Per quanto, inizialmente, possa sembrare innaturale, anche i milanesi più ostinati, prima o poi, finiscono per abbandonare i loro habitat acquatici tipici — i Navigli, i laghi, la piscina riscaldata della spa Armani — e, risalendo controcorrente il corso della loro indole, si spingono fino al mare. C’è da dire che neppure di fronte al mare, per i milanesi, la felicità è un’idea semplice. Anche rispetto al piacere universale di ammollarsi in acqua salata restano un popolo dotato di gusti ed esigenze piuttosto relativi.

I milanesi concepiscono la vacanza al mare principalmente in due località: entrambe tirreniche, entrambe espressioni di un concetto preciso — e inconciliabile con l’altro — della vacanza balneare. Il primo tipo di milanese vede nell’esperienza del mare una continuazione più o meno avventurosa, più o meno umida della propria esistenza a terra, fermi restando alcuni valori di base come lo scarso spirito di adattamento e la puntualità negli aperitivi. Il secondo tipo conosce nella villeggiatura marittima un sovvertimento quasi carnascialesco del vivere urbano e civile. I primi, milanesi in purezza, scelgono Santa Margherita Ligure; i secondi, milanesi polivarietali, Forte dei Marmi. L’assenza forzata di molti habitué, rispettivamente americani e russi, quest’anno fa sì che le caratteristiche dei due luoghi — e dei milanesi che rappresentano — emergano con più evidenza rispetto al passato.

La sfida è Santissimi contro Fortissimi, opposti come Guelfi e Ghibellini.

E davvero i Santissimi, sostenitori del Papato dello Scogliera, sono sacrali e ascetici, nella loro celebrazione monoteistica del mare e dei suoi frutti, in particolare i gamberoni. Officiano un culto che tende alla contemplazione del paesaggio, delle proprie case viste dalle barche, delle loro barche viste dalle case altrui, e dell’assoluto, con vari strati di vela che li separano dal mondo. I Fortissimi, dal canto loro, propugnatori materialistici dell’Impero della Sabbia, sono soliti schierare militarescamente, ogni anno, i loro reggimenti di lettini e le loro flotte di pattìni, alla conquista di piaceri più semplici e terreni, come un ombrellone con televisore da cinquecento euro al giorno o poter ballare ogni estate, sulla stessa spiaggia e sullo stesso mare, la canzone del loro primo amore (sia con lo stesso amore che, all’occorrenza, con uno nuovo). Non ci sono due località balneari antitetiche tra loro come Santa e il Forte, che di fatto hanno in comune solo l’avversione verso Porto Cervo e il fatto di essere raggiungibili in poche ore di auto da Milano.

Santa, centro spirituale del Tigullio, ha dovuto sottrarre a poco a poco lo spazio vitale per i suoi santuari e le sue piazzette alla doppia morsa di scogli e monti, che la schiacciava da ogni parte; e solo con grande fatica è riuscita a ricavarsi le sue piccole grandi comodità nelle sublimi ristrettezze naturali di cui ha deciso di essere Signora e Patrona.

Santa Margherita Ligure
Angel VillalbaGetty Images

Il Forte, capitale secolarissima della Versilia, è lunga e larga e si è intestata da tempo tutto lo spazio che desiderava. Sulla cartina è un posto di mare modello, disegnato come una Sim City marina, regolarissima: un rettifilo di strada che l’attraversa da parte a parte e che separa i bagni dall’abitato, con ciascuna villa, fatta dal giusto architetto (tra cui Gio Ponti e Giovanni Michelucci), a occupare il giusto spazio con la giusta piscina e la giusta Bentley nel garage.

Santa è quello che si ottiene aggiungendo a Positano la terza dimensione della profondità o a Portofino una parvenza di normalità, una possibile terza via tra le pittoresche barchette a remi e i panfili con elicottero. Se sono chiare a tutti le ragioni per cui, nel 1958, si poteva cantare: “I found my love in Portofino”, oggi non sarà difficile fare eco così al verso di Buscaglione: “E ho ritrovato me stesso a Santa Margherita”. Sua Santità, in altre parole, è il posto simbolo del milanese che si riconcilia con la natura. Il Forte è il milanese che si imbatte in una capannina di legno sulla spiaggia e, per novant’anni, non fa che cantare a squarciagola, come se non ci fosse un check-out.

Santa ama il mare, ricambiata; mentre il Forte sembra avere da tempo friendzonato il suo tratto di Tirreno, volendogli sì un bene dell’anima — non è in discussione — ma in modo un po’ astratto, tenendolo a una certa distanza.

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Santa è silenziosa e schiva. La sua idea di divertentismo sono i trompe l’oeil con le donnine bionde che si affacciano dalle finestre dipinte. Paradossalmente è iconoclasta e fotogenicissima al tempo stesso.

Se fosse un social, Santa sarebbe una di quelle pinboard precisine di Pinterest

fatte di elementi di arredo divisi per colore e designer; il Forte, invece, somiglierebbe più a una serie di storie Instagram riprese tutte in orizzontale o in diagonale, senza badare troppo alle unità aristoteliche.

Non è possibile immaginare Santa senza i suoi alberghi meravigliosi, di cui anche i più grandi e lussuosi sono ancora quasi tutti a conduzione familiare; né il Forte senza i suoi locali notturni, ciascuno occupato o autogestito dalla nostalgia. Santa è rilassante e introspettiva come il Forte è iperattivo e centrifugo. A Santa puoi emozionarti a passeggiare da solo per ore, sui sentieri che portano a Camogli, a Portofino, a San Fruttuoso, in mezzo ai panorami più belli del mondo. Al Forte hai da scegliere tra un numero pressoché infinito di attività e, a volte, devi chiedere scusa a Paolo Maldini se non riesci a farcela per il torneo di calcetto: il fatto è che tuo nonno, brandizzato Sergio Tacchini, ti ha confermato il doppio misto Circolo Italia contro Circolo Europa

(il Forte è il comune italiano con più campi da tennis per chilometro quadrato e nonni atletici pro capite).

A Santa hai sempre paura di spezzare un equilibrio, di essere troppo chiassoso, troppo brandizzato, troppo poco Santo. Il Forte, invece, è l’unico luogo al mondo in cui era possibile (almeno fino allo scorso anno, ma si spera nella ripresa) vedere un oligarca russo percorrere in bici, peraltro a pedalata non assistita, la piccola Sunset Boulevard di via Spinetti, fiero di aver caricato nello stesso cestino di vimini una pelliccia di visone appena comprata da Elisabetta Panerai e un pacco di schiacciatine di Valé fresche di forno, di quelle coperte da grani di sale così grosso che sembrano pezzetti di marmo di Carrara.

Santa è una macchina perfettamente unta di olio solare Sisley-Paris, e il milanese si bea del fatto che, alla banchina Sant’Erasmo, puntuali come un IWC Aquatimer, i pescherecci attraccheranno ogni giorno dalle cinque alle otto della sera, col corretto numero di triglie perché tutti i villeggianti possano saziarsi di Omega-3 e conversare a bassa voce sui programmi per l’indomani, che sono sempre gli stessi. Il Forte è più un’interminabile sessione di improvvisazione teatrale. A differenza di quasi tutti i luoghi turistici italiani d’élite, Santa è sconosciuta al vanzinismo. Ci sono troppi separè tra nuovi arrivati e frequentatori assidui perché, dal loro incontro-scontro, possa generarsi anche la più elementare delle sceneggiature. Ma quelle divisioni non sono un muro cieco, sono una grandiosa vetrata.

I reali del Belgio a Forte dei Marmi nell’agosto del 1964
KeystoneGetty Images

Il fatto è che Santa, come la religione ebraica di tanti suoi storici villeggianti americani, non fa proselitismo. Molti ci vengono per scomparire, altri ci tornano perché non vi sono mai apparsi. Vige una dialettica ineffabile tra platealità e riservatezza, che fa la spola tra gli aperitivi delle sette al Tortuga, in mezzo agli alberi dei catamarani e le cene alla Mela Secca, sulle colline; appartati, ma con una vista incredibile. Santa è riguardosa e fine anche quando si riconosce intorno alla sua icona, che non sarà mai un Pirelli o un Rex Harrison, come a Portofino, ma Gigi Figoli, il leggendario maestro di sci nautico che ha insegnato ai Carraro e agli Ambrosoli a leggere le onde, mentre Nanda Pivano, non molti metri più in là, dal suo studio, spiegava al resto degli italiani Hemingway e Kerouac.

Rock Hudson e Gina Lollobrigida a Santa nel 1960
Keystone FeaturesGetty Images

La socialità al Forte è una storia completamente diversa. Per capirla al volo pensate a un bel giorno di agosto in cui, al ritorno da una sessione di piano bar, Marcel Proust appare in sogno a Jerry Calà e gli intima: “Lascia i posti di mare col mare bello agli uomini privi di immaginazione”.

Il Bagno Piero di Forte dei Marmi è il simbolo più accurato di quanto l’ingegno umano possa costruire attorno al mare, nonostante il mare. Può vantare nel suo albo d’oro un tridente d’attacco imbattibile: Agnelli, Barilla, Moratti. Ancora oggi è fatto da dieci file di tende, i cui posizionamenti strategici costituiscono un manuale di distanziamento sociale per lidi a prova di qualunque pandemia. Ancora oggi i sacchetti portacostume sono delicatamente appesi ai gancetti delle cabine, coi loro ricami a forma di stella marina, pronti per essere inzuppati di sabbia bagnata e infradiciati di ricordi.

Come clienti particolarmente timidi di case di tolleranza d’altri tempi, che potevano pagare la tariffa intera anche solo per parlare, non si va al Bagno Piero per fare il bagno, ma per tutto il resto: stazionare al bar, giocare a carte, fumare sigarette, organizzare feroci partite di calcio saponato. Questo è il vero sport nazionale dei Fortissimi, così come quello dei Santissimi è controllare che chi indossa scarpe da barca sia sprovvisto di fantasmini. Il calcio saponato si gioca in un campo fatto di un telo in plastica, sopra il quale vengono gettati acqua e sapone: seguono ferimenti gloriosi, scivolate mortali. È uno degli status symbol più dolorosi e popolareschi cui un ricco borghese italiano possa ambire. Le tende del Bagno Piero costituiscono veri feudi e, come tali, sono oggetto di disposizioni testamentarie. Dato il carattere pubblico e multigenerazionale della vita di tenda, prima o poi arriva il momento, in genere tra i 12 e i 35 anni, in cui i battiti del cuore e il bisogno di privacy si fanno più forti. È solo allora che il mare si prende la sua rivincita, mentre accoglie a braccia aperte la tua foga rematrice a bordo di un pattìno.

La Capannina di Franceschi è rappresentativa del Forte almeno quanto l’Empire State Building lo è di Manhattan o l’Hotel Miramare (dove soggiornava Guglielmo Marconi) lo è di Santa. La Capannina è la più antica discoteca del mondo ancora in attività e, secondo l’annata in cui l’approcciavi, potevi bere l’aperitivo con Eugenio Montale o Gloria Gaynor. Sono pochissimi i locali notturni in cui genitori e figli, nonni e nipoti riescano a divertirsi insieme come alla Capannina, uniti dal piano bar e dai Negroni. La scena, dal 1929, ai tavoli o sui tavoli, è praticamente la stessa: over 40 a giocare a carte e under 90 ad amoreggiare. Qui si entra solo in camicia e i ragazzi delle marine vicine arrivano a frotte dall’infinita ciclovia della Versilia, portandone sempre con sé almeno una, bianca come la loro innocenza e atta a nascondere meglio la sudata.

Il milanese del primo tipo trova a Santa tutto quello che non ha mai osato chiedere a Milano, ma senza che per questo debba rinunciare a un minimo sindacale di ordine e disciplina. Per lui Santa è un centro storico non alienante, fatto di insegne poco luminose di boutique multimarca e monoprorietario, sparse tra i caruggi. Non un città che prende il sopravvento sull’uomo, ma un piccolo molo antico.

Il milanese del secondo tipo trova al Forte tutto quello che non ha mai osato chiedere a Milano, più l’illusione di non essere affatto milanese, che dura sempre il tempo necessario perché si stemperi con l’altro dolcissimo inganno che l’estate, in particolare, o il tempo, in generale, possano in qualche modo essere fermati o definiti come qualcosa di diverso dall’attimo esatto in cui ci stiamo pensando.

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