Paul Smith: le prime volte non finiscono mai

I viaggi, la Brexit, sua moglie Pauline e i regali dei suoi fan. Quattro chiacchiere in confidenza con lo stilista inglese.

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Getty Images

Ma lei, in vacanza, ci va mai? Vacanza? Che vuol dire? (Ride) Giro molto per lavoro. Faccio spesso gite di un giorno. Di recente sono stato in giornata in Cambogia e in India. Non potrei fare diversamente, con tutti i miei impegni. Quando, per esempio, ho detto alla mia assistente che avrei voluto vedere la Grande Muraglia cinese, mi ha fatto notare che non avevo neppure una settimana libera. Ho proposto: «Ci vado in giornata!». Mi ha chiesto se fossi ammattito.

Sta scherzando? Non è possibile! E invece sì. Sono arrivato a Pechino a mezzanotte, la mattina dopo, prestissimo, mi sono spostato a due ore di auto perché non volevo vedere quel pezzo di Muraglia dove vanno sempre tutti, dai presidenti americani agli stilisti. Così ho lasciato la macchina e sono andato a piedi da solo.

Ma quanto tempo ci ha messo? Due ore per arrivarci. Un’ora lassù sulla Muraglia. Due per tornare. Poi di nuovo in aeroporto, e di nuovo a Londra. Fatto!

Paul Smith mentre va in giro per mercatini in Giappone. Foto tratta dal libro-catalogo Hello, my name is Paul.
Courtesy Paul Smith


A 72 anni, l’inglese Paul Smith è lo stilista più vitale e gentile che c’è. Ci incontriamo nel suo showroom italiano, in un’area milanese dal retrogusto industriale. Il suo stile oscilla tra sartorialità e humour, un “classico con twist”, come lo definisce lui: ha avuto talmente successo da valergli nel 2000 il titolo reale di Cavaliere da parte di Elisabetta II, mentre dal 2007 è membro onorario del Royal Institute of British Architects. Parliamo di viaggi, spostamenti ed emozioni.

Le è mai successo di andare in un posto senza grandi aspettative e poi se n’è innamorato? Per fortuna ho ereditato gli stessi occhi di mio padre. Aveva un modo tutto suo di guardare, e anche quando si trovava in un luogo senza particolari attrattive ne scorgeva una bellezza nascosta, sui volti della gente, o su un muro illuminato dal sole.

La bellezza è negli occhi di chi guarda? Molti pensano che la bellezza sia evidente, ma non tutti sanno coglierla nelle sensazioni che un luogo può trasmetterci, nei suoi odori, per esempio.

È stato un campione di ciclismo. Va ancora in bici? Sì, almeno una volta alla settimana. Tutti i giorni non è possibile, sempre per gli impegni lavorativi.

Viaggiare, oggi, è compatibile con la sostenibilità? Gli aerei non sono un mezzo molto sostenibile! Mi fa arrabbiare che a Londra si stia pensando di aggiungere una terza pista a Heathrow, non ce n’è bisogno. Dovremmo sforzarci di vivere con un po’ meno di tutto. Facile a dirsi, meno a farsi: vede, una conseguenza dell’essere sempre connessi è che siamo tutti più competitivi, facciamo continuamente confronti con gli altri. Siamo ossessionati dal successo, e chi lo raggiunge poi vive male perché ha il terrore di perderlo. È fantastico che Paul Smith non sia il numero uno, stress di cui ho sempre fatto volentieri a meno.

Cosa fa per ingannare il tempo, quando viaggia? Compilo liste. Non viaggio mai senza almeno una macchina fotografica, un bloc notes e una matita. Molti non li usano più, ma io non riesco a farne a meno. Questa l’ho scritta per lei. L’ho intitolata Firsts. Ho scritto riguardo a tutte le prime volte: la prima volta che t’innamori, la prima volta che fai l’amore, la prima volta che vai a un concerto, la prima volta che vai in un altro Paese. Le prime volte sono sempre esperienze memorabili.

Le lista sulle "prime volte" che lo stilista Paul Smith Ha compilato per noi.
Courtesy Paul Smith

Quando sono stato in Giappone per la prima volta, nel 1982, in pochi parlavano inglese o avevano mai visto un occidentale. A Tokyo, mentre visitavo il Palazzo Imperiale, scattai una foto a un gruppo di scolari. Giorni dopo, in treno di ritorno da Kanazawa, ero l’unico straniero. Le porte si aprirono e mi resi conto che c’erano tanti piccoli volti che mi osservavano: erano gli stessi studenti che avevo fotografato. La maestra si fece avanti. «Buongiorno. Qual è il suo nome?», mi chiese in un inglese scolastico. Passai un po’ di tempo a chiacchierare con i ragazzi, mi feci dare l’indirizzo della scuola e poi spedii una cartolina da Londra. Il francobollo della Royal Mail era proprio ciò che desideravano. Nella lista trova anche la mia prima volta a Marrakech, a Buenos Aires, in Messico, in Uruguay, sul lago di Como. Sarebbe bellissimo se comprendessimo che le prime volte non finiscono mai, anche se pensi di aver provato tutto.

Un’insegna scattata dallo stilista per il suo account Instagram @paulsmith.
Courtesy Paul Smith

E quest’altro nome? È l'Amanpuri a Phuket, in Thailandia, della catena Aman. La prima volta rimasi a bocca aperta. Mi ha trasmesso un senso di pace infinito. E i thailandesi sono il popolo più elegante di tutti.

Viaggiare è educativo? Lo è se riusciamo a staccarci dai cellulari e non ci preoccupiamo se non c’è campo. Viaggiare fa bene, ma bisogna saper guardare le cose. Molti purtroppo guardano senza osservare.

Come convincere i giovani a viaggiare di più? Uno smartphone non trasmette emozioni: non ti fa percepire gli odori di un luogo, non hai modo di provare le sensazioni sulla pelle che ti lasciano le condizioni climatiche estreme come una tempesta di neve, un nubifragio o un’ondata di caldo.

Se la prima è meravigliosa, come sono la seconda o la terza volta? Importantissime: spesso ritorno negli stessi alberghi, magari nella stessa camera. È quasi un gioco: mi sorprendo a guardare una città dalla finestra prima all’alba e poi al tramonto, per scoprire sempre un dettaglio nuovo. D’altra parte lo slogan della mia azienda è Never assume...

Mai dar nulla per scontato. E-sat-to! Per esempio, dopo che hai fatto l’amore con una persona, mai pensare che la volta dopo sarà lo stesso: le circostanze potrebbero essere diverse, l’atmosfera differente, potrebbe esserci molta più tenerezza, più tensione, chi può dirlo?

Quale e dove è stata la sua peggior esperienza? Ricordi non legati a luoghi, ma a cancellazioni, spostamenti o a ritardi. Terribili, soprattutto quando devi incontrare qualcuno.

Le è mai successo di trovare dei suoi capi falsi? In Thailandia, a Phuket, c’era un intero negozio con il mio nome. E un altro a Bangkok.

Un tempo gli stilisti facevano i viaggi di ricerca per trovare l’ispirazione. E lei? Nel mio ufficio ho già tutta l’ispirazione che serve.

Cosa pensa dell’appropriazione culturale? Un designer dovrebbe avere abbastanza immaginazione per creare una collezione nuova. Però credo che si possano incorporare influenze di altri Paesi senza copiare i prodotti locali. Il politicamente corretto sta diventando un po’ eccessivo. Secondo me stiamo anche esagerando riguardo alle norme di sicurezza: quando anche gli scivoli del parco giochi hanno il pavimento ammortizzato, come possiamo far capire ai bambini tutto ciò che è potenzialmente pericoloso?

Un capo della collezione A Suit To Travel In, creata da Paul smith per i grandi viaggiatori. Tailleur e spolverini assolutamente ingualcibili, anche dopo ore di volo.
Courtesy Paul Smith

La Brexit cambierà il modo di viaggiare? Non ne ho la minima idea. Tutta la faccenda è talmente complicata che è impossibile dare una risposta precisa. Quasi metà del Paese ha votato contro, ma il fattore decisivo è stata l’Inghilterra del Nord e il governo di allora ne ha sottovalutato l’importanza. Quello attuale promette nuovi posti di lavoro grazie alle misure più restrittive sull’immigrazione, ma a me sembrano discorsi populisti.

Discorsi che si sentono ovunque... Già: da noi, da voi, con Trump o il governo turco. Ovunque ci siano quelli che chiamo “consulenti”.

In che senso, scusi? Quello che fa un consulente è prendere in prestito il tuo orologio per dirti che ora è.

Lei non ha bisogno di consulenti? Vogliamo restare indipendenti e non fare come altri designer che hanno venduto il loro marchio a un gruppo. È un momento delicato. Sono un designer, ma anche il capo della mia azienda.

Il suo ufficio, a Londra, è zeppo di oggetti bizzarri... Ho un ammiratore sconosciuto - o un’ammiratrice? - che da 40 anni mi spedisce doni: una sedia, una scala, un paio di sci, un cappello, una bicicletta. Una volta anche un campanaccio, e il postino se l’è messo al collo per darmelo. Arrivano da qualche parte negli Stati Uniti, non incartati, con i francobolli sugli oggetti. Non è bello che qualcuno, oggi, faccia regali così, senza secondi fini?

Un amore incondizionato... Guardi questa foto: è un presepe ricostruito con le arachidi, un pensiero che mi ha inviato Margot, una ragazza belga che mi scrive da quando aveva 11 anni. Ora ne ha 22 e lavora per l’Unione Europea. Mi manda regalini, è intelligente, l’ho conosciuta con suo padre. La prima volta ha scritto: «Non mi piace la moda, mi piaci tu». Lo vede, il potere delle prime volte? È davvero strabiliante.

Un ritratto recente di Paul Smith.
Sabine Villiard - Courtesy Paul Smith
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