Gucci, l'Ouverture of Something That Never Ended è una collezione che solleva molte domande (e meno male)

Il binge watching di Gucci è finito. Ma sorge un interrogativo. Quanto tempo ci vuole perché la moda sia vintage?

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Paige Powell

Succede, eh. Quando sei un esordiente giornalista i colleghi più adulti ti impongono di coltivare il dono della sintesi. Dono che evidentemente, non ho mai spacchettato: per me le riflessioni richiedono parole, pensieri, frasi articolate. E invece i colleghi più sapienti ti ricordano come in teoria, il tuo messaggio dovrebbe potersi condensare in una sola parola. Dopo una settimana di Gucci Fest, ci ho pensato e ripensato. Solo al penultimo episodio, il sesto, è scattato il click. Quella parola è antifragile. Non è mia. È un neologismo coniato nel 2012 dal filosofo, saggista e matematico Nicholas Taleb. L’ha usata per intitolare un suo libro (in Italia edito da Il Saggiatore), corredata dall’occhiello Prosperare nel disordine. Sì, Taleb è quello del Cigno nero, l’indagine sugli eventi che nessuno è riuscito ad anticipare, hanno un impatto enorme sulla società perché imprevedibili eppure cerchiamo di giustificare a posteriori. Visto che ho fatto il mio compito e poiché viviamo in tempi di cigni neri, converrà brevemente ricapitolare: Alessandro Michele, in una conferenza via Zoom, vestito tra lo sciamanico e l’hippie, aveva annunciato un esperimento mai tentato finora: presentare la nuova collezione (durante il primo lockdown ha deciso che non vuole più suddividerle nelle scadenze di primavera-estate, pre-fall, cruise, ma farne solo due all'anno e a-stagionali) dal nome Ouverture of Something that Never Ended, in un solo film diviso in sette episodi, presentati come un festival cinematografico, il GucciFest, appunto. Visibili da tutti sui profili social aziendali, su YouTube, sulla piattaforma cinese Weibo, sul sito dedicato. E come un vero festival, ha generosamente dato spazio a 15 nomi nuovi della moda: Ahluwalia, Collina Strada, Rui, Gui Rosa, Bianca Saunders, Shanel Campbell, Mowalola, Rave Review, Cormio, Stefan Cooke, JordanLuca, Boramy Viguier, Yueqi Qi, Gareth Wrighton, Charles de Vilmorin. Nomi scelti insindacabilmente da lui e dal suo staff «per festeggiare una festa di lucciole», insetti che da Pasolini in poi sono evocati per richiamare la speranza nel buio della vita. «Le loro scie erratiche e luminose compongono, infatti, una danza d’amore che si staglia contro il buio. Il loro incedere sprigiona bagliori di desiderio e di poesia capaci di nutrire la vita anche nei momenti più cupi», ha scritto in una lettera aperta dalla consueta prosa mistica ed esoterica, citando anche il filosofo Georges Didi-Huberman.

Silvia Calderoni in un momento del making of per il primo episodio di Ouverture Of Something That Never Ended, che si chiama At Home.
Paige Powell

Un’operazione gigantesca, in cui ha radunato tutte le superstar – triste dirlo di questi tempi: viventi – della cultura, della filosofia, della musica. E naturalmente del cinema, visto che a co-firmare la regia Michele ha convocato Gus Van Sant, indimenticabile regista dalla produzione discontinua, che ha comunque firmato capolavori come Belli e dannati, Elephant, Milk. Si stava preparando a girare il film drammatico di Will Ferrell, Prince of Fashion con Amazon, da un articolo di Michael Chabon. Poi è arrivata la pandemia, ma anche la sua lucciola personale: Alessandro Michele. Lo ha raggiunto a Roma e in soli dodici giorni hanno realizzato gli episodi, all’interno di ognuno dei quali c’era un ospite. Dal filosofo e attivista transessuale Paul B. Preciado (dove “B.” sta per Beatriz, dal genere femminile che gli era stato assegnato alla nascita e che poi ha rifiutato) ad Achille Bonito Oliva, in una surreale conversazione telefonica con Harry Styles sui rapporti tra arte-moda-atto creativo. Da Billie Eilish (ripresa a Los Angeles da Harmony Korine, altro regista-culto del direttore creativo), al drammaturgo Jeremy O. Harris. Dalla poetessa e cantautrice Arlo Parks alla popstar sudcoreana Lu Han, dalla cantante e letterata Florence Welch all’artista multidisciplinare Ariana Papademetropoulos, e altri ancora.

La cantautrice e poetessa Arlo Parks, che si definisce di genere "non-binario" nel secondo episodio, At the Café.
Paige Powell

Protagonista unica del film sezionato, l’eccezionale Silvia Calderoni, nome di punta del teatro d’avanguardia italiano (il grande pubblico la sta ammirando come Lupa nella serie Amazon Romulus), doppiata con una voce ridicola. In realtà si nasconde un’altra chicca: l’omaggio di Gucci al cinema neorealista nostrano, quando era impossibile realizzare film in presa diretta e quindi, ci arrangiava con gli attori che c’erano, spesso non bravissimi e fuori sincrono con il labiale sullo schermo. L’ambizioso progetto, nella conferenza virtuale precedente al Guccifest, faceva già pregustare una tappa in più nel suo percorso creativo pur coerente con quello già intrapreso: passare dal consueto, stantio atteggiamento della società contro la moda (vi ricordate la valanga di proteste via social sui look di Achille Lauro a Sanremo? Ecco) alla moda contro la società.

Il co-regista Gus Van Sant e la cantante e poetessa Florence Welch in una pausa di lavorazione dal sesto episodio, At The Vintage Shop.
Paige Powell

Mai così tentacolare e contaminata con pareri, opinioni e punti di vista lontani tra loro, mai così politica e destinata a disseminare il mondo con messaggi di inclusione, diversità, affrancamento dai generi e dalle convenzioni, la collezione filmica di Gucci Ouverture si presenta come un’opera aperta in cui non c’è né fine né inizio e in cui i vestiti sono catalogati – per non dire relegati - sotto la voce “costumi”. «Sono i costumi della vita», ha spiegato Michele nella conferenza virtuale. E aveva rincarato la dose nella lettera aperta: «Che vita hanno i vestiti quando smettono di sfilare? Quali storie sono capaci di disegnare nello spazio dell’esistenza? Cosa accade loro quando si spengono i riflettori della passerella? Sono le domande che vengono a farmi visita in questo presente incerto ma gravido di premonizioni». Ma a quale vita fa riferimento il direttore creativo di Gucci? Se questa è una storia in cui «non succede niente» ma intende dispiegare quei momenti di magia i cui strani incantesimi costellano la nostra quotidianità, di che quotidianità stiamo parlando? La Roma dove si muove la protagonista non è solo pre-Covid, è pre-tecnologica: non ci sono (o quasi) cellulari né computer, si va alla posta per spedire le cartoline da spedire con un francobollo carino. È una capitale dove si vive una realtà diminuita, onirica e nostalgica, per una città che Michele vorrebbe che fosse e forse lo vogliono anche i suoi fan più accaniti. Tant'è vero che - spoiler! - alla fine Silvia s'imbatte in una porta e si ritrova in un teatro. Era tutta fiction, come in un film di David Lynch. O il Truman Show.

Alessandro Michele in una pausa di lavorazione del sesto episodio, At The Vintage Shop. Il negozio, arredato con abiti delle precedenti collezioni di Michele per Gucci, è un vero spazio dell’usato della capitale.
Paige Powell

Del resto, in una scena del primo episodio, Silvia fa volare dal balcone un abito stampato con il motivo floreale Bloom della maison: si tratta di un abito-replica della collezione donna autunno-inverno 2015, la prima che il designer ha realizzato per Gucci. E in altri episodi si rivedono capi già noti, elementi che sono parte integrante della collezione Ouverture ma appartengono sempre al suo primo défilé nel 2015. «Questi capi presentano un’etichetta rossa ricamata con la scritta Something That Never Ended», ci informano le diligenti note inviate alla stampa dopo la trasmissione di ogni episodio. E allora, la domanda è la seguente: è vero che nella moda il tempo scorre in maniera triplicata rispetto al normale, ma bastano cinque anni a creare il vintage di noi stessi? Quanto tempo occorre perché qualcosa, da inatteso diventi così emblematico da volerlo desiderare ancora? Cinque anni sono sufficienti o no? Il messaggio poi si estremizza ancora di più nel sesto episodio, quando la protagonista va in un vero negozio di vintage capitolino, però arredato con tutti i capi delle precedenti collezioni di Michele e si commuove davanti a una pelliccia rosa a motivi Chevron del 2015. Siamo noi a essere ossessionati dal nuovo a tutti i costi oppure basta un quinquennio a storicizzare una tendenza, un gesto, un modo differente di fare le cose? Va bene il supercitazionismo, ma arrivare all’autosupercitazionismo, funziona? Quello che sorprende e fa riflettere - ed è cosa buona e giusta se qualcosa ci costringe a pensare - è che in una cornice talmente innovatrice e progressista, come la formula delle serie tv sulle piattaforme di streaming, sembra sia esaltata una bellezza prudente che va in netto contrasto col metodo antifragile (finalmente!) a cui Michele ci aveva abituato.

La coreografa Sasha Waltz con un look che è la replica esatta di una abito della prima collezione di Alessandro Michele per Gucci, quella per l’autunno-inverno 2015.
Gus Van Sant

Non dimentichiamo che comunque Gucci è un'azienda che produce beni di lusso destinata a milioni di persone. Però. «L’antifragile ama il caso e l’incertezza, il che significa anche che ama l’errore, o perlomeno un certo tipo di errori. L’antifragilità possiede la singolare caratteristica di consentirci di affrontare l’ignoto, di fare le cose senza comprenderle e di farle bene. Grazie all’antifragilità siamo molto più bravi a fare che a pensare. L’antifragile corre dei rischi e se ne assume le responsabilità», scrive Taleb. Michele ha progettato un’estetica del frammento che ha davvero rivoluzionato il mercato dei Millennials, tutta giocata sugli spiazzamenti di significato, sugli accostamenti “sacrileghi”, su un disordine controllato che connetteva le diverse fasi del suo fare creativo. Del resto, lui non ha mai “creato moda” ma ha giocato con le sostanze materiali ed espressive della moda: per lui, più un mix pulsionale, passionale, emotivo che mette in movimento i desideri, li scombina tramite configurazioni che creano l'illusione di cavalcare la contemporaneità. Ed è questo che ci ha fatto affezionare al suo lavoro, mentre in Ouverture non sentiamo quell’urgenza di scavalcare il bello e il brutto, il buon gusto e il cattivo gusto, il kitsch e lo chic. Soprattutto in un momento dove la pandemia deve far affiorare desideri di qualcosa che non si sa di voler possedere finché non li vediamo. Ma: e se li abbiamo già visti?

L’outfit di Alessandro Michele per Gucci della popstar coreana Lu Han, protagonista di A Nightly Walk, ultimo episodio dei film della collezione in forma filmica.
Gus Van Sant

Sono interrogativi, non critiche, sia chiaro. «Questo è il modo in cui lavoro: rubo, riutilizzo, metto l’etichetta sbagliata sulla faccia sbagliata. In effetti, è un modo per dare forma a un concetto di libertà», sentenzia Michele. Ma è vera libertà quella di riproporre capi e oggetti già noti – e magari ancora presenti in molti guardaroba? Dobbiamo ammettere che sorge un piccolo, delizioso dubbio: che all’interno di una confezione così roboantemente squassante a livello comunicativo, Gucci questa volta abbia scelto la sicurezza dell’oggetto-moda. Un po’ come Taleb quando parla della Mattonella di Empedocle: «Un cane dorme sempre sulla stessa mattonella a causa di un’affinità naturale, biologica o meno, confermata da una lunga serie di frequentazioni ricorrenti. Forse non arriveremo mai a conoscerne il motivo, ma l’affinità esiste». A giudicare dall’enorme successo sui social, questo défilé è votato al trionfo di un tempo senza tempo, a un presente immaginario che si confonde col passato, rifiuta il futuro e respinge la profondità.



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