I rinoceronti bianchi possono rinascere?

Nel 2018 è scomparso Sudan, ultimo esemplare maschio. Tecnicamente estinto, ora uno scienziato italiano (e un parco del Kenya) scommette sulla riproduzione assistita.

Rinoceronti
Ami Vitale

Questa è una storia vera, finita molto male, il 19 marzo del 2018, con la morte di Sudan, l’ultimo maschio di rinoceronte bianco del nord. Era un vecchietto di 45 anni (equivalenti a 90 per gli umani) e solo qualche giorno prima aveva fatto un bagno nel fango, abitudine che schiarisce la pelle di questi animali e che dà origine al loro nome. Ma Elodie Sampere, zoologa della riserva keniota di Ol Pejeta non era per niente ottimista: «Sudan si alza poco, ha piaghe da decubito che si infettano facilmente, nonostante due medicazioni al giorno». E il destino ha voluto che poco tempo dopo, la scomparsa dell’ultimo rinoceronte bianco del nord facesse chiudere il caso alla scienza: questi animali che erano tecnicamente estinti allo stato brado dal 2008 ora potevano definirsi definitivamente estinti.

Un linguaggio secco e freddo, da laboratorio, che non rende l’idea della perdita di uno dei simboli dell’Africa, il continente più predato, violato e ferito del mondo. Nei 360 chilometri quadrati di Ol Pejeta Conservancy, la tenuta ai piedi del Monte Kenya gestita dal fondo benefico inglese Arcus con le associazioni di tutela della fauna selvatica, è immane lo sforzo per mettere in sicurezza l’ambiente. Qui c’è il più grande santuario mondiale di rinoceronti, ma tra le sue colline in piena savana trovano rifugio migliaia di specie protette, tra cui i famosi Big Five: rinoceronte, leone, leopardo, elefante, bufalo del Capo. Secondo la tradizione sono i cinque animali più difficili da cacciare, anche se ora il termine è usato per i safari fotografici. A Ol Pejeta sono tre i tipi di rinoceronti in pericolo: quelli neri, quelli bianchi del sud e quelli bianchi del nord, la sottospecie cui apparteneva Sudan. E alla quale appartengono gli ultimi due esemplari, una mamma e una figlia, Fatu e Najin. Per loro è prevista una sorveglianza armata 24 ore su 24 all’interno dei 14 ettari che le ospitano, con l’ausilio di 15 cani da difesa Malinois e una flotta di droni. I Rhino keeper sono un po’ le truppe scelte tra i guardiani: lavorano senza sosta in condizioni difficili, stanno con gli animali, a cui si affezionano, più che con le loro famiglie, ma sono scelti perché hanno una sensibilità particolare nel capire queste creature immense. Fanno ricognizioni a ridosso dei recinti elettrificati e lungo i corridoi per la circolazione libera degli animali. Per i rinoceronti non c’è pericolo di fuga (sono troppo grossi e pesanti) ma un rischio ben peggiore: i bracconieri. Il loro corno, a cui antiche credenze attribuiscono poteri medicinali e afrodisiaci, sul mercato vale dai 60 mila ai 100 mila dollari. Il picco della strage si è avuto in Africa tra gli anni 80 e 90. Ma l’attività intensiva di protezione è partita troppo tardi, intorno al 2000. E nel frattempo i rinoceronti bianchi del nord allo stato brado sono passati dai 2200 del 1967 a 0.

I rhino keeper del santuario naturalistico di Ol Pejeta scortano mamma Fatu nella savana. Queste guardie, addestrate a combattere i bracconieri, affrontano ogni giorno turni massacranti.
Ami Vitale

Ma ora il nastro si è riavvolto. All’inizio del 2020 è arrivato l’annuncio che quella storia no, non era affatto finita. Che pur se tecnicamente estinto e con Fatu, 30 anni, e Najin, 18, che non avranno più modo di riprodursi in natura, il rinoceronte bianco del nord non era più definitivamente spacciato. Grazie alle due femmine e al seme maschile raccolto al momento giusto, quando i maschi erano in vita, oggi esistono tre embrioni ospitati in un limbo di azoto liquido nel centro Avantea, a Porcellasco di Cremona. Una delle poche belle notizie da festeggiare il 22 aprile, Giornata Mondiale della Terra. Il caro estinto infatti ha lasciato in eredità diversi miliardi di spermatozoi. Abbastanza arzilli e sufficienti a consentire la fecondazione in vitro.

Cesare Galli, embriologo.
Ami Vitale

Non è stato semplice arrivare al prelievo degli ovociti da Fatu e Najin. La burocrazia dei vari stati coinvolti non ha aiutato: le due femmine hanno un proprietario, lo zoo di Dvur Králové, nella Repubblica Ceca, dove hanno vissuto fino al 2009 insieme a Sudan e Suni, maschi di due tonnellate e mezza e due metri di altezza al garrese. Però la riproduzione spontanea non è avvenuta. Ma dallo zoo hanno sempre frenato le pratiche per le fecondazioni assistite. Finalmente, nell’estate del 2019 si è potuto procedere. A Ol Pejeta, sotto lo sguardo della fotogiornalista Ami Vitale, sono entrati in azione il responsabile del progetto, il tedesco Thomas Hildebrandt dell’Istituto Leibniz e il veterinario italiano Cesare Galli, di Avantea, primo al mondo a ottenere i tre embrioni di rinoceronte dopo i fallimenti delle équipe americane e sudafricane. Ora, in teoria, basta trovare una madre surrogata. In teoria.

Perché, tra le complicazioni è spuntato un dibattito etico. Sono in molti a pensare che quando la riproduzione si realizza in laboratorio, gli animali diventano cavie al servizio della scienza. Cesare Galli in passato ha subito diversi attacchi degli animalisti perché nel suo centro si è sperimentata la clonazione. Un giorno, nel 1999, i Carabinieri sono venuti ad arrestarlo per aver clonato il toro Galileo. E proprio quel giorno l’Università di Bologna gli ha offerto una cattedra. C’era (e in parte c’è ancora) una certa confusione tra reato e merito scientifico: «Più che altro c’è ignoranza», dice Galli. Se il comitato che presiede al benessere animale dello zoo di Dvur Králové ha negato per anni il permesso di utilizzare Najin e Fatu, è stato perché giudicava sfruttamento degli animali le continue e stressanti fecondazioni in vitro. «Ma quando una specie è in pericolo imminente di estinzione si deve prendere una decisione velocemente», spiega Cesare Galli, «e tenere presente che nessuno scienziato oggi è insensibile alla sofferenza degli animali, solo i nazisti sperimentavano senza scrupoli sugli esseri umani e non. Dove ci sono laboratori in cui ho visto animali denutriti e non curati, come in Cina, io non faccio consulenza».

C’è un precedente virtuoso, che dovrebbe aumentare la fiducia in queste operazioni: il furetto dai piedi neri americano. È stato salvato proprio dalla fecondazione in vitro. Ma le ragioni dei detrattori insistono su una domanda semplice e insidiosa: dobbiamo salvare la biodiversità del pianeta a qualunque costo? Mentre la discussione infuria, però, per convincersi forse basta guardare l’elenco degli animali minacciati di estinzione ospitati a Ol Pejeta, come il ghepardo, il cane selvatico africano, l’orice, ma anche gli scimpanzé, alcuni dei quali sono stati portati qui dagli zoo privati di Mosul durante la guerra, grazie all’etologa Jane Goodall.


Cesare Galli di Avantea in partenza per l’Italia con due ranger con il prezioso carico.
Ami Vitale

L’attività che Galli svolge sui rinoceronti è puro volontariato. Ma nonostante i risultati che raggiunge a volte si sente isolato: «Il progetto Rhino in Germania ha appena ottenuto 4 milioni di euro di contributi. Perché una trasferta in Kenya costa mediamente 50mila euro. Da noi è impensabile una simile sensibilità scientifica». In Italia si teme molto l’opinione pubblica, che su questi temi è irascibile. E gli avvocati hanno consigliato al ricercatore di non aprire profili social.

A portare Cesare Galli in Kenya tra i rinoceronti è stato Hildebrandt. Quando, qualche anno fa, Sudan era in vita e si sperava che si accoppiasse spontaneamente nel recinto con una delle due femmine, tutti tifavano per lui. Perfino Tinder, l’app di dating più frequentata, creò un profilo con il musone di Sudan per raccogliere fondi che aiutassero il rinoceronte a non andare in bianco durante i suoi appuntamenti. Aumentò notevolmente anche il flusso turistico, una delle entrate che consente a Ol Pejeta di gestire gli animali e il conflitto con le popolazioni delle zone adiacenti. Sudan era una celebrità e tutti volevano vedere e fotografare l’Ultimo rinoceronte. Oggi che la questione ha preso una piega decisamente meno disneyana, l’entusiasmo è solo per i piccoli passi avanti e tra gli addetti ai lavori. La stessa buona notizia degli embrioni ha scatenato una sola domanda: «Quando nasce il piccolo?». Galli sorride, ha acquisito un’attitudine fatalista molto africana: «Ci abbiamo messo cinque anni a ottenere degli embrioni, per avere una gravidanza speriamo di non mettercene più di due e da lì ad avere il cucciolo potrebbero passarne cinque», spiega Galli. Sarà comunque una gestazione complicata: la mamma surrogata perfetta probabilmente è una mkhombe, come si dice in lingua zulu, che in questo momento in Sudafrica sta scorrazzando in mezzo a un branco di rinoceronti bianchi del sud, unica sottospecie ad avere una stazza e una fisiologia simile a quella estinta. Sono in grave pericolo anche loro ma se ne contano ancora circa 20mila e bisogna cercare lì l’esemplare da cui far nascere il cucciolo. Oppure c’è l’estremo tentativo, il piano B di Galli per il quale forse nessuno è pronto: scegliere come madre ospite una cavalla, «il mammifero dall’apparato riproduttivo più prossimo a quello del rinoceronte bianco».

La scienza corre libera nei cervelli dei suoi studiosi e non possiamo avere idea di come andrà a finire. La speranza però è che a correre liberi siano soprattutto i rinoceronti e tutti gli altri animali che dal 2009 Ami Vitale ritrae sotto cieli azzurro intenso, dinnanzi ai tramonti africani e nei santuari naturalistici. È attraverso queste foto che il suo messaggio rende emozionante il mestiere quotidiano di salvare il pianeta. La sua stessa vita è cambiata proprio grazie ai rinoceronti bianchi. Prima di incontrare questi animali che definisce «antichi e gentili», era una fotografa di guerra. Che poi si è ritirata e al suo posto si è fatta avanti la fotografa naturalistica. E da lì, il suo messaggio è stato trasformato in un film dal titolo Kifaru-the film, appena premiato al New York Wild Film Fest: racconta il rapporto simbiotico del Rhino keeper Joseph “Joio” Wachira con Sudan, il suo kifaru (rinoceronte in swahili).

«La natura e le persone non sono separate, sono sempre connesse», ha detto Ami Vitale quando ha vinto il premio fotogiornalistico World Press Photo. Alla sua macchina fotografica oggi affianca un profilo Instagram da 1,1 milioni di follower che è un bollettino di speranza. Nel quale la bellezza del pianeta si fonde con la devozione alla natura, simboleggiata dalla mano del rhino keeper Zacharia Mutai che accarezza, protettivo, il corno di Najin.

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