In principio l’Aga Khan creò il Porto Vecchio e lo Yacht Club. Porto Cervo era informe e deserta. Il mirto ricopriva ancora Cala di Volpe ma già lo spirito di Marta Marzotto aleggiava sulle acque. L’Aga Khan disse: «Sia la Costa Smeralda!». E la Costa Smeralda — appunto — fu.

Lo splendore frugale di quella Costa, oggi, si manifesta con particolare nitidezza in autunno quando, dopo esserci inerpicati sul sentiero che dal Porto Vecchio conduce alla chiesa della Stella Maris, guardiamo i pontili della Marina dall’alto: semivuoti, ischeletriti come rami d’alberi a foglie caduche. È qui che abbiamo accettato uno strano appuntamento vanoniano con la Gallura fuori stagione. In questo luogo e in questo periodo dell’anno può capitare infatti che la triplice alleanza degli inquinamenti olfattivi, visivi e acustici che lo affliggono in estate — scarichi di diportisti russi, vetrine di gioiellieri svizzeri, piano bar di comici lombardi — si diradi e lasci spazio alle vestigia del passato.

In alta stagione è più facile che un ricco entri nel regno dei Cieli, piuttosto che trovi posto nel minuscolo parcheggio della parrocchia. Il primo fine settimana di ottobre, invece, non solo puoi sperare in un intero banco libero alla Messa di punta (la domenica alle 11) ma perfino in una confessione senza fila, provando magari il brivido di ricevere l’assoluzione da don Raimondo in persona — da qualunque peccato, eccetto, forse, un pizzico di superbia low-cost.

Terminata da Michele Busiri Vici nel 1968, più di qualunque club house, più di tutti i maxi-yacht, Stella Maris è la Porto Cervo delle origini sintetizzata in un solo luogo, giustamente sacro. Astratta e dechirichiana, eppure di forme materne, senza spigoli, non ha una navata, ma un salotto; non ha fonte battesimale, ma una piccola dépendance. Le opere d’arte della sua collezione (tra cui la Mater Dolorosa del Greco donata dalla baronessa Tissen-Bentinck) non sono installate come pale d’altare, ma sono appese qua e là con meditata noncuranza, dove staccano meglio con gli scranni di design. La Stella Maris è la variazione portocervina sul tema paleocristiano del buon vicinato tra la casa del Signore e quella dell’uomo, ove per uomo si intendano sì principi e miliardari, ma col senso della misura. La croce greca che svetta sul campanile è anche una rosa dei venti, una bussola da usare per godersi la ricchezza con discernimento.

Scatti rubati dalla Costa Smeralda anni 70
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Il tema della decorosa moderazione, pur nel budget illimitato, caratterizzò la prima fase della vita di Porto Cervo (che ha come bibbia il Master Plan urbanistico del Consorzio Costa Smeralda) come l’eccesso, pur nel relativo poraccismo, caratterizzerà la seconda (che ha come vangelo il settimanale Chi). Di questi tempi la Stella Maris sembra il villino di Dio tra i villoni degli uomini: la lampante, triste dimostrazione che la Costa Smeralda è esistita solo per qualche anno nella visione del principe Karim e, tutt’al più, qualche mese sulla tavola di Sandra Carraro. E, come quella chiesa era un invito a godersi la bellezza del paesaggio entro dei limiti autoimposti, così il Billionaire — l'avamposto della Costa Smeralda di oggi — è un appello alla dismisura, a calpestare ogni confine etico, estetico, culturale e sociale. Nell’atto stesso di autocertificarsi miliardario ha dato inizio alla fine; è stato il seme di quella gentrificazione invertita che ha trasformato la Costa da luogo d’astrazione per principi a luogo d’aspirazione per vippaioli. Una volta ci si sentiva underdressed indossando il migliore Dior della stagione. Oggi, invece, per primeggiare basta scendere sulla Liscia Ruja (chiamandola Long beach) con delle Gucci Princetown abbastanza lucide.

Qui la bellezza del mondo, nonostante tutto, nonostante il mondo, si sarebbe potuta ancora salvare

Porto Cervo in ottobre è una fan fiction ucronica che immagina come sarebbe andata se Briatore non vi fosse mai approdato, eroe di un’Eneide che, invece di esportare la pietas nel continente europeo, ha introdotto in Sardegna (continente, com’è noto, a sua volta) l’immodestia. Eppure, per almeno quarant’anni, questi luoghi sono stati la migliore prova, in granito e intonaco pastello, che la bellezza del mondo, nonostante tutto, nonostante il mondo, si sarebbe potuta ancora salvare. Il Consorzio Costa Smeralda era una specie di maxi-scatola Lego, a tema Eden (di cui purtroppo sembra smarrito da tempo il libretto d’istruzioni), destinata ad alieni venuti dal mare invece che dal cielo. Per chi non poteva neppure sperare di giocarci, rappresentava comunque un mito e un monito: se poteva funzionare per il sovrano dei Nizariti forse poteva funzionare per tutti.

Nacquero così le prime, sparute ville basse immerse nel cespugliato: quasi prive di recinzioni e spesso senza un giardino, se non quello collettivo della Sardegna nord-orientale. Molto ferro battuto e qualche vezzo, come l’Hotel Cala di Volpe, un albergo di lusso modernissimo ma mimetizzato dentro un borgo di pescatori inventato di sana pianta, di cui gli architetti Coulle (padre e figlio) costruirono ed esposero perfino le rovine simulate di un monastero sottostante, mai esistito. Per il resto, dammi tre parole: ginepro, lentisco e rosmarino.

La Costa Smeralda dell’età dell’oro era un mondo magico in cui la presenza di Ringo Starr e quella di James Bond si misuravano con lo stesso metro di verosimiglianza, ugualmente inverosimili eppure reali. Erano i giorni in cui di Porto Cervo o non sapevi nulla o, se sapevi qualcosa, avevi anche le chiavi per entrarci, cioè il numero fisso di villa Cerbiatta e le fasce orarie giuste per non dover lasciare un messaggio. Un tempo gli dei della zona — come Urano o Crono — vivevano in armonia con gli uomini, perché esistevano praticamente in segreto. Delle loro incursioni sulla terra sapevano inizialmente solo le maestranze galluresi, mentre i loro nomi rimasero anche ad esse, per molto tempo, impronunciabili. Come, nella cosmogonia greco-romana, le divinità più antiche sono modelli per privacy e mediazione delle relazioni esterne, così quelle più tarde sono chiassose e bisognose di contatto col pubblico: Zeus, Era, Atena, Poseidone. In sostanza, Marta Marzotto sta a Gea come Simona Ventura dovrebbe stare ad Artemide.

Marcello Mastroianni a Porto Cervo
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I numi smeraldini di seconda generazione non brillano per riservatezza e, soprattutto, esigono dai loro fedeli atti di venerazione piuttosto frequenti. Il rituale a loro più gradito è il rich-watching lungo i pontili, quando fervono i preparativi prima della partenza di una barca, tutti svolti rigorosamente a vista. Intere economie di comuni oltre-consorzio sono basate su questa forma di sacrificio umano in dignità, avendo fatto dei complessi di inferiorità un modello di business. Porto Cervo è diventata uno zoo a due vie in cui questi due mondi si guardano a vicenda, nell’infinito gioco all’esotismo che è il tempo libero delle persone che sia annoiano, che siano in ricchezza o povertà.

Il manifesto poetico di questa Costa è il testo di Vita Smeralda, hit dal film omonimo diretto da Jerry Calà, che riecheggia, come un atto di fede, ogni notte di agosto, alla stessa ora, dal Country Club di Porto Rotondo. Un vero canto di lavoro, non meno ossessivo, ripetitivo e disperato di quello delle tabacchine salentine che ha dato origine ai più celebri brani della pizzica tarantata. Contemporaneamente, come se avessero udito un segnale, al Sottovento di Porto Cervo, i sacerdoti dell’ordine degli sciabolatori compiono il rituale dello spreco di vino spumante. Distruggono il loro strumento come le icone del rock facevano con le chitarre, ma svuotando le bottiglie, oltre che dello champagne, anche di ogni traccia di ribellione o anche solo di messaggio. La testa del cervo che dà il nome all’area, per la forma delle anse e delle scogliere che ne ricordano idealmente le corna, è stata imbalsamata ed esposta in un salotto pacchiano e non tanto esclusivo, ma comunque infrequentabile.

Se in agosto si va a Porto Cervo per osservare i vip (o se stessi, nei casi più fortunati), in autunno ci si può andare per constatarne l’assenza. I piaceri che solo allora si possono scoprire sono un gioco a rimpiattino tra realtà e finzione, pubblico e privato, terra e acqua, visibile e invivibile, in cui è sempre e solo il mare a chiamare tana libera tutti. Tra i borghi e le spiagge deserte, tra ottobre e novembre, ci si muove come borsisti cinesi freschi di concorso in una grande università americana: ancora non completamente persuasi che tutto quel ben di Dio possa essere finalmente accessibile e godibile.

La principessa Margaret in barca
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Puoi imbucarti alle ultime feste degli equipaggi delle regate, al Nelson, che è la cosa più vicina a un’atmosfera piratesca che potrete avere in Costa Smeralda, fatta eccezione per le serate organizzate dagli equipaggi dei maxi yacht, quando gli armatori non ci sono. Puoi andare alla Pitraia di Sant’Antonio, senza prenotazione, per mangiare i migliori funghi della Gallura. Oppure chiamare alla trattoria da Patrizia, chiedendo di metterti da parte la fregola, quando sai che non c’è il minimo rischio che possa finire, ma fa tanto habitué. Puoi dormire in boutique room a prezzi off-off-peak da litorale laziale. Puoi compiere gesti di umiltà a casaccio, in un contesto così luxury da farli sembrare poesia,

come pagare una bolletta all’ufficio postale del Porto Vecchio.

Oppure cercare il lusso non transabile più estremo: dopo un paio di spese alla Crai del Villaggio Marina, salutare per nome le cassiere. Puoi passeggiare sulla piazza Rossa ascoltando in cuffia l’Internazionale, sfottendo le origini socialiste del toponimo, con perfidia uguale e contraria a quella con cui la contessa De Blank chiamò il suo cane Fidel.

Gli esercizi di primissima necessità sono comunque aperti: la farmacia, il giornalaio, il tabaccaio, il Golf Club al Pevero, dove hai le buche tutte per te, senza pressing al tee, e puoi concederti di sbagliare più volte per guardare il mare. Incontrerai qualche grande, vera signora della Costa che pellegrina verso il Waterfront, con una nipotina low-profile per mano, tipo modella di Jacadi. Se non ne hai mai visto una fotografia, vuol dire che è una che conta. Esce solo ora, timidamente, dalla villa in cui è rimasta murata viva per tutto agosto. L’ascolti mentre ricorda alla bimba, con la voce colma di speranza, che fino a qualche anno prima lì era tutto Harrod’s, prima dello sfratto. Ha un’aria che sembra dire, pensando agli invasori: “Come osate di parlare di Costa Smeralda se non vi siete mai spaccati di formaggi molli con Gabriele Zu Leiningen Thyssen?”. Ma per fortuna non parla. Sorride. La piccina guarda le acque cristalline, ora gelide, in cui a maggio ha imparato a nuotare.

L’immensa musa delle notti smeraldine, sua maestà Marta Marzotto
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La vera fortuna che continua ad avere Porto Cervo è che davanti al mare tutto si ferma, anzi: si rimette al moto ondoso. Non importa quanto puoi deformare la realtà, o rispettarla: la natura prenderà sempre il sopravvento. La Costa Smeralda è la dimostrazione finale che non importa quanto l’uomo — grazie al talento, alla pazienza, al denaro — possa avvicinarsi alla perfezione e un attimo dopo precipitare nell’abisso, nell’eterno montare e smontare del Minecraft della storia. Per quanto ben tenute e illuminate, non c’è niente di più malinconico delle piscine delle ville di Porto Cervo, quando sembrano le versioni Instagram, tutte uguali e tutte ipersaturate, del mare che è a pochi passi e che, infinitamente vario, orgogliosamente no filter, è più indomabile di qualunque balena bianca o velina abbronzata.

Scatti di moda dalla Costa Smeralda
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