Chi arriva a Istanbul per la prima volta, e non è abituato a usi e costumi del mondo orientale, si sveglierà all'alba, senza sapere bene il perché: il motivo lo si capisce qualche secondo dopo, quando le orecchie captano i suoni, e riconoscono la prima preghiera del giorno, cantata dal muezzin, e diffusa per tutta la città attraverso gli altoparlanti sui minareti. Così ci si sveglia al crocevia tra due continenti – è infatti l'unica metropoli al mondo a trovarsi sia in Europa che in Asia – erede di quella Costantinopoli che gareggiò in grandezza con Roma. Oggi, parlando strettamente di dimensioni, Istanbul ne esce indubbiamente vincitrice: la megalopoli ha 15 milioni di abitanti certificati, quinta al mondo. Il suo fascino eterno, che ammanta i quartieri asiatici e quelli europei in egual modo, la Nisantasi delle vie del lusso e la Sultanahmet più turistica, con la Moschea Blu e Aya Sofia, poco ha a che vedere con le cifre. Mezcla di culture, religioni e influenze, Istanbul rimescola tutto in un calderone bollente dal quale provengono odori di spezie, sumak e coriandolo, da far girare la testa a chi ne è “novizio”. Aya Sofia, appunto, nata nel 537 come Basilica di Santa Sofia, sede del patriarca di Costantinopoli, con la struttura classica a navate, i mosaici e il pavimento in marmo, fu poi convertita in moschea da Maometto II, quando conquistò Costantinopoli, aggiungendovi i quattro minareti e la loggia per il muezzin. Un mix di culture che il primo presidente turco, Mustafa Kemal Ataturk, vero padre fondatore della Repubblica, decise di celebrare, trasformando la cattedrale in un museo, aperto al pubblico e privo di culti. Una laicità che, insieme al resto, ha avvicinato la sua figura allo stato di divinità – e infatti è illegale inveire con il suo nome e a scuola i bambini imparano a memoria i suoi discorsi – e che però poco piace all'attuale presidente Erdogan, che ha infatti detto che Aya Sofia tornerà presto ad essere una moschea.

Minare l'eredità di Ataturk, però, non è impresa facile: l'eroe nazionale che nel 1922 depose l'ultimo sultano e dichiarò il paese una Repubblica era alto, distinto, dal profilo severo ma aristocratico, reso più altero dagli occhi verde acqua, una crasi tra Garibaldi e Cavour, militare e stratega, ritratto spesso in una divisa decorata ma anche in completi di un bianco assoluto. Finì, sulla copertina del Time nel 1923, rese la Turchia uno stato moderno, dove erano vietati veli, fez e turbanti, la barba per i funzionari pubblici e i baffi alla turca per i militari, tutti sinonimi del regime passato. Ad oggi, entrando in ogni edificio di Istanbul, pubblico o privato, ristorante o bottega, battello o treno, si trovano sue foto sul muro, testimoni a volte di un passaggio fortuito a quell'indirizzo, ma molto più spesso immagini votive, che raccontano di una religione civile, che resiste ai tentativi di secolarizzazione di una città nata per vivere nel futuro. Per questo motivo piace poco a Recep Erdogan, chiamato con sotterraneo disprezzo dai turchi "il sultano", per quel suo desiderio di megalomania che lo ha portato a costruire una nuova, e immensa moschea, la più grande del paese, sulla collina di Camlica, definendola "un riscatto del mondo musulmano dopo la strage di Christcurch". E se non è saggio esprimere il proprio dissenso rispetto alle azioni del leader di Ankara, oggi giustificato dalle avventate politiche trumpiane a combattere i curdi, i turchi non gli risparmiarono le critiche nel 2013, quando limitò l'uso delle bevande alcoliche – oggi nel raggio di 100 metri da una moschea non è più possibile bere alcol, e il prezzo è considerevolmente salito – definendo il legislatore che aveva reso l'alcool libero "un ubriacone". Il riferimento neanche troppo velato era ad Ataturk, che invece dell'alcool, e del raki, distillato di uva, fichi o prugne aromatizzato con l'anice, era grande appassionato, tanto da morire di cirrosi epatica.

Santa Sofia all’alba
DANNY HUGetty Images

E camminando per quella città, che i turisti possono ancora godersi in sicurezza, nonostante i tentativi di Erdogan di renderla più "islamica", si respira in effetti la bellezza retaggio della storia, come quella abbacinante della Moschea Blu, nome frutto delle piastrelle in ceramica turchesi (21.043 per essere precisi) che adornano le pareti e la cupola. Con le sue 260 finestre e sei minareti, è seconda in grandezza solo alla Mecca. Si trova poco distante dal palazzo del sultano, il Topkapi – preparatevi: per visitarlo serve una giornata intera – e non è un caso, visto che la loggia superiore, dedicata al suo uso personale, era raggiungibile dal sovrano a cavallo. Esaurito il necessario itinerario turistico, superati i venditori di balik ekmek – il delizioso panino con pesce alla piastra, street food locale pescato e preparato al porto sul momento – ci si può immergere appieno nella città, cogliendone idiosincrasie e umori. L'hotel storico – da visitare anche solo per respirare quegli Anni 20 che hanno visto di nuovo, Istanbul, porsi come polo alternativo alla Parigi abitata da Fitzgerald ed Hemingway, eguagliandone il fascino – è il Pera Palace, aperto nel 1892 e restaurato nel 2010. Art déco, liberty e pittogrammi orientali convivono nel salone dalle volte altissime, dove ci si immagina, senza sbagliare, si incontrasse il meglio dell'aristocrazia mondiale, che qui arrivava con l'Orient Express. Nell'ingresso, infatti, c'è ancora oggi una portantina vetrata con la quale gli ospiti venivano trasportati in sicurezza dalla stazione alla propria camera. E qui ha soggiornato Greta Garbo, e ha trovato ispirazione la giallista più cinematografica di sempre, Agatha Christie: nella sua stanza al Pera Palace ha scritto Assassinio sull'Orient Express e Poirot sul Nilo, trasformato poi in un film, L'assassinio sul Nilo, del 1978, con tante di quelle divinità del cinema da far girare la testa (Bette Davis, Mia Farrow, Jane Birkin e Angela Lansbury).

La stanza 101, quella dove soggiornava Ataturk, è oggi un museo visitabile: nei cassetti c'è ancora il sofisticato completo in lino bianco, con il cappello in paglia e gli occhiali a lenti tonde e montatura tartarugata, nel bagno lamette e accessori per la barba, a testimoniare l'allure da rockstar incontrastata nei cuori e nella memoria del popolo cittadino. Chi invece apprezza atmosfere e colori più moderni, troverà il giaciglio perfetto al Room Mate Emir, dove Lázaro Rosa Violán ha mescolato i soffitti affrescati della proprietà originale, il parquet e i mattoncini originali con un interior ultra-contemporaneo.

I colori di Istanbul però, si mostrano in tutta la loro vivacità al Bazar egiziano – il mercato delle spezie – orgia cromatica di senape, porpora, mostarda, cadmio e ambra. Impossibile non essere attratti verso i bancali che abbondano di varietà di tè, mentre i compratori affabili ve ne offrono una tazza, che poi è la prima legge non scritta del buon padrone di casa turco. Chi è poco avvezzo a tutto questo vociare allegro, testimone di una vitalità chiacchierona e portata per tradizione alla convivialità, ha un'insospettabile uscita di sicurezza. In un angolo del mercato coperto, c'è una porta dalle dimensioni ridotte che non è facile riconoscere in mezzo alla calca. Eppure, salendo le scale, si arriva nel paradiso orientale e silenzioso del tè e dell'ora della merenda: il Pandeli.

Aperto nel 1901 dal proprietario, il Pandeli Cobanoglu dell'insegna, figlio di un pastore greco, sui suoi tavoli si sono seduti la Regina Elisabetta II e il Re Juan Carlos, così come Burt Lancaster e Robert De Niro, Roman Polansky e Daniel Day-Lewis, senza dimenticare Audrey Hepburn, di cui campeggia all'ingresso in mattonelle – ovviamente turchesi – una foto in bianco e nero dove l'attrice è ritratta, sorridente e ridanciana, proprio a quei tavoli, una maglia a pois e l'iconico chignon, da Holly Golightly in trasferta continentale. Chi, ancora, cerca un'alternativa contemporanea, va a fare brunch da Unter, caffetteria hipster nel distretto di Karakoy, quello dell'antico quartiere medievale di Galata, con la torre omonima. Zona che assomiglia all'Isola di Milano, o al Rione Monti romano, è popolata, come nel caso dell'Unter, di piccoli angoli bohémien dove mobili ritrovati nella soffitta di anziani parenti si mischiano a banconi ultra moderni e al wi-fi essenziale per lo smart working. I viali pedonali e stretti che la compongono, sono ricoperti da filari di vite che si intrecciano con le fila di lampadine, regalando all'ambiente un fascino antico.

Poco distante c'è Fil Books – perla nascosta e colorata di verde acqua – dedicata agli amanti del caffè realizzato con una Marzocco ton sur ton con l'ambiente, dei libri fotografici o degli accessori da cartoleria. Qui si legge cullati dalle sedie a dondolo, o si partecipa, in un locale invero piccolo e subito pieno, ai book signing, come quello dell'ultimo libro fotografico di Martin Parr, che qui ha salutato i suoi estimatori in Terra d'Oriente.

Per cena, ancora, la città si divide tra chi ricerca di rivivere quel passato glorioso, e alternative più contemporanee: nel secondo caso la tappa obbligata è da Nicole, ristorante con terrazza a vetri che garantisce una vista mozzafiato su Istanbul, dedicato alla memoria di Madre Agnes Marthe Nicole, che in questo palazzo, sede di un ex monastero francescano, si dedicava ai malati. Oggi il menù di Aylin Yazıcıoğlu, star al femminile della cucina nazionale che si è formata nella prestigiosa scuola culinaria Cordon Bleu, rivisita le basi dell'alimentazione turca, simile a quella greca per l'utilizzo di formaggi, yogurt su tutto, ma ben più speziata, presentando i piatti in una veste ben più contemporanea. E se le terrazze sono il punto forte di Istanbul anche per l'ora dell'aperitivo – per provare basta andare al Mikla, ristorante con terrazza perfetta per l'happy hour, all'interno del Marmara Hotel nel quartiere di Taksim – anche i ristoranti più antichi, al piano terra, mantengono un appeal capace di affascinare anche i più navigati viaggiatori.

Un capitolo a parte, infatti, merita Istanbul 1924, ristorante che inserisce nell'insegna la data di fondazione, ad opera, questa volta, di emigrati russi, che scapparono dalla patria durante la rivoluzione bolscevica per trovare riparo al centro della vita di Istanbul, in quell'Istiklal Caddesi (letteralmente Viale dell'indipendenza) che oggi è la principale arteria pedonale di ristoranti e bar, vicinissimo alla Piazza Taksim. Mattonelle grafiche, specchi, candelabri e balconate in legno che riportano subito ai Roaring Twenties, il locale è stato riaperto qualche anno fa, mantenendo intatto lo spirito originale, quello che affascinava in egual modo Mata Hari e i reali di Spagna, così come, ovviamente, tutti i transfughi dalla Russia che qui si sentivano a casa, soprattutto in cucina, tra filetto Stroganoff e pirozhki, le focacce russe ripiene. Cliente leale, ovviamente, era Ataturk, di cui rimane intoccabile il "solito tavolo", l'unico al quale non ci si può sedere.

Profondamente rispettosa della sua tradizione, rimanendo laica, il fascino di Istanbul sfugge alle definizioni, così come svolazzano leggiadre e aggraziate le vesti dei dervisci rotanti. Questi religiosi sufisti – corrente islamica mistica, che ricerca il rapporto con l'entità divina attraverso la danza – si esibiscono ancora oggi in spettacoli che sospendono il ticchettare delle lancette dell'orologio. Roteano con il palmo sinistro rivolto verso la terra, il destro verso il cielo a testimonianza di uno stato costantemente diviso tra passioni terrene e ambizioni molto più alte.

La danza mistica dei dervisci rotanti
GURCAN OZTURKGetty Images

Un ascendente, quello della città, che seduce anche le più blasonate maison europee: qui, diversi anni fa, alla stazione di Sirkeci, antico capolinea dell'Orient Express, Chanel ha ambientato il corto dedicato a Chanel n°5, dove, sulle note di Billie Holiday, un Audrey Tautou in viaggio sull'antico treno, incrociava sguardi e desideri con uno sconosciuto viaggiatore, per poi ritrovarlo nuovamente sui battelli che collegano ancora oggi le diverse sponde della città, e nell'antica stazione. Un posto dove oggi si può tornare, con battelli divenuti molto più moderni – e forse meno affascinanti – sorseggiando dal pontile una tazza di tè, guardando negli occhi una città il cui mistero è ancora oggi impossibile da svelare. E forse, è più bello così.