Gianfranco Ferrè: la memoria dell'eleganza

Chiude l'attività e va dispersa (?) l'opera dell'architetto della moda. E adesso, tutti più poveri

Gianfranco Ferré chiude
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Lo chiamavamo “Maestro”. Solo quando si era più in confidenza, permetteva di essere interpellato come: «Architetto

E tutto questo si adorna di macabra ironia, quando proprio in questi giorni una mostra celebra il capo che più di ogni altro lui ha ridisegnato mille e mille volte, ogni volta come se lo vedesse da una prospettiva nuova: la camicia bianca, in una mostra al Museo del Tessuto di Prato. Mostra fortemente voluta e organizzata dalla Fondazione Ferrè, fondata da Rita Airaghi – che da sempre è stata fedele alleata e compagna di viaggio professionale – con capitali privati, senza aiuti statali, governativi, istituzionali. Niente. In tempi di eccellenze e grandi bellezze e identità-dure-e-pure, nessuno ha pensato di conservare traccia della sua opera se non la signora Airaghi, appunto. Il Maestro era esigente.

Ma ciò che portava lontano e ancora più lontano la sua poetica non era il saper fare vestiti. Era il progettarli. Così come si progetta un palazzo, un monumento, un oggetto destinato a durare. Ed erano sfilate che lasciavano a bocca aperta per originalità: dallo stato nascente di un'idea alla sua realizzazione in forma di abito esisteva una serie di passaggi che erano intensamente affascinanti, intellettuali e manuali. Ed erano cose che voi giovani stilisti non potete immaginare: cincilla ricostruiti con migliaia di microperline che da lontano regalavano l'illusione di una pelliccia sottozero; abiti a righe che, a prenderli in mano, erano strisce microscopiche cucite l'una all'altra; enormi crinoline da ballo in tulle plissé che sembravano pesantissime e invece, sollevavi con un dito; kimono dipinti a mano ma all'interno; fiocchi obi e ricami fatti a mano da lavoratrici così brave, ma così brave che avresti voluto sposarle.

Ferrè è stato il primo designer che fece uscire la moda dal recinto dell'abbigliamento per introdurlo in quello, ben più ampio, della cultura, della storia dell'arte, dell'architettura, dell'antropologia, dei riferimenti geografici ed emotivi. Ed in questo, spiace dirlo, è stato il primo e il più grande, tra tutti i suoi colleghi. Che fine faranno i suoi abiti? Chi possiede il suo archivio? E – soprattutto – chi è in grado di mantenerlo? Se lasciamo che i suoi abiti-scultura, testimonianza di una genialità architettonico-estetico, vadano allo stato brado nel fluire dell'incuria, se lasciamo che politica, imprenditori, intellettuali – insomma: chi ha soldi o connessioni tali da riuscire a non disperdere un simile patrimonio artistico – se ne strabattano altamente per poi piangere quando «ci portano via un pezzo d'Italia» parlando di Bulgari e di Fendi, beh: sapete che vi dico? Che ci comprino tutto. Sapranno mantenerlo meglio di noi. Perché, certe volte, noi non ci meritiamo. Non meritiamo noi stessi.

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