Chi è stato il primo uomo a portare le scarpe Birkenstock in Italia?

Sono le scarpe più comode del mondo o l'inizio dell'impero delle ugly shoes che piacciono alla moda? Racconto di come dalla Germania hanno conquistato anche gli italiani (ossessionati con le scarpe su misura).

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Queste scarpe non si venderanno mai. È il 1974 e Ewald Pitschl, imprenditore altotesino, ha attraversato mezza Italia per ascoltare l’arringa di quello che sarebbe potuto essere il più grande fallimento della sua vita. Era partito da Bolzano per la volta di Bologna, dove alla fiera italiana del benessere avrebbe presentato il primo paio di scarpe Birkenstock. La risposta degli ortopedici emiliani, violenta come una scivolata sull’asfalto, fu probabilmente il motivo che spinse Pitschl a intestardirsi ancora, alzare i tacchi e ritornare alle porte delle Dolomiti per aprire il primo negozio specializzato completamente in calzature anatomiche e comfort. E che nel giro di 10 anni, con la sua NaturalLook srl, diventò l’esempio numero uno di distribuzione di sandali Birkenstock nel Paese. Ai commercianti che esclamavano: “passi la Germania… Ma pazzo è colui che cerca di vendere scarpe così bruttine in Italia”, Ewald Pitschl rispondeva: “Anche gli italiani camminano con i piedi e hanno bisogno di scarpe a misura di piede”. Per questo, per mesi, il pioniere nostrano della storia delle Birkenstock si limitò a spedire personalmente per posta le calzature ai singoli richiedenti. Ci vollero piccoli passi e il primo boom aziendale degli anni Novanta a permettere la liberazione dai dogmi, dai luoghi comuni e dalle false credenze dei venditori di tutto lo Stivale che, davanti all’esplosione delle richieste, iniziarono a ordinare costantemente quei sandali “a forma di impronta”, prima di allora viste solo indosso ai turisti calzino bianco-muniti del Nord Europa.

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Lì dove nel 1774, Johann Adam Birkenstock si iscrive negli archivi della chiesa di Langen- Bergheim come “ciabattino e calzolaio”, posando la prima pietra ops coriandolo di sughero nella storia di Birkenstock. Che si diffonderà a partire da quella cittadina tedesca dell’Assia a tutti gli stati federati della Germania, soprattutto quando cent’anni dopo, nel 1896, viene creato il primo plantare in sughero e mescola di lattice. “Nel corso della vita i nostri piedi percorrono una distanza pari a circa 160 mila chilometri, l’equivalente di quasi 6 mila passi al giorno, un tragitto che corrisponde a tre giri intorno alla Terra”, spiegava Karl Birkenstock all’indomani della progettazione del primo sandalo Birkenstock Madrid negli anni Sessanta. Un letto per piedi, il fussbett coniato nei Trenta dai nonni di Karl, per allenare la muscolatura grazie al particolare “rialzo” della suola tra le dita e attivare la circolazione dei clienti del brand, i nomadi moderni. “Non a caso la nostra suola ricorda l'impronta lasciata nella sabbia da un piede sano. Il risultato? È un plantare anatomico che segue le forme del piede alla perfezione e permette di distribuire il peso del corpo in modo uniforme su tutta la pianta”.

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Nel 1963 nascerà il sandalo Birkenstock Arizona, attualmente il modello più venduto di sempre nella declinazione nero Birko-Flor, un materiale simile alla pelle e antistrappo. Che scorterà la maison degli ex “sandali dei tedeschi” fino al boom degli anni Novanta e ancora in quello dei primi Duemila, in barba alla crisi sul mercato con prezzi very very affordable. Dal business a conduzione famigliare alla fusione tra cultura italiana e mitteleuropea, dalla costanza nei refrain della tradizione e in quelli dedicati alla ricerca, fino alla produzione ecosostenibile. Tra le prime aziende a livello mondiale ad utilizzare quasi esclusivamente collanti senza solventi, un sistema di riciclaggio intelligente dove gli scarti di produzione vengono impiegati nella costruzione di campi sportivi e autostrade, il sogno tedesco-italiano di Birkenstock oggi, alla sua sesta generazione, guarda alla preservazione dell’ambiente per le generazioni future. Le stesse a cui spiegare che, quelle quattro milioni di paia vendute in Italia in 45 anni, in teoria non dovevano vendersi mai.

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