Il saluto rivoluzionato delle donne di Shirin Neshat è in mostra a Los Angeles

Nella terra dei sogni con l’artista che ha cambiato il nostro modo di vedere l’Iran, l’Islam e le donne di Allah

Shirin Neshat, Women of Allah,
Shirin Neshat, Untitled (Women of Allah), 1996 © Shirin Neshat/Courtesy the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

I Will Greet the Sun Again è un saluto rivoluzionato di rinascita e indipendenza universale, vergato con lacrime e sangue dalla poetessa iraniana Forough Farrokhzad. Una poesia trasformata in una sorta di seconda pelle per le stampe ai sali d’argento di Shirin Neshat, scritta a mano in calligrafia farsi su corpi, volti e sguardi delle sue Donne di Allah armate e svelate. Un saluto quasi mistico alla sacralità della femminilità, esplorata dall’artista visiva sin dagli anni Novanta, nell’Iran lasciato per gli Stati Uniti, cambiato per sempre dalla sua rivoluzione islamica. Per l’esattezza, tre decenni di conversazioni con se stessa e l’identità femminile, musulmana, ribelle, emancipata ed errante, dal suo autoritratto in chador usato come poster della prima personale a New York nel 1993, a quelli inediti in mostra al The Broad di Los Angeles con Shirin Neshat: I Will Greet the Sun Again (19 ottobre 2019 16 febbraio 2020). La poetica di duecentotrenta fotografie e otto installazioni video della fotografa, regista e video artista che ha cambiato il nostro modo di guardare l’Iran, l’Islam e la donna, in mostra con una visione inedita del suo percorso di crescita artistico e spirituale. Scatti rari di progetti celebri e un inedito viaggio nella terra dei sogni che ci guarda e riguarda da vicino, non solo nella Los Angeles che vive la crescente tensione tra Iran e Stati Uniti con la più grande comunità iraniana (fuori dell’Iran).

Shirin Neshat, Offered Eyes, 1993
© Shirin Neshat/Courtesy the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Il programma espositivo del museo di Los Angeles, continua il viaggio nel complesso tessuto socioculturale americano, insieme all’artista iraniana che vive negli Stati Uniti, tutte le contraddizioni di chi è costretto a restare lontano dal suo paese d'origine, come persona non gradita ovunque. L’ultima tappa dell'acclamato Soul of a Nation partito dal Tate Modern, ha riflettuto sulle dinamiche razziali dell’arte afro-americana nell’era del Black Power.

La più grande mostra mai dedicata a Shirin Neshat, con la curatela di Louise Steinman e Maureen Moore, continua il dialogo tra antico e contemporaneo, occidentale e (medio)orientale, intrapreso da Broad con una delle voci femminili, tanto vibranti da scuotere la società dominata dagli uomini, sin dalla separazione e disparità di genere dell’installazione video di Rapture del 1999. La prima a entrare nella collezione del museo, dirompente come lo schermo diviso letteralmente in due di Turbulent (1998) e la preghiera di uomini e donne iraniani, levata con tutta la forza delle contraddizioni e dei cliché che spaccano il mondo in due (un po’ ovunque). Ipsirata in questo caso dalla legge iraniana che proibisce alla donna di cantare in pubblico. Potenti metafore dei ruoli di genere e della gestione del potere culturale che esercitano nella società contemporanea, non solo islamica.



In realtà sono i grandi interrogativi dell’esistenza umana, 'sepolti' nel deserto a colori di Passage (2001) e la sua inquietante colonna sonora firmata da Philip Glass, ad accompagnare l’esplorazione dei lavori dell’all'artista di fama internazionale e il percorso lungo e turbolento che li caratterizza, estendendo dinamiche personali e geografiche a diversi eventi di portata globale, come l'11 settembre, la primavera araba e l’immigrazione.

Trenta anni di ricerca personale, capaci di sollecitare gli sguardi del mondo, innescati dal suo ritorno in Iran nel 1990 e lo sconvolgente cambiamento imposto al paese dalla rivoluzione islamica. Riflessi aguzzi di estremismi che separano le donne dal mondo, impressi in testo, armi e sguardi ribelli, spinti oltre il velo delle Women of Allah (1993-97). Il progetto forse più celebre di Shirin Neshat e il modo dirompente nel quale demistifica l'atto di velare le donne, con la coreografia del corpo armato e del volto acceso dalla poesia del divino e del suo opposto, arriva in mostra per la prima volta nella sua interezza e nelle rare pose di preghiera e potere della terza fase, realizzata nel 1995, durante il suo ultimo viaggio in Iran e diventare "persona non grata" nel suo paese.

Shirin Neshat, Bonding, 1995
© Shirin Neshat/Courtesy the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Tre stanze sono dedicate alle monumentali installazioni degli arazzi umani, tessuti dall’artista con testi e volti che raccontano storie mitiche e contemporanee. Nel caso dei ritratti in bianco e nero di martiri, patrioti e cattivi di The Book of Kings (2012), ispirato alle poema di 60.000 versi "Shahnameh" (Il libro dei re), scritto dal poeta persiano Ferdowsi tra il c. 977 e 1010, anche un viaggio nel tempo, dal passato mitico e storico del Grande Iran a quello della primavera araba e del movimento verde iraniano del 2009.

Our House Is on Fire
(2013), esplora le conseguenze della rivoluzione in Egitto con gli occhi di chi resta a piangere le sue vittime. L’arazzo di volti umani di The Home of My Eyes (2015), i residenti di un crocevia di etnie come l’Azerbaijan. Ognuna con un diverso credo religioso, dalla giovane bambina bionda dai tratti europei, a quelli asiatici di un'ottantenne. Tutti parte della stessa comunità nell’installazione, come nell’Iran che ricordano all’artista.

Shirin Neshat, Ilgara, from The Home of My Eyes series, 2015
© Shirin Neshat/Courtesy the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

In questo momento di crescente tensione tra Iran e Stati Uniti, con il mondo intero attraversato da una profonda crisi migratoria e gli effetti del nazionalismo, l’esperienza di esule dell’artista guida anche il viaggio nella Land of Dreams americana della sua opera più recente. Completata questa estate e presentata in anteprima mondiale con 111 ritratti fotografici e due video in bianco e nero, l’esplorazione del sogno americano di Shirin Neshat, si rivolge alle comunità sfollate ed esiliate dell’Iran e del mondo intero.

A guidare il nuovo on the road è la studentessa d'arte e fotografa iraniana interpretata da Sheila Vand (A Girl Walks Home Alone at Night), intenta a esplorare la comunità del New Mexico e bussare di porta in porta, per registrare ritratti e sogni di americani di diversa età, sesso ed estrazione socioculturale, da Albuquerque a Las Vegas, passando per la Navajo Nation di Farmington. Una donna navajo infestata da una lucertola, un veterano della Seconda Guerra Mondiale che ha ancora incubi sulla bomba atomica e una vivace sostenitrice bionda di Trump che immagina suo marito intrappolato in una fossa buia dopo un incidente d’autobus.

La natura effimere dai sogni di Land of Dreams, si estende così alla critica dei sistemi politici iraniani e americani, al fanatismo del regime iraniano, nutrito dalla retorica anti-americana e quello americano che fa qualcosa di analogo facendone il prezzo più caro alle numerose anime della sua comunità.

L'opera più recente di Neshat toccata dal percorso espositivo, passa dal corto Illusions & Mirror (2013), realizzato per Dior con Natalie Portman, come tributo al cinema surrealista di Man Ray e Jean Cocteau, Luis Buñuel e Maya Deren, alla video installazione della donna al confine tra due culture di Roja (2016).

Shirin Neshat, Untitled, from Roja series, 2016
© Shirin Neshat/Courtesy the artist and Gladstone Gallery, New York and Brussels

La retrospettiva dedica un grande schermo anche alla regista ispirata dalla poetica che muove la drammaturgia esistenziale di Andrei Tarkovsky e l’esistenzialismo d'Ingmar Bergman, quanto dal minimalismo dell’iraniano Abbas Kiarostami. Il destino delle quattro donne iraniane che segna il debutto alla regia del lungometraggio con Women Without Men (2009) da Leone d'Argento alla 66esima edizione della Mostra cinematografica di Venezia, è proiettato a The Broad, insieme al più recente Looking for Oum Kulthum (2018), il biopic non convenzionale sulla vita della leggendaria cantante egiziana Oum Kulthum e sul confronto tra donne e battaglie che affronta.

La poesia e la letteratura, al centro della cultura e dell'identità persiana per millenni e dei mondi poeticamente metaforici delle opere di Shirin Neshat sin dagli inizi, arricchiscono la mostra con le riflessioni di poeti e scrittori contemporanei protagonisti di diversi incontri, insieme a misticismo e femminismo, esilio e identità, intimità e politica.

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