I gioielli sostenibili sono molto più avanti sulla tabella di marcia rispetto alla moda tout-court?

Analisi di un mondo che brilla meno (forse) ma con più etica: quali brand, come e in che modo stanno riscrivendo la moda sostenibile del lusso.

Close-Up Of Diamond With Shadow Pattern On Pink Table
Laura Lièvre / EyeEmGetty Images

Tracciabilità della filiera, affidabilità di fornitori, progetti di imprenditorialità al femminile e estrazione eco-conscious: cos'è la gioielleria sostenibile, e quali sono i marchi che, con tagli cabochon e oro riciclato, brillano per trasparenza. Sono i protagonisti degli ultimi red carpet di Venezia, collier a più giri carichi di pietre, orecchini di rubini, anelli con diamanti intagliati ad hoc: la gioielleria è un'arte raffinata e vistosa, che brilla di luce propria, uscendo dai caveau nei quali è custodita fino al minuto prima di essere indossata dalla celeb di turno. Ma di cosa parliamo, quando parliamo di gioielli green? Come si muovono le grandi maison? E i piccoli marchi di ricerca?

Se, a livello cinematografico, un Leonardo DiCaprio antecedente alla sua versione eco-conscious, ci illustrava in Blood Diamond (film del 2006 diretto da Edward Zwick) il cruento mercato di contrabbando dietro i diamanti tra Sierra Leone e Liberia, durante la guerra civile che coinvolse il primo dei due paesi sul finire degli Anni 90, oggi i grandi nomi dell'alta gioielleria cercano, ovviamente, di distanziarsi quanto più possibile dall'ignominia di certe pratiche, adottando in massa, abitudini etiche, memorandum che non sono semplice “lettera morta”, ma che rendono conto della tracciabilità di metalli e pietre, assicurano l'onestà dei propri fornitori e garantendo un trattamento equo dei dipendenti. Nessuno vorrebbe trovarsi nell'imbarazzo mediatico nel quale incorse Naomi Campbell nel 2010, quando si trovò a dover ammettere di fronte ad una giuria, che aveva ricevuto dall'ex governatore della Liberia, Charles Taylor, alcune pietre dall'aspetto poco invitante, forse perché ancora allo stato grezzo. Abituata ai regali di una certa caratura, Naomi, che ha ribadito più volte di non aver mai sentito parlare di “blood diamond” prima di quel giorno, non si stupì quando nella notte, poco dopo una cena di gala dove aveva presenziato in compagnia di Nelson Mandela, due uomini si presentarono alla sua porta, lasciandole un cofanetto. Il contenitore, privo di bigliettini o note, fu abbandonato sul comodino dalla top assonnata, e aperto solo il giorno dopo, per scoprire, appunto, quei piccoli diamanti. Diamanti che divennero, letteralmente, pietra dello scandalo, e che gli avvocati americani consideravano prova dello scambio illegale tra Taylor e la Sierra Leone (il primo, che oggi sconta 50 anni di prigione per tremendi crimini di guerra, li riforniva di armi durante la guerra civile, la stessa di Blood Diamond, i secondi “ricambiavano” in diamanti, estratti in maniere molto lontane dalla legalità).

ANNA ZIEMINSKIGetty Images

Ma perché è così difficile parlare di sostenibilità, quando si parla di gioielli? Lo ha spiegato bene il giornalista Andrea Hill, in un articolo su Forbes. Sia i metalli (oro e argento) che le pietre preziose che compongono solitari e trilogy, sono estratti da miniere e giacimenti sottosuolo, presenti nella maggior parte dei casi in Africa, o nelle regioni più povere del pianeta, dove è difficile, difficilissimo, mettere in atto pratiche di trasparenza e sostenibilità utilizzate da diversi anni nel resto del mondo. Gli step che compiono pietre e metalli per arrivare sul mercato, così come le mani attraverso le quali sono passati, sono molteplici, difficili da tracciare. Impensabile, però, smettere del tutto di usare questi materiali, tagliando la testa ad un mercato che, con tutti i suoi difetti, sfama molte famiglie in luoghi dove ci sono pochissime altre alternative. Alla Conferenza per la Gioielleria Responsabile di Chicago del 2017, Christina Villegas dell'International Development non-profit Pact, ha dato i numeri del caso: la Banca Mondiale, nello stesso anno, aveva stimato che almeno 100 milioni di persone, lavoratori e famiglie, sono coinvolti nel mercato dell'attività mineraria artigianale (quella, appunto, collegata all'estrazione di pietre e metalli). L'obiettivo finale dovrebbe quindi essere aiutare queste categorie a svolgere il loro lavoro in maniera sicura, e garantire che una parte dei profitti sia reinvestita in acqua pulita, scuole e altri servizi che possano andare a vantaggio della comunità in questione.I problemi di salute collegati a chi, di mestiere, taglia le gemme (le polveri sottili generati da quest'arte, sono pericolosissime per i polmoni degli artigiani che la eseguono) non sono di certo di secondo piano: migliorare le strutture nelle quali gli operai specializzati lavorano, costruendo sistemi di ventilazione ad hoc, diventa così impegno primario delle aziende.

Se DeBeers è stato il primo a utilizzare la blockchain per tracciare diamanti e gemme che arrivavano nei suoi laboratori, cercando di verificarne l'autenticità, e evitando prodotti che arrivano da zone di guerra, dove possono essere usati per finanziare la violenza (come nel caso di Charles Taylor), gli altri lo hanno seguito a ruota. Swarovski, ad esempio, è membro certificato dal 2015 del Responsible Jewellery Council, associazione terza che raccoglie più di 600 membri, adeguatisi ai suoi standard sui diritti umani, pratiche sull'attività estrattiva e impatto ambientale. In più, con la sua Swarovski Foundation, sostiene una serie di enti benefici, come WaterAid, che porta acqua potabile nelle regioni più povere del pianeta o Barefoot College, che forma le donne brasiliane spesso prive di istruzione, nelle aree rurali, affinché diventino ingegneri, capaci di portare “la luce” dei pannelli solari nelle proprie comunità prive di elettricità. E del Responsible Jewellery Council fa parte anche Pomellato, garantendo un approvvigionamento di oro al 100% sostenibile. Il RJC certifica inoltre i diamanti incastonati nei solitari, come quelli della collezione Nuvola in oro rosa Fairmined e diamanti.

Cartier, oltre ad essere membro fondatore del Responsible Jewellery Practices, fondato nel 2005, aderisce al Kimberley Process Certification Scheme, che va ancora più nello specifico. Un esempio? Il marchio conserva fatture riguardanti l'acquisto dei suoi diamanti, per un minimo di cinque anni, per garantire veloci verifiche, nel caso fossero necessarie. Di tutto il processo, fa parte anche informare i propri fornitori rispetto alla compravendita illegale di diamanti: nel caso si scopra che, nonostante ciò, alcuni di loro sono coinvolti in tale attività, i rapporti vengono chiusi immediatamente.

Van Cleef & Arpels, inoltre, agisce nel rispetto dei Principi Guida delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, incoraggiando i propri fornitori a condividere le proprie politiche di sostenibilità, nella ricerca delle materie prime, con tutti gli altri partner economici, ampliando come un eco, l'effetto positivo di questi comportamenti. Bvlgari ha invece definito una propria road map che trae spunto dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile (da realizzare entro il 2030), documento firmato da 193 paesi membri delle Nazioni Unite. Oltre a redigere e pubblicare annualmente uno studio sull'impatto ambientale, come tutte le maison che fanno parte del gruppo del lusso LVMH, dal 2012 ha lanciato il progetto LIFE (LVMH Initiatives for the environment) per inserire le politiche ambientali in cima alla lista delle priorità. Diminuire il proprio carbon footprint, monitorare la tracciabilità dei prodotti, e preservare le risorse naturali dalle quali si originano, ridurre entro il 2020 le emissioni di CO2 del 25%, sono tra i principali obiettivi.

Pratiche che, con volumi di affari molto più piccoli, seguono anche i marchi emergenti, magari sostenendo progetti di imprenditoria al femminile. Se il marchio newyorchese Futura utilizza esclusivamente oro che ha la certificazione Eco ( e quindi la sua estrazione non emette mercurio tossico nell'ambiente), Bario Neal garantisce al 100% la tracciabilità delle gemme che inserisce sui suoi anelli di fidanzamento.

Article 22, invece, è realizzato dagli artigiani del Laos, e ricicla metalli ricavati da vecchie armi. Vittima del loro fascino è stata la scrittrice e artista Beatrix Ost, che con loro ha realizzato una collezione di preziosi. Ananda Soul, infine, ha un gusto più etno-chic: se tutte le sue confezioni sono cruelty-free, le gemme tracciabili, e l'argento e l'ottone, dove possibile, sostenibili, una porzione di ogni ordine viene donata per pagare l'educazione dei bambini meno fortunati che vivono a Bali. Donando, nella misura delle proprie capacità, unite dallo stesso obiettivo: consegnare al futuro un mondo dove la gioielleria sia un brillante esempio di trasparenza.

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