Addio a Isabel Toledo: "non si trattava di Instagram moment. La sua è stata Moda"

Così Alber Elbaz ricorda la stilista cubana che ha disegnato attimi di moda, vestito Michelle Obama e sorriso al fashion biz (frenetico).

2015 Roslyn S. Jaffe Awards Luncheon
Desiree NavarroGetty Images

A voler cercare online, sembra che il più grande risultato di Isabel Toledo, stilista 59enne morta oggi di cancro al seno, sia stato quello di vestire la ex First Lady Michelle Obama in occasione della cerimonia d'inaugurazione della prima presidenza di suo marito Barack, nel 2009. E in realtà, quel risultato, strumentale di certo a portarla agli onori della cronaca, non è stato neanche cercato, perché Michelle, divinità di riferimento delle donne contemporanee made in USA, non aveva messo insieme un pool di esperti d'immagine e stylist, alla maniera delle celebs sull'altra costa, per capire cos'avrebbe indossato in quel giorno così speciale, che avrebbe cambiato per sempre le sorti della sua famiglia, né tantomeno aveva preventivamente contattato una selezionata rosa di stilisti, per farsi inviare – free of charge, si intende – degli abiti da indossare. Michelle Obama è entrata in un negozio di Chicago, Ikram, e l'ha acquistato, dietro consiglio della proprietaria, come potrebbe succedere in un qualunque negozio della provincia. Nel suo caso la proprietaria era però Ikram Goldman, nota per la sua capacità di fiutare il talento a chilometri di distanza, o, in questo caso, miglia.


E in effetti, da Chicago a Cuba, dove Isabel Toledo è nata, di miglia ne passano: espressione incarnata di quei Dreamers, arci-nemesi della politica trumpiana, gli emigrati che sognano e formano un'America nuova, Isabel ha iniziato a cucire a 8 anni. Gli studi de rigeur sono alla FIT e alla Parsons, dove incontra il futuro marito, Ruben Toledo. Lui dice di essersi innamorato a prima vista, lei è un'Ariete testarda, intenzionata a giocare alle sue regole, e lo fa attendere quattro anni: dal 1984 in poi il binomio è sentimentale, ma anche lavorativo. Ruben è un'illustratore, capace di tradurre con una matita l'immaginazione ingegneristica della moglie, divenuta poi nota per la sua eccellente capacità di gestire i drappeggi, arte difficilissima da maneggiare: dall'eleganza regale e fiabesca, al 1800 un po' fané e imbolsito, è un attimo.

Nel 1985 fonda con lui il marchio eponimo – dopo uno stage al Costume Institute del Metropolitan Museum of Art con sua Santità Diana Vreeland – e le ci vuole poco per capire che, anche sul lavoro, giocherà alle sue regole, rispettando solo i suoi tempi: il calendario bi-annuale del mondo della moda richiede una velocità vorticosa, non il suo ritmo di preferenza. Dopo aver presentato la sua prima collezione in un nightclub di New York del 1984, il Danceteria, si concentra sui singoli clienti, realizzando abiti ready-to-wear, ma fatti su misura. Dal 2007 al 2009 è direttrice creativa di Anne Klein, marchio americano, che le garantisce un palcoscenico espositivo più ampio, ma la parentesi è breve quanto basta. «Non sono una fashion person”, spiegava alla CNN nel 2012, come se ci fosse da scusarsi nel non voler prendere parte a un sistema elettrizzante, capace di sfinire e sfibrare chi è meno pronto a dedicarsi totalmente alla causa, “mi sento più ingegnere, definirei il mio stile come “matematica del romanticismo”».

Andrew H. WalkerGetty Images

Apprezzata dai fashion insider, le sue collezioni sono già da Barney's a New York e da Colette a Parigi, quando Michelle Obama entra da Ikram. Isabel Toledo lo scopre, come tutti, dalla televisione che riproduce l'evento live. «Mi è sembrato un elettroshock», spiega a Paper Mag, che le chiede della sua reazione. Il vestito, in lana con profili in seta e strati interni in pashmina di tulle – per garantire calore anche nel gelido gennaio di Washington – è allacciato appena sotto il seno, e Michelle lo indossa con un cappotto abbinato, per dieci ore di seguito, tutte sotto i riflettori: si comincia con la mattina in chiesa, poi alla cerimonia d'inaugurazione, per proseguire al pranzo con il Congresso, e terminare con la parata di due ore diretta alla White House. La sua immaginazione, però, non si limita a operare nel campo stretto della moda: di recente aveva anche realizzato i costumi per lo Schiaccianoci di George Balanchine andato in scena a Miami, all'Adrienne Arsht Performing Center nel 2017.

Tra i fan della prima ora, però, c'è da sempre Alber Elbaz, storico e mai superato direttore creativo di Lanvin, che ne raccontava l'unicità spesso. «Tutti, negli anni, hanno rubato a Isabel. Il suo lavoro si concentrava sui volumi, sulla sperimentazione, era un laboratorio del tessuto. E non si trattava di “Instagram moment”. La sua è stata Moda ». In Italia, invece, il suo lavoro era fonte di ispirazione per Marco Zanini, visionario creativo già alla guida di Elsa Schiaparelli, e oggi responsabile del suo marchio, che in un post Instagram racconta di aver scritto nel 1999 a un indirizzo trovato su un magazine, inviando a Isabel una lettera – air mail – nella quale le chiedeva come avere un'illustrazione di Ruben. Il mese dopo, al suo indirizzo, Zanini si vide recapitare un disegno del coniuge, con una dedica “Dear Marco, wishes always always come true”.

Nel 2013 collabora con Lane Bryant, linea americana che realizza abbigliamento plus-size, molto prima che i grandi marchi fiutassero “l'affare”. «Ho sempre creduto nella moda per tutti», diceva in un'intervista a Interview nel 2014, «la diversità è IL mio ideale. Amo la differenza, amo il cambiamento, mi piace sperimentare ed essere eccentrica. Mi piace non sapere e poi imparare». A riprova di questo approccio a 360°, infine, c'era la sua incapacità nel dare definizioni troppo specifiche, e limitanti, anche quando si trattava di colori. Parlando di quello di Michelle Obama, del 2009, dai più definito come giallo acido, commentava: «Per alcuni è giallo girasole, per altri dorato, mostarda, mais. Si tratta di una nuance che dipende dall'occhio di chi osserva, e che cambia a seconda della luce del sole, in realtà. Amo i colori difficili da definire, perché alla fine sono di tutti».

Come le sue creazioni, impossibili da categorizzare e però già entrate nella sfera delle leggende della pop-presidential-culture. Dalla Casa Bianca, alle case degli americani.

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