Un' identità su misura

Maschile e femminile diventeranno due poli tra i quali esisterà un’infinita gamma di sfumature.

LA DONNA DEL 2000 sarà una specie di Diana, la dea della caccia. Sarà alta più di 1 metro e 80, avrà il 44 di piede, le spalle di un wrestler e i muscoli di un camionista. Così alcuni antropologi, negli anni 50, immaginavano che saremmo diventate (How Experts Think We’ ll Live in 2000 A.D., 1950, Associated Press). Non lo siamo diventate. Qualcuna ha pure delle spalle da culturista, ma dopo anni di allenamento. La domanda di Simone de Beauvoir - «Che cos’è una donna?» - è sempre attuale. E ci impone risposte che alla filosofa francese erano precluse. Perché quello che sappiamo oggi sui cromosomi e sul sesso (biologico) è molto più di quello che si poteva sapere decenni fa.

Che cos’è una donna? Sembra facile rispondere, ma non lo è. Non solo sul piano degli stereotipi di genere (è da donna piangere o prendersi cura degli altri? È da donna essere materna, affettuosa e premurosa? Possiamo essere stronze e perfide senza tradire l’appartenenza al “sesso debole”?), ma su quello fisico e cromosomico. Una donna incinta che scopre di avere alcune cellule con cromosomi XY è ancora una donna? O lo è meno di chi ha tutte le cellule con cromosomi XX? La realtà non si adatta alla nostra ossessione di catalogare e di narrare un mondo binario diviso tra M e F. Due colonne, due sole opzioni. Dovremmo cominciare a pensare M e F come due polarità, le estremità più numerose di un continuum. Cosa ne facciamo di quel che c’è in mezzo? La tentazione di liberarcene come errore, patologia o disfunzione è seducente e risponde a una tendenza a semplificare, a ridurre quel che vediamo a una struttura disciplinata, senza ombre. A forza di mettere in ordine, abbiamo trasformato l’esistenza in un opprimente e noioso album di figurine. Tutti impettiti, tutti puliti e asettici.

Più guardiamo in profondità - fino ai nostri geni - più le differenze sfumano come il confine tra le due colonne. Lo racconta Claire Ainsworth in un articolo su Nature nel 2015, Sex Redefined. «The idea of two sexes is simplistic. Biologists now think there is a wider spectrum than that». Non solo il sesso biologico non è autoevidente, e i cromosomi X e Y non bastano a fare una donna e un uomo (come chi è affetto dalla SINDROME DI MORRIS, cromosoma maschile e caratteri sessuali femminili), ma l’idea che esistano due sessi è semplicistica. È normale: non riusciremmo a gestire una realtà non ordinata, ma se ci dimentichiamo che quelle categorie non sono leggi naturali immodificabili ma un prodotto del nostro sforzo di catalogazione, rischiamo di rimanervi intrappolati. Sono molte le conseguenze dannose del credere che la nostra visione sia la Verità per tutti. Dalla patologizzazione di alcuni orientamenti sessuali alla riattribuzione forzata sessuale, una caratteristica comune è l’impossibilità di sottrarsi alla tentazione di dettare regole.

Il destino delle donne rientra perfettamente in questa visione angusta e claustrofobica: inferiori, inadatte a certi ruoli e a certi lavori, subordinate, nate per essere schiave o bei soprammobili. Prive di preferenze e di libertà. Questa visione è stata così spacciata per vera e incontrovertibile che fatichiamo ancora oggi a metterla da parte. Quali sono le condizioni sufficienti e necessarie per poter dire: «Questa è una donna?». La storia di Caster Semenya è un esempio di come non sia facile rispondere. È un’atleta, ha 18 anni quando corre gli 800metri in 1 minuto, 55 secondi e 45 centesimi al campionato mondiale di BERLINO nel 2009. È prima, ma alla conferenza stampa non c’è. Semenya, che ha un fisico da amazzone e due spalle da wrestler, è sottoposta a un gender test. Secondo alcune concorrenti è evidentemente un uomo e quindi non può gareggiare con le donne. Il processo di accertamento sessuale è estremamente complicato. Quali sono i criteri? L’altezza? La forza? Eppure, una donna alta 1 metro e 90 non è forse più una donna? Non sembra meglio scegliere altri criteri: ormoni, genitali, geni. La biologia è indifferente al catalogare senza incertezze, non si adatta a queste categorie binarie. La risposta, poi, sarà inevitabilmente una decisione sociale e morale, non scientifica. Sarà cioè una decisione su quali sono le caratteristiche che vogliamo considerare rilevanti. «Il sesso è un casino», commenta Alice Dreger, storica della medicina e della scienza e studiosa di questioni sessuali. E come la mettiamo con gli atleti transgender? Quanto era bello e semplice quel mondo diviso in M e F in modo chiaro! Ma era un’illusione. Ci vorrà tempo prima che questa idea sostituisca l’assenza di sfumature, prima di accettare corpi modellati secondo le nostre preferenze.

Dalla faticosa dissociazione - non sempre riuscita - tra donna e madre (se non sei madre non sei una vera donna), siamo davanti a un mondo incredibilmente vario. Come saranno i nostri corpi? Non solo per effetto dell’ambiente, ma pure della nostra volontà. Dei farmaci, della chirurgia. Una trans è una donna? Può dirsi donna? Non tutte sono d’accordo. Germaine Greer, femminista della seconda ondata, a una conferenza alla UNIVERSITÀ DI CARDIFF nel 2015 ha detto: «Non credo che una donna sia un uomo senza cazzo ». Come scrive Paul B. Preciado in Testo tossico. Sesso, droghe e biopolitiche nell’era farmacopornografica (Fandango, 2015), «Sei mesi di testosterone e qualsiasi bio-donna, non un maschio mancato o una lesbica ma una qualsiasi playgirl, una qualsiasi ragazza di borgata, una Jennifer Lopez o una Madonna, può diventare membro della specie maschile, indistinguibile da qualsiasi membro della classe dominante». Una donna senza seno è ancora una donna? Tig Notaro, comica e scrittrice, dopo una mastectomia per un tumore ha deciso di non sottoporsi alla chirurgia ricostruttiva. Nel 2014, durante il New York Comedy Festival, si è tolta la maglietta in scena. Jeans e torso nudo, due cicatrici. Sì, certo, all’inizio non si può guardare altrove, ma ci vuole poco per dimenticare quello che è solo un particolare tra milioni di altri. È incredibile, ma alcuni se lo sono domandato dopo la mastectomia di Angelina Jolie. «È ancora una donna?». Quando l’ho letto mi sono chiesta, come l’indimenticabile Jed Bartlet in The West Wing, «Ma questa gente vota?». La stessa domanda è stata rivolta a Erin Brockovich, l’attivista interpretata da Julia Roberts nell’omonimo film, e chissà a quante altre donne. Perfino alcune donne se lo sono domandato. Essere donna per metonimia. Seno, ovaie, utero. Un pezzo di carne. Una definizione tramite una funzione sessuale o riproduttiva.

Non stupiamoci poi dell’incapacità di discuterne senza riduzionismi selvaggi. Senza cedere alla tentazione di ridurre una persona a una parte del corpo che non sia il suo cervello -unico riduzionismo sensato. Non stupiamoci nemmeno di ritrovarci una legge che impedisce il cambio di sesso senza interventi chirurgici. È così importante avere o no alcune parti del corpo? Il MANIFESTO CYBORG di Donna Haraway risale a 33 anni fa, il mondo queer ha per fortuna forzato gli argini di indegnità che lo opprimevano fino al XX scorso (ancor oggi il giogo non è rimosso), il transumanesimo dovrebbe insegnarci a dismettere quell’ingenuità che ci fa considerare “umani” contrapposti alle perfide macchine. Siamo meticci, siamo intersex, siamo - o dovremmo essere - liberi di pensarci come più ci va. Come sarà la donna del futuro? Dipenderà anche da come sarà il femminismo del futuro. L’unico possibile mi sembra essere quello che allarga i confini e non stabilisce regole valide e giuste per tutte.

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