Quando studiavo francese, a scuola, avevo un amico di penna. I nostri carteggi erano infiniti, le buste voluminose, le parole via via meno scolastiche. Da Digione alla punta più estrema della Sicilia, le nostre frasi facevano dei salti immensi, incorretti spesso e (mal)volentieri, sempre imbevuti però dal desiderio di padroneggiare quella lingua appartenuta a Céline, Flaubert, Luchini e Gide. Un (bel) po’ di anni dopo, la mia cadenza risente ancora della "questione meridionale" e gli accenti vanno sostanzialmente dove gli/mi pare. Alle lettere ho sostituito le mail, e di cartoline timbrate Poste Dijon Grangier non ne arrivano più. Mi è bastato dover riprendere penna e dizionario, ehm Nuovo Documento - Larousse online, per “buttar giù” questa intervista, per riprovare quelle sensazioni sospese nel tempo e, sinceramente, qualcosa di più. Perché, stavolta, il destinatario delle mie domande (tante), dei miei pensieri (febbricitanti), delle mie incertezze (a singhiozzo) era IL couturier degli anni 80 e 90, lo stilista provenzale che mischiava costumi d’epoca e di scena, tecniche sartoriali ancestrali a sperimentazioni (ultra) contemporanee, stampe surrealiste e gonne pouf. Mr. Christian Lacroix oggi preferisce (sentir) parlare di opera e scenografie, di design e installazioni: “la couture è da 10 anni che non la faccio più”. Ma il suo lavoro, datato 2018 o 1978, è stato sempre e indissolubilmente legato alla teatralità. Intesa proprio come accentuazione dell’emotività, istrionismo (ultra) terreno, mescolanza pura del diverso. Caratteristiche che, oggi, ritroviamo nella capsule collection di Mr. Christian Lacroix per Desigual Exceptionnel, una limited edition in vendita esclusivamente su Desigual.com. “Ho iniziato a tenere d’occhio Desigual dopo aver visto i primi cappotti del marchio nel centro di Parigi”, spiega Mr. Lacroix, “all’epoca mi erano sembrati una versione vintage di alcuni miei modelli”. Oggi il couturier rinnova la sua partnership - nata nel 2012 - con il brand barceloneta, e la consacra nella collezione fast (100 pezzi per capo) e full (di forme esagerate, colori audaci, dettagli ricercati).

Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Sollevo il tappo della biro e prendo un francobollo dal cassetto...

Courtesy Photo

La collaborazione tra lei e Desigual è un’ode alla mediterraneità: qual è stato il suo apporto?

Credo che il nostro sia un incontro tra culture diverse, colori, passione per le stampe etniche, antiche o contemporanee, lontane dal rigore nordico. Io, quindi, non ho contribuito a nulla, ho semplicemente condiviso. Desigual è come una lingua che si apprende pian piano. Prima di avvicinarmici credevo di conoscerla, ma no, ci ho messo un’intera stagione a comprenderla e parlarla. E oggi posso dire di praticarla con particolare voluttà. Magari con una “cadenza” diversa, come chiunque si avvicini ad una lingua straniera. Ma anche se la si parla bene, è normale che ognuno contribuisca ad arricchirla con un tocco personale che deriva dal proprio carattere, dal proprio vissuto, inconsciamente. Io penso di aver contribuito con il mio accento leggero, le mie passioni, la mia cultura. Una lingua effettivamente più mediterranea che settentrionale.

Cos’è “eccezionale”, secondo lei, nel mondo della couture?

Desigual non ha niente a che vedere con la couture. È, piuttosto, una pirouette divertente che, con Jean Paul Gouda, presentiamo per esprimere un’idea di “eccezionalità”. Ma Desigual e la couture parigina (la cui regola è creare dei modelli unici e fatti a mano per una cliente, che li porterà probabilmente una volta sola nella vita) non hanno niente in comune, se non la possibilità che danno alle donne di essere loro stesse (eccezionali, quindi!). Mettendo a disposizione abiti “generosi” nelle colorazioni, negli accessori, nell’assortimento e al miglior rapporto qualità/prezzo. La magia, il dna, di Desigual è, prima di tutto, il suo nome. “Irregolare”, “particolare”, “non come gli altri”, quindi “eccezionale”.

Courtesy Photo
Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Gauguin, Dante, Van Gogh: sono tutti caduti ai piedi di Arles, la sua città. Lei come ne è stato ispirato?

È la mia città natale, è particolare, è antica, storica e moderna: tutto ciò che amo. Non assomiglia a nessun’altra città al mondo. E i suoi abitanti sono a volte molto complicati, a volte molto spassosi. Il nord incontra il sud, l’oriente si mischia all’occidente. Ci si può sentire in Italia, in Spagna, tra cavali e tori, ci si può sentire greci o romani, o in pieno 18esimo secolo. Costumi sontuosi, musica classica, persino il ministro della cultura francese è di Arles, le rassegne internazionali di fotografia sono nate proprio lì. In breve, tutto ciò che riguarda questa città ha formato me e il mio lavoro da couturier. In occasione della mia collaborazione con Desigual, però, Arles non c’entra. È Barcelona la protagonista (tra le mie città preferite insieme a Londra, Venezia, New York, San Francisco e Chicago). Ho un rapporto personale, misterioso ed “eccezionale” con Barcelona. Mi spiace solo non poterla visitare spesso.

Le edizioni limitate sono le nuove stagioni della moda? Hanno il medesimo potere?

L’alta moda è sostanzialmente basata sul concetto di serie limitata, proprio perché la regola fondamentale dell’haute couture è non vendere due volte lo stesso modello nello stesso continente, a meno che i due clienti non siano d’accordo. Discorso diverso, invece, vale per la moda: in un momento e in un mondo come quello in cui stiamo vivendo adesso, dove tutto è globalizzato, livellato, clonato, standardizzato, banalizzato, le edizioni limitate sono un’occasione formidabile per proporre qualcosa di diverso, che abbia un’anima, che sia non uguale (Desigual!). Infatti, Desigual ha sempre avuto questo potere, dovuto proprio dalla capacità di adattarsi a chiunque, senza banalizzare i propri clienti come altri brand. Quindi sì, direi che delle piccole capsule mensili rappresentano una proposta affine a quello che cercano le donne oggi.

Courtesy Photo

Parigi è rimasta l’ultimo baluardo della couture mondiale?

È la città dove si incontrano e convergono tutti i continenti, tutti i savoir-faire, tutti gli artigiani e i designer. Ma perché parlare di couture? La couture non esiste praticamente più, o almeno nella sua forma tradizionale, classica, officiale. Fa eccezione solo la maison Chanel. Oggi la couture non è altro che marketing per profumi e borse. La vera creatività risiede, piuttosto, tra i giovani stilisti, in maison come Sacaï, Richard Quinn, Off-White o piccoli brand conosciuti solo dagli amateur.

Il vero comfort è scegliere quello che vogliamo quando vogliamo? Eliminare, ad esempio, il concetto di abito da giorno/da sera?

Sì, ed è una libertà che ci siamo guadagnati. Non ci sono più regole. Se moda significa non imitare la propria vicina, allora la amo. Amo quando non ci si conformi ad un diktat, amo quando inventiamo il nostro personalissimo stile. Come fosse la rappresentazione di un modo di essere. Naturale, sincero, autentico, audace o semplice che sia.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Courtesy Photo