha una faccia tranquilla tra sbandati in cerca di fortuna e speculatori stranieri. «Atene è in bilico tra un nuovo Rinascimento e la perdita dell’anima».

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