L’uomo che fa parlare le modelle. Intervista a Olivier Saillard

Storico, curatore, poeta e archeologo della moda: incontriamo chi dà vita ai vestiti e voce ai ricordi

Tutto il cast di Models Nevew Talk
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Curatore e direttore del parigino Musée Galliera, storico di moda, intellettuale non organico, Olivier Saillard è anche poeta e performance-maker. Fa rivivere gli abiti degli archivi con mostre originali (memorabili le retrospettive di Madame Grès, Christian Lacroix, Yohji Yamamoto, Sonia Rykiel, Azzedine Alaïa) e con Tilda Swinton, sua sparring partner artistica, ha creato le performance The Impossible Wardrobe, Eternity Dress e Cloakroom-Vestiaire obligatoire (documentate nel libro Impossible Wardrobes, Rizzoli New York). Lo abbiamo incontrato a Venezia, dov’è andata in scena Models Never Talk, pièce poetica del 2014 dove dà letteralmente voce a uno dei soggetti più strumentalizzati dal fashion system: le modelle. Protagoniste sette icone della moda anni 80 (testimonial di griffe come Yves Saint Laurent, Jean-Paul Gaultier, Dior e Comme des Garçons): Axelle Doué, Christine Bergström, Charlotte Flossaut, Claudia Huidobro, Anne Rohart, Violeta Sanchez e Amalia Vairelli, sullo sfondo del Teatrino di Palazzo Grassi.

Models Never Talk parla di moda, ma soprattutto di ricordi. Quali saranno quelli da qui a vent’anni?
È una domanda difficile per me, perché sono interessato al futuro. Non mi occupo del presente. Ma proprio perché sono proiettato sempre in avanti, ho sempre la nostalgia di qualcosa che oggi trascuro. Credo che tra vent’anni sarò comunque malinconico rispetto al tempo in cui stiamo vivendo.

E parlando più strettamente di moda?
Penso sia complesso fare una previsione. Siamo arrivati alla fine di un’era, si è chiuso un cerchio. Pensi ai cambi repentini dei direttori creativi nelle grandi maison. I ritmi forsennati della catena produttiva ci devono invitare a rallentare, in tutti i sensi. L’unica designer che ancora oggi mi sorprende è Miuccia Prada: ogni volta che vedo una sua collezione penso sia buona, precisa e attinente ai tempi. Raf Simons ha fatto un ottimo lavoro per Dior. Sono curioso di vedere cosa farà Demna Gvasalia da Balenciaga. Detto questo: rimpiango gli anni 80, uno dei periodi più floridi per la creatività. Potevi trovare coesistenti stili diversi: quello giapponese, quello belga, quello inglese. Oggi noto un enorme divario tra ciò che vedo in passerella e ciò che vedo per strada: tanti capi di fast fashion, un senso del vestire molto più democratico e dall’altra parte così poche persone interessate ai nuovi designer. Così è molto problematico, per un nome nuovo, non solo emergere, ma anche crescere.

Cosa pensa del fatto che in Italia non ci sia ancora un museo della moda?
È incredibile. Insieme alla Francia, l’Italia è l’unico paese che potrebbe e dovrebbe avere un museo della moda. Ho visitato da poco la collezione di Palazzo Pitti a Firenze. È completa e puntuale, ma c’è bisogno di qualcosa di nuovo. Per me, resta un mistero. Forse voi italiani gli abiti preferite indossarli - molto bene, peraltro - invece di esporli! Credo che in Italia, inoltre, la moda sia davvero radicata non solo nella cultura, ma anche nel quotidiano. Sarò sincero: in Francia non c’è un sistema economico legato alla moda. I nostri brand hanno successo perché vendono in tutto il mondo, ma per i parigini è come se non esistessero.

Ciò comporta degli ostacoli, in quanto curatore?
No, mi sento molto libero nel mio lavoro. Anche perché sono più maturo. Vent’anni fa ero convinto che avrei invitato ogni nuovo designer a esporre da me. Oggi penso il contrario.

Perché?
Perché - oggi più che mai - ciò di cui abbiamo bisogno è il tempo. I designer devono produrre così tante collezioni, in un anno... Troppe.

Ritiene i défilé una formula un po’ usurata di presentazione?
Leggendo una vecchia rivista ho scoperto che negli anni Cinquanta una sfilata durava due ore, nei Sessanta 40 minuti, negli Ottanta dai 40 a 20 minuti. Oggi solo 6 minuti. Un fashion designer ha 6 minuti per presentare il suo lavoro. È un problema arrivato al suo culmine.

Cos’altro la stupisce?
Quando entro in una scuola di moda. Trovo studenti calmi, “seduti”. Sognano solo di lavorare per una grande maison. Negli Ottanta volevano essere come “quel” designer. Fondare un marchio con il loro nome. Costruire qualcosa che fosse davvero loro. A dire la verità è che, probabilmente, il grande pubblico non è più interessato alla moda. Cosa diversa per il cinema, l’arte, lo sport, la cura di sé. Forse la nostra epoca rispecchia un atteggiamento di maggior fiducia nel proprio corpo. E quindi i vestiti non sono così importanti.

Un alieno arriva sulla Terra e le chiede: «Spiegami la moda di oggi». Dove lo porta?
Da Decathlon. Ne parlavo con un collega che ha lavorato con me: se dovessimo organizzare una mostra sulla moda di oggi potremmo sì andare negli archivi recenti di Dior o Balenciaga. Ma non sarebbero la realtà.

In Models Never Talk c’è un momento in cui le ex top tengono tra le mani una foto che le ritrae nel pieno del loro fulgore, ma sono silenziose...
Il rapporto con gli stilisti che le scelsero ha un’alchimia speciale. Che fossero muse o mannequin, il loro era un rapporto unico, intenso. Per questo oggi hanno qualcosa da raccontare. E sarebbe bello ricreare oggi quella relazione magica tra designer e modelle.

Quelle di oggi, parlano sui social. Instagram ha cambiato anche il modo di fare i casting...
E lo chiama “parlare”? Sembra che lo facciano, in realtà non stanno dicendo nulla. Nulla. Se hanno questa possibilità, la usano malissimo. Quel che vedo su internet è molto confuso, non credo sia una vera conversazione sui nostri tempi.

Quanto è importante il dialogo nelle sue performance?
È tutto. Vale per Tilda Swinton come con le modelle di Models Never Talk. Introduco una mia idea, poi loro la sviluppano. Si prendono strade di pensiero diverse, all’inizio. Ma alla fine si arriva a un pensiero collettivo, a uno scambio. E poi: né io né i performer cerchiamo di vendere nulla, soprattutto vestiti. Vogliamo solo che per gli spettatori sia un momento eccezionale.

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Olivier Saillard

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Le signore di Models Never Talk

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«Il rapporto tra queste donne e gli stilisti che le scelsero ha un’alchimia magica ancor oggi», dice Olivier Saillard

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Tutto il cast di Models Nevew Talk: Anne Rohart, Axelle Doué, Christine Bergström, Charlotte Flossaut, Violeta Sanchez, Amalia Vairelli e Claudia Huidobro.

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Sul palcoscenico, le signore di Models Never Talk, la performance di Olivier Saillard.

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