Uniqlo: l'attesa è finita

Prima di Milano, siamo stati a Tokyo per capire il fenomeno jap più famoso.

Uniqlo, Milano
Alessandro Argentieri

Quando nel 1984 a Hiroshima Tadashi Yanai, il fondatore di Uniqlo, inaugurò il suo primo store, aprì le porte alle sei del mattino perché «gli studenti prima della scuola potessero avere qualcosa di mai visto o da desiderare». E da quell’anno di intuizioni geniali l’uomo più ricco del Giappone ne ha avute molte, riuscendo a modificare e poi replicare quel punto vendita per 2.234 store nel mondo. Dopo molta attesa, da domani 13 settembre ce ne sarà uno anche a Milano «una città che conosco poco, ma nella quale bisogna essere». Yanai non crede nelle tendenze o nella moda, crede nel cambiamento. «Cosa rende diversa la nostra giornata? Gratificare i bisogni primari. I vestiti però possono cambiare la nostra vita se sanno valorizzare quello che vogliamo essere e fare. Con Uniqlo ho voluto dare un’opportunità a chi non poteva acquistarne».

Alcune proposte Uniqlo all’interno del primo store italiano Uniqlo
Alessandro Argentieri

Prezzi quindi accessibili e tutto all’insegna dello stile, senza troppi azzardi creativi, Uniqlo piace per quel basic che sta bene e soprattutto fa star bene. Può essere il colore di un maglione in cashmere (a Milano ci saranno delle colorazioni inedite), la stampa di una T-shirt UT con disegni esclusivi (come quelle del designer americano Kaws, esaurite il primo giorno lo scorso giugno) o ancora un capo confortevole che una volta provato diventa irrinunciabile. In Svezia per esempio la linea bestseller sono i capi nel fresco e futuribile filato Airism, e non i caldi piumini. A Singapore le magliette termiche Heattech sono un successo malgrado il calore tropicale perché sono il perfetto equilibrio per chi vive fra aria condizionata, umidità e sole.

I maglioni in cashmere Uniqlo in colori esclusivi e prezzi incredibili.
Alessandro Argentieri

Affacciata sulla baia di Ariake, la grande stanza dirigenziale in cui si pranza alle 11:40 con Yanai è all’interno di un enorme prefabbricato di sei piani con balconate coperte da edera. Sembra che la sostenibilità sia un tema sempre più importante, proprio per i grandi volumi di abbigliamento e accessori che fa produrre nel mondo, spesso con tecnologie e processi giapponesi. Grazie al centro di innovazione per il denim di Los Angeles, i loro jeans hanno tinture e lavaggi che riducono fino al 99% l’acqua mentre tutte le finiture sono realizzate con il laser. La prossima sfida è il cotone, senza pesticidi, sostanze chimiche e meno uso di acqua.

L’angolo dedicato al denim in cui Uniqlo mostra l’acqua e il colorante usato per un paio di jeans
Alessandro Argentieri

«La qualità è il nostro credo da sempre», dice Yanai. Il motto “Simple Made Better”, il semplice fatto meglio, infatti implica un costante miglioramento degli standard. Come la maglieria che oggi nasce da telai 3D, senza bisogno di cuciture e come i tessuti dalla leggerezza e caratteristiche estreme. Un concetto di design in cui gli stilisti, fra cui i francesi Christophe Lemaire e Inès de la Fressange, più che esprimere la propria personalità, cercano di rendere ogni prodotto ancora più speciale.

Le scale dello store Uniqlo di Milano con le illustrazioni di Olimpia Zagnoli
Alessandro Argentieri

Il gigante giapponese della moda sa essere generoso. Tanto che dal 2007 ha donato 25 milioni di capi Uniqlo usati ai rifugiati di 48 Paesi in cui l’agenzia Unhcr è presente. A questi vanno aggiunti i 12 milioni di dollari per altri programmi di pace, sempre con Unhcr. Per ora l’Italia è esclusa da queste operazioni ma non manca a Milano lo spirito d’iniziativa. A partire dall’arte e dalla musica. Che nell’emporio milanese non mancheranno come omaggio alla cultura meneghina e a quella giapponese. Molti italiani, che già conoscono Uniqlo, non vedono l’ora.

Uno dei box per il riciclo dei capi usati negli store giapponesi di Uniqlo
Alessandro Argentieri

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