Sciare a Courmayeur, tra un’acquasantiera walk-in e scrub alla polenta

A voi la lectio magistralis su come si possa essere così vicini al cielo eppure sempre coi piedi per terra.

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Come abbiamo imparato cadendo e rialzandoci sul Grand Couloir di Courchevel, o mangiando canederli da Tubladel a Ortisei, i luoghi di montagna di successo sono o una celebrazione della montagna in sé o il trionfo di tutto quello che vi si può fare, malgrado ci si trovi in montagna. Courmayeur fa eccezione, perché è la somma delle due cose e anche qualcosa in più.

Il fatto è che nel centro più importante dell’Alta Valdigne si incontrano concetti diametralmente opposti come l’understatement torinese e i danee lombardi; un cosmopolitismo quasi napoletano e una certa tendenza al godereccio, mutate le materie prime, a momenti emiliana; l’immensità della montagna e la finitezza del paesino; Francia e Italia; L’Auberge de la Maison (località Entreves) e l’insegna dell’Estetica Mirella (via Roma, 1).

Se Chamonix, a un tiro di traforo dall’altra parte del Monte Bianco, è la modella di intimo sportivo con cui passeresti un week end estremo di sciate sull’Aiguille du Midi, allora Courmayeur è la ragazza da sposare che, pur tenendo molto ai gioielli di famiglia e fornendosi di twin set in cashmere solo da Guichardaz (boutique-museo cormaiorese, dal 1949), ama portarti a ballare alla Club Haus 80's (l’unico locale da ballo della zona pedonale) che, per venire incontro alla tua domanda di divertimenti notturni, frequenta con una certa divertita indulgenza.

Soprattutto fa una polenta da Dio.

Courmayeur sa abbracciare le nuove tendenze con lo spirito di una ragazza-nonna che ne ha viste di tutti i colori: un po’ ti ridacchia dietro ma, in fin dei conti, è sempre pronta a regalarti i copertoni nuovi per la snow bike, per giunta elettrica, che hai deciso di praticare al Fun Park di Dolonne, oppure nei tracciati pedonali che fiancheggiano le piste da fondo nella Val Ferret. A Courmayeur non ci sono sport abbastanza antichi da non essere ancora praticati e vezzi tanto moderni da non essere tollerati. Sei libero di farti sedurre dalle tradizioni, o di essere te stesso (dallo snow tubing allo sleddog, dal padre indoor alla ciaspolata), purché rispetti alcuni valori di base — come la colazione al Caffè della Posta — e non lasci nel piatto neppure una chnéfflene panna e speck.

Il centro di Cortina è inequivocabilmente il centro di Cortina. I centri di Courmayeur sono invece sparpagliati e differenti come le sue frazioni: Dolonne ed Entrèves, le più conosciute; ma anche La Palud, Villair Dessus, Larzey, Entrelevie, La Villette, La Saxe; le stazioni della funivia, i dehors segreti dei caffè. Una Curia majori madre di molte corti minori. Raramente gli chalet cormaioresi, anche i meglio tenuti, sconfinano nel territorio della cuteness e sono sempre più funzionali che leggiadri. In questo siamo agli antipodi del Tirolo: Courmayeur non è imprigionata in un’unica forma. Il modello è la chiesa madre dedicata a Saint-Pantaléon, con il suo prospetto asimmetrico, chimerico, che sembra composto da almeno tre diverse facciate, di diversi paesi e periodi, fuse insieme e che ricorda il duomo di Anagni o quello di Trani, ma in miniatura; o qualunque altra cosa somigli a una scultura di Archipenko a forma di chiesa.

il codice genetico del rifugio alpino, un tempo terreno di caccia alle sedie in plastica rossa

Courmayeur è una località palinsesto in cui alcuni momenti sono una capsule collection di un mondo che, altrove, non c’è più; altri sono una previsione del futuro. È bella di molte bellezze segrete e orizzontali a fronte di quella bellezza palese e verticale che le riassume tutte. L’unica concessione alla solennità e alla scenografia è la presenza del Monte Bianco il quale, come un sovrano particolarmente sicuro di sé e della sua verticalità, non ha problemi ad ammettere particolarismi orizzontali e relativismi socio-antropologici.

I soli due circoli davvero tendenti all’esclusività sono le guide alpine e i praticanti del palet, la versione valdostana del gioco delle piastrelle, sacra come un Quidditch d’alpeggio. Non vorremmo mai essere guardati come un membro anziano della Fédérachon Esport de Nohtra Téra (la massima autorità su questo e altri antichi sport valdostani) ha guardato una volta un turista inglese che aveva esclamato, nel vederlo giocare: “Look, flat bowls!”.

Le guide alpine di Courmayeur sono le sacerdotesse del Monte Bianco.

Formano la società di guide alpine più antica d’Italia: quando voi eravate ancora sullo slittino a Roccaraso, noi eravamo già guide alpine. Nel loro palazzetto si entra come in un tempio, incerti se usare quella pozzetta di neve sciolta come un’acquasantiera walk-in; e se ne esce, volenti o nolenti, con una prenotazione per la Vallée Blanche, itinerario da freerider che si snoda per 24 chilometri da Courmayeur a Chamonix, attraverso la Mer de Glace; coprendo, dal punto più alto al più basso, un dislivello di 2.400 metri. Si sale con la Skyway, la straordinaria funivia rotante. Le pareti della Feltrinelli di Punta Helbronner, la libreria più alta d’Europa, sono decorate con le citazioni scelte dalla Scuola Holden, segno che

ogni mattina a Courmayeur una guida alpina si alza e sa che dovrà scalare più di Alessandro Baricco.

Il resto della bellezza di Courmayeur è nascosta, laterale, ma accessibile. Da sempre, la vera pista è fuoripista e il dopo-sci è la movida. Davanti alle vetrine della famiglia Grivel, che dal 1818 produce e vende attrezzature sportive, anche un calciatore di serie A può diventare un paradigma di discrezione. Courmayeur è la dimostrazione che, più passa il tempo, e più l’inclusione è la vera forma di esclusività.

Non sembra possibile che fino a una manciata di anni fa, da queste parti, il concetto di hotel a cinque stelle fosse quasi sconosciuto, nonostante alcuni alberghi storici avessero sale da pranzo progettate da Gio Ponti. Ai tempi della Courmayeur del primo Fantozzi, nonostante fosse lì che la contessina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare aveva eletto il suo domicilio invernale, la Maison de Filippo era ancora la Maison de Filippo e l’hotel Royal era ancora solo, confidenzialmente, il Royal. Oggi il suo ristorante, con tanto di chef stellato (il giovanissimo ed emergente Paolo Griffa), si chiama — non più tanto confidenzialmente — Le Petit Royal au Grand Hôtel Royal et Golf e, tra le altre amenità, propone un tavolo riservatissimo per due, al massimo quattro commensali, situato all’interno di una torre del 1300, che di norma si prenota o per fare proposte di matrimonio o per chiedere umilmente scusa di averle già fatte ad altri.

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L’Hotel Le Massif sembra lì da sempre col suo carico di russi e saune. Eppure il vecchio Hotel Majestic era stato abbandonato a se stesso per diciassette anni, prima di rinascere sottoforma di perfetto compromesso tra suite grosse e palato fino. A volte non mancano le stravaganze, ma sempre a chilometro zero. Ad esempio, la spa dell’Auberge de la Maison pratica massaggi al burro d’Alpe e scrub alla polenta. Il cliente, all’occorrenza, può vedersi servito il resto della cena su un numero ristretto di giacigli in fieno, come fossero altrettanti triclini di estrazione contadina.

L’esperienza del Super G, il primo mountain lodge italiano, è di un mood completamente diverso. È la capitale italiana del divertimento doposci. Collocato sulle piste, ai 1700 metri di Plan Checrouit, con la sua regola non proprio monastica: “eat, sleep, ride, après-ski, repeat”, ha di fatto riscritto il codice genetico del rifugio alpino, un tempo terreno di caccia alle sedie in plastica rossa marchiate Birra Moretti. Il suo calcio balilla brandizzato Veuve Cliquot è di gran lunga più ambito di qualunque tavolo o privé. Giovani da ogni parte d’Europa (nei giorni della Brexit non si possono non notare tantissimi britannici) ne affollano la pista, nella speranza che il brano Courmayeur — di Dj Matrix, Carolina Márquez e Ludwig, feat. Gabry Ponte — sia suonato il meno possibile.

La piazza Abbé Henry, fulcro della zona pedonale, tonda, proiettata tanto sul paesaggio alpino quanto sulle vetrine, ruota come una giostra panoramica su questo mondo composito, fatto di tanti dettagli, vicini e lontani. Qui le postazioni selfie si compensano con i ravioli di magro del pastificio Gabriella, riposti accuratamente nelle loro cassettiere di legno, che sembrano quelle di un’antica merceria. Saldo al comando della sua Gourmandise Mont Blanc, gastronomia tipica da quarant’anni e tre generazioni, Edoardo Melgara, torinese, poco più che trentenne, dopo aver lavorato nel marketing per L'Oréal, ha scelto di trasferirsi nel paese dove vivevano suoi nonni materni, e ci ha fatto un figlio e un interessante brand di cioccolata a base di panna fresca.

Ovunque in paese i baristi, i bottegai, i concierge non sono mai presepiali

come accade ormai molto spesso in montagna, ma piuttosto reali: persone con cui potresti parlare forse non proprio dei tuoi problemi, ma almeno delle tue perplessità rispetto alla lenta ma inesorabile sostituzione etnica dello sci di fondo con la fat bike. È anche — anzi, soprattutto così — che Courmayeur impartisce al mondo la sua lectio magistralis su come si possa essere così vicini al cielo eppure sempre coi piedi per terra.

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