Gli avambracci puntellati di tatuaggi, i jeans che sfumano in beatles boots, una giovane artigiana in un regno silenzioso: quelle braccia esili si muovono in un gesto che è un mantra, una pressa a mano che delicatamente segna i petali delle camelie più influenti della Moda. Quello strumento antico, che viene dominato come il timone di una barca, curva come ciglia petali di pelle, tweed, seta. Dopo 40 minuti una camelia di Chanel è lì a guardarti. Se potessero parlare le mura di questo atelier a Pantin, sette chilometri dalla Parigi dove Coco Chanel liberò la donna con tailleur borghesi e rivoluzionari, forse il mistero non sarebbe svelato. Siamo nelle aule dei pensatori di bellezza degli atelier Lesage e Lemarié, dove trama e ordito lavorano incessantemente da inizio 900, ovvero da quando mademoiselle e monsieur della Couture hanno reso le donne opere d’arte in taffetà. All’ingresso dell’atelier Lesage, fondato nel 1924 da Albert e Marie-Louise Lesage che comprarono il precedente atelier Michonet fondato nel 1858, ogni passo segna un ritorno al passato, si sfiorano miracoli di quasi 100 anni fa, si studia l’audacia di stiliste donne che negli anni 50 provocano con la bellezza della multiculturalità trascinando idee globali in contesti troppo provinciali.

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Quella che ha sfilato poche ore fa a New York, la collezione Métiers d’Art di Chanel nel Metropolitan Museum è nata (anche) qui: nel set di atelier che da decenni creano le magie di fiori e piume (Lemarié), cristalli e crinoline (Lesage) di maison Chanel ovvero dal 1983 quando Karl Lagerfeld ha avviato la collaborazione con il cuore pulsante dell’altissimo artigianato francese. Il nostro viaggio nei Métiers d’art inizia in una biblioteca dove cassetti in frassino custodiscono l’infinita creatività dei più grandi couturier che si sono rivolti a Lesage, ideatore silenzioso di opere d’arte su pochi centimetri di chiffon. Nello show di Chanel Métiers d’art a New York il tempo si è mixato citando gli antichi Egizi e il movimento Memphis di Sottsass: non a caso nel dedalo di atelier che testimoniano i Métiers d’Art più le influenze si intrecciano più il miracolo prende forma.

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C’è un clima rarefatto e d’antan in qualunque angolo del grande complesso di Pantin: qualche giorno prima dello show di Chanel a New York abbiamo assistito alla composizione minuziosa di piume su piume in quella che è la stanza delle magie dell’atelier Lemairé, nato nel 1880 e rimasto l’unico atelier in grado di saper lavorare le piume come gioielli (a fine Ottocento a contendersi il titolo a Parigi erano più di 300 piumai). Entrando nella stanza che porta il nome più bello del mondo, Atelier Plume, tra donne fiere delle proprie culture che con pettinature afro chinano il capo su opere d’arte, lo sguardo corre veloce tra sacchi di cartone contenenti oceani di piume coloratissime, tenui, inafferrabili: pochi giorni dopo sfileranno su longdress nello show che porta Chanel nelle sale egizie del MET. Il sogno si avvera in un apparente battito di ciglia.

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I Métiers d’Art di Chanel, sfilate che dal 2002 celebrano culture, momenti della storia attualizzati dalla vena eclettica di Karl Lagerfeld, nascono in questi atelier in cui vigono il silenzio e la concentrazione quanto i sorrisi, i volti giovani, giovanissimi, che osservano le mani sagge ed esperte di storiche artigiane (oltre a Lesage e Lemairé i complici degli show di Chanel sono anche i métiers calzaturifici di Massaro, le fibbie cesellate di Desrues, i dettagli orafi di Goosens, i capelli monumento di Michel). Nella sala dove i ricami sono suddivisi in singoli telai & artigiane, basta guardare per terra per interpretare la composizione anagrafica che rende l’arte del ricamo un progetto per il futuro, non un antico mestiere destinato a sparire: skinny jeans e sneakers, mocassini e pantaloni sartoriali, ricami barocchi e disegni neo-liberty.

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Dal disegno sulla velina alla realizzazione di greche che citano gli egizi e le palette del movimento che ha rivoluzionato Milano, antichi metodi interpretano i progetti visionari di sir Lagerfeld: tutto passa dalle mani, il più potente strumento dell’umanità. Nel mondo dei Métiers d’Art di Chanel le storie da raccontare hanno sempre un quid (im)magnifico: ma c’è qualcuno che poi “metta a terra” i progetti che sembrano impossibili da indossare, troppo preziosi da toccare.

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Un organismo che pulsa, batte, respira attraverso una cultura impalpabile che nessuna stampante in 3D è in grado di frantumare. Basta scendere nell’archivio di tutte le passamanerie, paillettes, perle che si susseguono in scatole i cui sticker identificativi sembrano romanzi “Galons Fantasie Noir”, “Plumas Boa Mandou”, “Bigoudis or”, quest’ultimo antico metodo di attorcigliare fili dorati che ha un quid etnico a oggi quasi introvabile. No, non è l’esotismo francese, non è il pronunciare parole come “chenille” rispetto a “ciniglia” a rendere più speciale questo archivio di materie prime couture. È ciò che accade nei piani superiori grazie a materiali di una merceria d’autore (un’intera facciata dedicata alle conchiglie di qualunque forma e foggia, perle di varianti infinite: parliamone). La storia degli Ateliers che curano i dettagli delle più grandi maison è il segreto di Francia. È la Versailles della Moda le cui stanze celano misteri irreplicabili. Il profumo di amido, il ticchettio calmo degli incisori dei disegni (che poi diventano ricami) passano per mani nobili dai tratti persiani che lavorano con ritmi personali, senza nessuna frenesia (apparente) a intaccare quei futuri gioielli.

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