Eticamente connessi

Abbiamo un debito ecologico con la biosfera che ci ha visto nascere: la terra. Ma grazie al web si può “fare sistema” per amarla con più rispetto, attenzione e intelligenza.

CREDO CHE TUTTI abbiamo una spiccata predilezione per l’estetica del decennio in cui siamo nati, anche senza esserne consapevoli. Io me ne sono resa conto riflettendo sul mio amore incondizionato per la collezione autunno-inverno ’96 di GUCCI. Ebbene sì, non importa quanto la moda sia cambiata da allora (ed è cambiata, eccome), io proverò sempre un grande affetto per i pantaloni a vita bassa e le camicette di seta indossate anche da Madonna che rappresentano il momento più alto del rilancio di Gucci a opera di Tom Ford. Gli storici della moda hanno definito quell’epoca “edonismo postgrunge”, ma per me è un rimando inequivocabile agli anni Settanta, ed è per questo che l’adoro. Sono nata nel 1974, quindi amo il futuro. Perché? Per una coincidenza (o forse no) è proprio allora che divenne accettabile, anzi importante, dar retta alle previsioni dei futurologi. Questi teorici erano quasi tutti uomini -neppure loro sembravano aver capito che essere una donna sarebbe stato importante in futuro - e dispensavano consigli ai governanti, alle imprese e a tutta la popolazione (tramite i talk show in tv) sulle nostre vite in marcia verso il progresso. Spesso i loro pronostici sconfinavano nella fantascienza. Provate a cercare immagini sul futuro con GOOGLE (ironia vuole che neppure i futurologi seppero concepire un motore di ricerca), e ancora oggi potrete ammirare le bizzarre utopie urbanistiche disegnate negli anni Settanta.

Va da sé che adoro quei progetti visionari. Sono anche molto affezionata a un vecchio libro che possiedo tuttora. Si intitola Lo choc del futuro (Future Shock, 1970), ed è stato scritto dal futurologo forse più noto di quel periodo, Alvin Toffler. Molte delle sue ipotesi oggi sono realtà. Per esempio, negli anni Settanta teorizzava una società in cui i consumatori avrebbero potuto selezionare con il telecomando i prodotti sul televisore e vederli poi recapitati al loro indirizzo in tempi molto brevi. Certo, aveva preso una cantonata sul dispositivo: oggi per far ciò usiamo sempre più spesso uno smartphone, ma nel contesto generale la sua resta comunque una notevole intuizione. Arrivò quasi a prevedere anche quanto gli stilisti di oggi siano diventati reattivi, mettendo in vendita gli abiti online nel momento in cui sfilano. Toffler comprese e ci rivelò già allora che la velocità sarebbe stata la forza motrice di tutti i cambiamenti della nostra epoca. Mentre corriamo a rotta di collo verso il futuro, il ritmo della vita - e dei nostri consumi - è una faccenda di cui dobbiamo sempre di più tener conto. Toffler predisse con esattezza che la produzione di massa avrebbe incentivato l’usa e getta di tutti i beni di consumo, dalle penne a sfera alle bottiglie di plastica.

È così: il futuro può entusiasmarci fino a toglierci il fiato, ma può anche essere causa di grandi preoccupazioni. Ed è qui che entra in gioco il mio presente. Nella vita di tutti i giorni scrivo e partecipo a trasmissioni sulla sostenibilità, nel campo della moda come in tutti gli altri aspetti della nostra esistenza sempre più frenetica. E se i futurologi degli anni Settanta, in definitiva, non sono stati in grado di prevedere l’impatto di tutti questi fattori sull’ambiente, noi invece abbiamo il dovere di occuparcene con urgenza. Perché la Terra, il pianeta che abitiamo, è una biosfera meravigliosa. Ogni anno (anche se le biosfere non seguono un calendario annuale come noi) ci regala le sue risorse naturali, come l’acqua e il terreno fertile, senza le quali non potremmo continuare a vivere. Abbiamo dato un nome alla sua capacità di rigenerarle: è il capitale naturale della Terra. Purtroppo, però, la velocità con cui consumiamo e poi gettiamo via le cose è la causa dell’esaurimento sempre più rapido di questo capitale naturale. Per di più, rendiamo sempre più difficile alla Terra reintegrare le sue risorse, con le emissioni di gas serra che provocano cambiamenti climatici e alterazioni al funzionamento stesso della biosfera, e con altre forme di inquinamento estremamente nocive come lo scarico della plastica negli oceani. Tutto questo fa sì che, ogni anno e nell’immediato futuro, consumiamo la nostra quota di capitale naturale sempre più in fretta. Arriviamo a Pasqua con la nostra ripartizione annuale di risorse già esaurita, soffocati dal debito ecologico. Il futuro, quindi, per chi come me ha a cuore la salvaguardia della salute e il benessere del nostro pianeta, è soltanto questione di passare ad abitudini e consumi sostenibili. Invece di divorare tutte le nostre risorse prima del periodo pasquale, dovremmo sforzarci di utilizzarle con più rispetto, attenzione e intelligenza, se vogliamo assicurarci che in futuro la Terra sia ancora in grado di provvedere al nostro stile di vita.

Non ci vuole una scienza infusa (a dire il vero siamo già migliorati parecchio), e in più ci sono buone notizie. Ogni giorno che passa porta con sé qualche innovazione o qualche nuova idea da condividere, avvicinandoci sempre di più a un’esistenza davvero sostenibile. Vivere sostenibile vuol dire vivere con più intelligenza, e i futurologi ci hanno sempre ripetuto che diventare più razionali dev’essere una nostra priorità. Significa anche dissociarsi da quelle imprese ingombranti, obsolete e insostenibili che considerano inquinamento e pessime condizioni lavorative come mali necessari (o inevitabili effetti collaterali), e reinventare tutto l’intero sistema. Pensiamo a come l’energia rinnovabile già ci permette di prendere le distanze dall’economia petrolifera. Se la moda è anche la vostra passione - e contribuire a un’industria della moda più ecologica è nei miei piani per il futuro - provate a pensare a quante opportunità ci sono in questo campo. Sappiamo che la tendenza attuale di un fast fashion dai ritmi sempre più serrati ha già smesso di funzionare. I marchi non sono in grado di garantire condizioni di sicurezza ai lavoratori della loro catena di produzione. La peggiore dimostrazione di questo che potessimo immaginare è stato il crollo del complesso di Rana Plaza in Bangladesh nell’aprile del 2013. Nel frattempo, molti consumatori auspicano una moda migliore, non soltanto più etica, ma che ci permetta di sottrarci all’attuale circolo vizioso di acquisto e smaltimento a cui purtroppo siamo stati abituati. Il movimento globale per una moda più etica, concentrandosi su abiti vintage e di seconda mano, su realtà locali e più piccole, su manufatti e artigianato, e su comportamenti sostenibili come lo scambio dei vestiti, ci aiuta a infrangere lo status quo. Possiamo ripensare il futuro della moda in maniera totalmente nuova. E non dimentichiamo che oggi siamo tutti interconnessi. Se e quando voglio, online posso scoprire tutto sulle piantagioni di tè in Malawi, sui mobilieri in Islanda, o sugli artigiani del cuoio in Etiopia. Posso fare domande, indagare sulle loro condizioni di lavoro e perfino contribuire a qualche progetto. In futuro, la nostra rete di relazioni diventerà sempre più fitta, e sono convinta che questo avrà un’enorme portata. Mentre riflettevo, cercando di immaginarmi il nostro futuro collettivo, mi è giunta notizia della morte di Alvin Toffler. Il futurologo è ora parte del nostro passato. All’improvviso, la mia copia di Future Shock è diventata ancora più significativa, e non mi sta più a cuore soltanto per la sua copertina rosa shocking e per il lettering anni Settanta del titolo.

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