È morto Sergio Rossi, e con lui un capitolo di storia della moda

Con la scomparsa del couturier se ne va un pezzo di quell'Italia operosa che dal dopoguerra in poi, con il sorriso sulle labbra e la vitalità di chi viene dalla Romagna, aveva ricostruito un Paese.

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Con la morte di Sergio Rossi, l'imprenditore romagnolo dietro il marchio di scarpe omonimo, se ne va un pezzo di quell'Italia operosa che dal dopoguerra in poi, con il sorriso sulle labbra e la vitalità di chi viene dalla Romagna, aveva ricostruito un paese. Ricoverato all'ospedale di Cesena dopo che era risultato positivo al Covid-19 lo scorso venerdì, le sue condizioni si sono fatte drammatiche ieri sera, quando è morto in seguito all'aggravarsi della malattia e ad annunciare la sua dipartita è toccato al figlio Gianvito, erede naturale del brand. Nato nel 1935 a 40 km da Forlì, a San Mauro Pascoli, aveva seguito le orme del padre, calzolaio, aprendo la sua bottega nel primo dopoguerra, nel 1951.

Attitudine imprenditoriale e fiuto per gli affari "vacanzieri", durante l'inverno si chiudeva nel suo laboratorio preparando sandali estivi che poi avrebbe venduto con suo fratello Franco sulle spiagge dell'Adriatico, sul litorale di Rimini o alle boutique bolognesi. Sforzi che gli permettono di fondare Sergio Rossi marchio che porta il suo nome nel 1968, divenendo sinonimo di artigianalità italiana e una certa attitudine alla seduzione "godereccia" alla maniera di un suo altro famoso corregionale, Federico Fellini, che infatti aveva fatto indossare ad Anita Ekberg proprio un paio di scarpe Sergio Rossi, durante le riprese de La Dolce Vita. Uso di geometrie ardite, colori accesi, linee curve, che gli avevano fatto guadagnare persino il poster del film Tacchi a spillo, pellicola di Pedro Almodóvar del 1991, il "re delle calzature" è stato subito notato dai marchi più noti del fashion system, che a lui chiedevano di realizzare le scarpe che avrebbero sfilato sulle loro passerelle (tra le collaborazioni ci sono quelle con Dolce & Gabbana, Versace e persino il re della couture sognante, Azzedine Alaïa.

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Un successo che aveva trovato subito il plauso e l'approvazione di Hollywood - passando da Cinecittà, e dal gusto estetico di Luchino Visconti che aveva voluto Silvana Mangano ne indossasse un paio in Gruppo di famiglia in un interno– divenendo la scelta quasi obbligata di celebrities e attrici che calcano i principali red carpet dell'Award season, da Sarah Jessica Parker a Sharon Stone passando per Naomi Campbell. E ha messo la sua firma anche sul modello con il quale Salma Hayek convolò a nozze con il ceo di Kering François-Henri Pinault. La pump passata alla storia è però la Godiva, declinata in ogni stagione in nuove varianti, dalla nappa al vinile passando per le stampe leopardate e però sempre contraddistinta dal tacco a spillo affusolato e seducente, "scarpetta" quasi da narrazione disneyana e ambizione universale del genere femminile. Un desiderio aumentato anche dalla narrazione delle sue campagne pubblicitarie, che traevano ispirazione dal lavoro elegante, e anche quello senza tempo, di Helmut Newton, arricchendosi negli ultimi anni di collaborazioni con registi come Luca Guadagnino. Il brand, come molti altri in questo difficile momento, aveva donato 100 mila euro all'ospedale Sacco di Milano, per contrastare il diffondersi della pandemia, che però si è portata via il suo fondatore. E un pezzo di storia italiana, che rivivrà, sempre, ai piedi delle donne.

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