Due mondi, una sola visione

Arte e moda si alleano per trovare nelle Fondazioni un terreno comune che fa bene a tutti. Anche ai fatturati

Il rapporto tra arte, moda e Fondazioni
Courtesy Photo

Resta sempre una questione di linguaggio. Si è così abusato della parola “lusso” da averne svuotato il significato. Con sottile cinismo, il lusso è diventato l’«Om...» della società dei consumi. Ma nella frenesia post-post-moderna l’asticella si alza continuamente.

Ci sono ambizioni impossibili, come appartenere a una dinastia aristocratica se non hai un principe o un re in famiglia. Per il resto quasi tutto è acquistabile e questo provoca un inesorabile inseguimento verso l’alto. Tanto da creare una nuova geografia della nobiltà. Se il denaro si può produrre più o meno facilmente, ci sono cose che richiedono un impegno di natura diversa. Riguardano più da vicino la sfera personale, la sensibilità e le aspirazioni intime. Tra queste, dovrebbe esserci il desiderio di condividere. La nuova frontiera del lusso, quindi, non può che riguardare la responsabilità, la gratitudine e la restituzione. Dovrebbero essere questi i principi che muovono i marchi di successo della moda che sempre più percepiscono l’arte come territorio di redenzione. Come riscatto morale e avanzamento sociale, per quel malinteso disvalore che superficialmente si attribuisce alla moda. Per contro l’arte presta attenzione alla moda con un interesse e un’ammirazione crescenti.

I due mondi si sono sempre guardati con curiosità. Spesso grandi movimenti artistici, come il Futurismo o il Costruttivismo, hanno inventato nuove forme vestimentarie e sono numerosi gli esempi di couturier che si sono ispirati all’arte per le loro creazioni. I linguaggi si incrociano e si fondono più dichiaratamente nella Haute Couture, dove l’urgenza creativa del sarto si può esprimere liberamente. Ci sono poi casi nei quali si strumentalizza, si semplifica, ma sta di fatto che oggi più che mai, in un rapporto quasi cannibalico, le due discipline s’inseguono, si scambiano i testimonial, si confondono nei concetti, si contendono i salotti e, a volte, scendono a un compromesso pacifico, impegnandosi in progetti che creano un dibattito forte, ma che comunque arricchiscono il panorama del mondo. È come se si fosse ingaggiata una gara tra potenti che si battono su un terreno comune contendendosi luoghi, personaggi, artisti e date sul calendario per vernissage faraonici. Dalla sponsorizzazione di una mostra o dal supporto occasionale si è passati a una sistematizzazione del rapporto. All’idea di Fondazione. La grandezza di un brand rischia di misurarsi anche in metri quadrati e alla gara partecipano gli architetti più in voga.

I detrattori lamentano il fatto che la creatività mostrata sulle passerelle spesso manchi nella scelta delle opere d’arte promosse o ospitate nel proprio spazio. Si accusano i curatori di eccessiva prudenza, ma si sa, ogni gesto espone a possibili critiche. Naturalmente gli esempi più interessanti sono quelli nati da una passione autentica. Così è per François Pinault, che, come ha scritto il Wall Street Journal, stanco delle difficoltà burocratiche, interruppe i negoziati con le autorità francesi e, anziché aprire la sua Fondazione sull’Île Seguin, alla periferia di Parigi, decise di farlo a Venezia. Comprò Palazzo Grassi e, poiché lo spazio non gli bastava, immaginò che la sua immensa collezione trovasse maggior respiro nei 40 mila metri quadrati di Punta della Dogana. Il lavoro di Tadao Ando, che già aveva firmato la neoversione di Palazzo Grassi si è rivelato perfetto per accogliere opere e visitatori, con il giusto equilibrio tra presenza e assenza. C’è un tratto di realismo e intelligenza nel percorso di Punta della Dogana, infatti, che non sempre è scontato.

Grandiosa e bellissima è anche la Fondation Louis Vuitton, inaugurata a Parigi nel 2014 che rischia però di risultare più un’operazione architettonica che un luogo deputato alla fruizione di opere d’arte perché, pur restando un importante e ammirevole gesto, aver affidato il packaging a Frank Gehrypone dei limiti alla questione. Come se, per ora, la forma prevalesse un po’ sulla sostanza. Poi certo, il grande logo all’entrata sembra un invito all’acquisto. Ma che dire? Che fare? Dilemma di sapore morettiano: esserci e non dirlo? Farlo e aspettare che siano gli altri ad accorgersi che sei tu che l’hai fatto? Questo è il crinale pericoloso su cui stiamo: spesso la separazione tra desiderio di visibilità e reale passione non è così netta. E ancora: perché fare i moralisti? L’invasione di campo, lo sconfinamento tra istanze culturali e scelte commerciali per Louis Vuitton è una serena consuetudine, magari dichiarata più apertamente. Spesso, agli occhi dei puristi, sono i nomi a distrarre, ma l’autenticità delle intenzioni non si mette in discussione. Così è per la Fondation Cartier, che, nel 1984, con spirito pionieristico, introdusse l’idea: la rispettabilità del brand garantiva la qualità delle scelte culturali, evitando però sempre di coinvolgere gli artisti presenti nella creazione delle proprie collezioni.

Considerando ciò che accade in Italia, sono numerosi i brand che hanno costituito Fondazioni che collaborano con l’arte o sostengono giovani artisti. Ricordiamo Zegna, che con la sua Fondazione promuove dal 2008 - tra le sue innumerevoli attività - il progetto All’aperto, che ospita nell’area di Trivero, dove storicamente ha sede il Gruppo, opere inedite e permanenti. Ricordiamo ancora la Fondazione Nicola Trussardi, nata nel ’96, caratterizzata da vocazione nomade o la Fondazione Furla, che dal 2000 premia giovani talenti.

A quello che viene definito il Rinascimento di Milano ha dato un forte contributo Prada. La Fondazione, che ha festeggiato i primi 20 anni, dal 2015 ha una nuova sede. Non vuole essere un museo, ma una sorta di laboratorio, un polo culturale. In realtà è un villaggio, un luogo sospeso, una tregua. Una torre d’oro interrompe la malinconia di un quartiere periferico milanese che così acquista visibilità. È un gesto significativo paragonabile (tenuto conto della dovuta relatività) all’apertura della prima porta del Giubileo a Bangui e non a Roma. Prada rompe sempre gli schemi compiendo gesti audaci, sia nella sua estetica sia nel suo percorso culturale. Quindi, sorprende ma non troppo che abbia inventato un segno forte come la striscia rossa delle scarpe. Rem Koolhaas ha rispettato l’ex distilleria (Società Italiana Spiriti) e fatto parlare gli spazi immensi, labirintici ma grandiosi, che si prestano a varie funzioni. Il bar firmato Wes Anderson è perfetto: per gli stranieri è solo calore e accoglienza, per i milanesi è nostalgia e rimpianto di quando Milano aveva una sua impronta di inconfondibile riconoscibilità. Certo, poi la sede veneziana di Ca’ Corner della Regina, acquistata nel 2011 - avrebbe potuto essere scelta solo per il nome -, rappresenta un gioiello che arricchisce una collezione preziosa. Collezione non solo di opere d’arte, ma di successi e di intuizioni. Tra queste, ricordiamo, la nobilitazione del brutto, del periferico.

Questo passaggio, dall’idea di seduzione secondo i cliché più conformistici al concetto di estetica come terreno di indagine, non solo segnò un punto di svolta della moda e del gusto, ma accorciava le distanze tra la moda e l’arte, la quale già da tempo aveva affrontato l’argomento. Del resto, che cosa distingue l’arte dalla moda? L’arte è metafora pura, la moda è metafora più utilizzo. Ma sempre più si trovano a condividere lo stesso terreno: il corpo spesso è ignorato e i designer si cimentano nelle sperimentazioni più ardite giocando con materiali, strutture e colori e con la comunicazione del loro prodotto. Gli artisti, per contro, frequentano sempre più la scena mondana che un tempo fingevano di snobbare. Quella dei collezionisti d’arte, poi, rappresenta un’enclave che con sempre più convinzione ambisce alla prima fila alle sfilate. Il flusso di denaro che la moda muove ha il suo fascino e sappiamo che, al di là dell’aspetto romantico che vogliamo continuare a vedere, l’arte rappresenta un’area di investimento molto proficua. Con le Fondazioni si è consolidato un sistema. Si è rafforzato un loop virtuoso nel quale si promuovono eventi e si alimentano fenomeni attraverso lo scambio tra case d’asta e salotti esclusivi. Un effetto inevitabile del mercato dell’arte oggi è di valorizzare al massimo le star del momento. Possedere un’opera di Jeff Koons significa possedere un’immagine sociale. Vantare un’amicizia con lui, poi, rappresenta una medaglia al valore. Forse nulla è davvero nuovo, se non il fatto che tutto è più veloce e visibile: nessuno si sottrae alla foto lanciata nella rete. Che la nuova frontiera dell’avanguardia sia l’invisibilità?

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